Pages

 

lunedì 30 aprile 2012

1 Maggio Festa dei Lavoratori

0 commenti

Il 1 Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione di lavoro.
"Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.
Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.

Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.

Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta .

Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.

Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.

Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. 
Certamente, è una festa figlia delle lotte del movimento operaio e socialista. Per la precisione, è figlia della rivendicazione - coniata in Australia nel 1856 - di «otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire». Quella dei «tre otto» era una parola d’ordine assolutamente rivoluzionaria nei paesi che si stavano rapidamente industrializzando, in cui prevalevano orari di lavoro di 11, 12 ore in condizioni spesso bestiali.
Read more...

domenica 29 aprile 2012

Se Hollande spacca la destra

0 commenti

The Economist definisce il candidato socialista francese «uomo piuttosto pericoloso» e, se avesse un voto, lo darebbe al presidente uscente. La caccia disperata di Sarkozy ai voti del Front National allarma perfino i suoi. De Villepin sbotta: «Campagna indegna e senza ritorno». Si temono scontri il 1 maggio


Dominique de Villepin denuncia, con un intervento su Le Monde, «la corsa senza vergogna ai voti estremisti». L’ex primo ministro di Jacques Chirac non arriva certo ad invitare a votare per Hollande («la sinistra mi inquieta», scrive), ma attacca chiaramente Sarkozy. Parla di campagna del secondo turno «indegna», afferma che «le linee rosse repubblicane sono oltrepassate, una a una. Voglio dirlo oggi con gravità. E’ una strada senza ritorno». Villepin interpreta un malessere che serpeggia sempre più a destra, anche se per il momento il silenzio predomina. Sarkozy ha deciso di seguire le direttive del suo guru di estrema destra, Patrick Buisson, e di andare a caccia di voti estremisti adottandone contenuti e linguaggio. La destra moderata abbassa la testa. Ma questa situazione è destinata ad esplodere l’indomani della prevedibile sconfitta del 6 maggio (ieri tre sondaggi hanno dato Hollande vittorioso, intorno al 54% dei voti).
Dopo la lettera di François Bayrou ai due finalisti, dove il candidato centrista sfortunato non prendeva posizione ma poneva la questione dei «valori», Jean-François Kahn, fondatore del settimanale Marianne entrato recentemente in politica con il MoDem, riprende da Jean-Luc Mélenchon l’accusa di «pétainismo» rivolta all’ultima versione di Sarkozy: «Per la prima volta da mezzo secolo – scrive – un presidente della Repubblica in esercizio ha riattualizzato e quindi legittimato una retorica apertamente pétainista».
Marine Le Pen ha accusato ieri Sarkozy di «scippare» giornalmente le idee del Fronte nazionale. Tutti pensano alle legislative che seguiranno, a giugno, la presidenziale. Dopo che Sarkozy ha affermato che, in caso di ballottaggio al secondo turno tra un socialista e un frontista, l’Ump darà indicazioni di votare «bianco o astenersi», Marine Le Pen ha promesso vendetta il 6 maggio (Hollande ha invece ribadito la tradizione repubblicana, indicando, in caso di assenza di un socialista, un voto per il candidato Ump in caso di scontro con un frontista).
Un appoggio a Sarkozy arriva da Londra: The Economist, che in Francia è stato soprannominato «la Pravda del capitalismo» dal Nouvel Observateur, definisce Hollande «uomo piuttosto pericoloso» e afferma che, se avesse un voto, lo darebbe a Sarkozy «non tanto per i suoi meriti, ma per scartare Hollande». Eppure, nella Ue le idee di Hollande di rinegoziare il Fiscal compact fanno dei passi avanti. Herman van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha persino evocato la possibilità di un vertice straordinario dopo la presidenziale francese, per discuterne. Ormai, tutti parlano del necessario stimolo alla crescita. Lo scontro è sul come, tra liberisti che puntano solo alla deregulation e interventisti. Ma anche Hollande non abbandona il risanamento: «La serietà di bilancio, sì – afferma – l’austerità a vita, no». Persino Angela Merkel, che il 6 e il 13 maggio deve affrontare due voti regionali difficili e teme l’isolamento diplomatico in Europa, potrebbe appoggiarsi su Hollande per scaricare i liberali dell’Fdp, rigoristi[ senza voti, per avvicinarsi all’Spd in vista di una Grosse Koalition.
La settimana che manca al secondo turno sarà punteggiata soprattutto da due avvenimenti, otre al meeting di Hollande a Bercy domenica: i cortei e le manifestazioni contrapposte del primo maggio e il duello televisivo tra Hollande e Sarkozy il 2 sera. Giovedì sera, su France 2, c’è già stato un assaggio. Non un dibattito diretto, ma i due candidati sono stati interrogati uno dopo l’altro. Sarkozy ha cercato di attenuare l’aggressività che mostra nei comizi elettorali, ed è arrivato persino a condannare il pessimo gioco di parole di uno dei suoi sul cognome della compagna di Hollande (Valérie Trierweiler, divenata Rottweiler con l’aggiunta: «E non è gentile per il cane»). Ma il presidente uscente ha confermato l’adesione alla posizione di Le Pen di istituire, per i poliziotti, la «presunzione di legittima difesa» (l’attualità è l’incriminazione di un poliziotto, con l’accusa di «omicidio volontario», per aver ucciso un pregiudicato che stava cercando di arrestare, colpendolo con una pallottola alla schiena). Hollande, che si è giustificato per aver detto no ai tre dibattiti frontali chiesti da Sarkozy, ha rifiutato di farsi trascinare in un «pugilato» a distanza, ricordando i principali punti del suo programma.
Tutta l’attenzione si sta concentrando sul primo maggio. Al tradizionale corteo sindacale parteciperà anche il Front de gauche, ha confermato Mélenchon, che si unirà alla manifestazione a fine corteo. La partecipazione politica ai cortei sindacali è diversamente apprezzata dalla confederazioni: la Cgt ha indicato implicitamente di votare Hollande, mentre la Cfdt è perplessa su questo tentativo di «sviare l’obiettivo del primo maggio». Force ouvrière non parteciperà al corteo, critica verso il «marketing politico» di cui sarebbe vittima il primo maggio. Ci sarà, come ormai dall’88, il meeting del Fronte nazionale sotto la statua di Jeanne d’Arc. Ma quest’anno l’Ump organizza una «festa del vero lavoro» alla Tour Eiffel. Sarkozy ha dovuto rimangiarsi l’espressione «vero lavoro», sotto l’accusa di averla ripresa da Pétain, ma ha intenzione di andare alla prova di forza con i sindacati e la sinistra. Martine Aubry ha messo in guardia: «Se ci dovessero essere delle violenze il primo maggio, Sarkozy ne sarà responsabile».

Read more...

Italia dei beni comuni

0 commenti
Oggi il primo appuntamento. Pochi big, molte idee, sette minuti a intervento. Si parla di metodo e programma

«Inizia un percorso». Gli organizzatori si raccomandano di non scrivere molto più di questo. Perché l’appuntamento di oggi a Firenze, la «partenza» del «non partito» – lanciato dal manifesto per i beni comuni e per «un’altra politica nelle forme e nelle passioni» il 29 marzo scorso, e di cui si è discusso, e anche parecchio, sulle pagine del manifesto e sulla rete – è una vera partenza al buio. Si annunciano molti partecipanti, e infatti è stata prenotata una platea da 1500 persone. Ma la giornata di oggi è stata scandita con quattro interventi iniziali, di quattro dei primi firmatari del manifesto, una sorta di relazione introduttiva a quattro voci (Marco Revelli, Nicoletta Pirotta, Claudio Giorno della Val Susa e Paul Ginsborg). In sala sarà distribuito un testo di Luciano Gallino, intitolato provocatoriamente «Come creare un milione di posti di lavoro».
Per il resto, si procede senza rete: sette minuti a intervento, ciascuno degli interventi potrà fare la sua proposta e indicare la direzione verso cui dovrebbe salpare la nave.
Non sono previste special guest: il sindaco De Magistris ha inviato gli auguri ma non ci sarà, Nichi Vendola lo stesso, per impegni di campagna elettorale, ma ci sarà il suo braccio destro Nicola Fratoianni. Ci sarà invece Paolo Ferrero, segretario del Prc. Ma per tutti varrà la regola dei sette minuti.
Di certo è che si discuterà di due prime «discriminanti», come è stato chiaro dai testi ricevuti in questi giorni da chi ha annunciato la propria partecipazione allegando una «motivazione»: il no alla riforma del pareggio in bilancio in costituzione e alla riforma del lavoro in discussione in parlamento. Per il momento sono gli unici due punti fermi di un «programma» che non c’è, ancora (l’assenza di progetto è una delle critiche mosse al non-partito da Rossana Rossanda) ed è tutto da discutere, e scrivere, e approfondire, nella successiva «due giorni» immaginata per giugno.
Il «progetto» sarà il core business della discussione. La differenza fra «bene comune» e «beni comuni», anche: anche perché è fresco di ieri l’intervento con cui Asor Rosa (sul manifesto) rintraccia la «dottrina del bene comune » di Tommaso d’Aquino nel «progetto» del soggetto politico nuovo.
E poi c’è il tema della forma del non-partito, e le questioni di «metodo». Perché il soggetto politico nuovo propone, almeno nelle intenzioni, «un salto di paradigma anche negli strumenti organizzativi», spiega Marco Revelli, «che non possono essere quelli tradizionali – centralistici, verticali e gerarchici – delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all’opposto, l’orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l’eguaglianza nella parola e nell’ascolto tra diversi. Tutto questo vuol dire, come ci è stato contestato, rimuovere il “conflitto sociale”? Cancellare le “forme di organizzazione” in nome di uno spontaneismo un po’ anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto – e insieme l’organizzazione – nelle forme in cui ce lo ripropone quello che Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella le classi sociali, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? D’altra parte, che ne penseremmo se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica e la jacquerie contadina come via all’emancipazione?».
Last but not least, la questione del nome. C’è persino chi chiede di andare avanti prima di decidere. Insieme ai criteri per nominare un coordinamento nazionale, anche il nome si decide oggi, verrà scelto dalla platea da una rosa di quattro selezionata sul sito. Sono: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente; Lavoro e beni comuni; alternativa democratica; e infine Italia Bene Comune.
Quest’ultimo non passerebbe inosservato. Perché è anche il nome che Bersani ha scelto per la campagna delle amministrative del suo Pd. Facendo per l’occasione stampare migliaia di felpe blu con slogan più tanto di collo e polsini tricolori. Un’appropriazione indebita per il partito che fino all’ultimo non ha voluto schierarsi apertamente con i referendum per l’acqua pubblica, quelli che poi hanno portato al voto 27 milioni di persone. E un partito che ha votato due decreti Monti per le liberalizzazioni che i referendari hanno definito «tentativi sfrontati di negare il risultato di quei referendum». Salvo poi utilizzarne il logo del «bene comune» per marketing elettorale, dopo aver scoperto che funziona, ora che il vento è cambiato.


Read more...

mercoledì 25 aprile 2012

Contro ogni retorica - Per un 25 Aprile di lotta

0 commenti

Il clima di unità nazionale e di sostegno al governo tecnico da parte di Pd, Pdl e Terzo polo prova a nascondere e a reprimere le tensioni crescenti nel paese, e di fascismo non se ne parla più se non malvolentieri. Nel frattempo, gli antifascisti sono processati, come accade a Matteo Parlati e Matteo Pirazzoli, accusati di aver contrastato una manifestazione della Fiamma tricolore che commemorava la marcia su Roma.

Due pesi, due misure, come da tradizione della magistratura italiana: il console picchiatore Vattani è stato riammesso nel servizio diplomatico, per la gioia dei suoi camerati di Casa Pound e del suo amico Alemanno, da anni ormai impegnato a sistemare i propri squadristi nei principali enti e posti di potere di Roma e del Lazio.
Dopo anni di grida e appelli contro il pericolo della dittatura fascista di Berlusconi, gli stessi promotori di quegli stessi appelli, che siano essi del Pd o del popolo viola, sostengono attivamente un governo ferocemente antioperaio e nemico dei precari e dei giovani, e volutamente glissano sull’appoggio insieme al Pdl al governo di unità nazionale di Monti. Per questi rappresentanti degli interessi della borghesia “buona” e “illuminata” il loro 25 aprile è stato il giorno delle dimissioni di Berlusconi.
Per i comunisti quel giorno ha rappresentato l’ennesimo 8 settembre di questo nostro paese, e qui si ferma l’analogia storica: il compromesso tra le varie parti della borghesia e del padronato è scaricato sulle spalle dei giovani e dei lavoratori. Prepariamoci a un 25 aprile politicamente corretto, con vuoti appelli istituzionali all’unità del paese nel momento della crisi. La retorica dei palchi proverà ancora una volta a rimuovere, in un momento in cui le tensioni sociali possono soltanto crescere, la memoria e la storia rivoluzionaria della Resistenza partigiana al nazifascismo, dell’assalto al cielo in difesa della propria terra, della dignità e della libertà di centinaia di migliaia di combattenti.
Il terreno è stato preparato nel corso dei decenni con grande accuratezza, c’è da dire. Prima le celebrazioni negli anni cinquanta-sessanta delle autorità, con vescovi, generali, amministratori tutti con un passato in camicia nera; poi, dal 1968 in poi, il contrasto tra chi vedeva nella Resistenza la rivoluzione mancata, l’occasione persa del riscatto e della costruzione di un nuovo ordine sociale e chi invece dipingeva una lotta per la “democrazia progressiva” o per l’ordine costituzionale assente ; infine, le revisioni e le menzogne di nuovi compromessi, nuovi partiti e pennivendoli di regime, pronti a buttare fango sul sangue versato dai partigiani.
La verità è un’altra: noi non commemoriamo il 25 aprile, lo ricordiamo e lo difendiamo. Difendiamo una memoria fatta di stragi, di violenze, di oppressione, iniziate non l’8 settembre 1943, ma dalla fondazione dei Fasci mussoliniani. Ricordiamo gli assalti alle Case del popolo, alle sezioni comuniste e socialiste, i pestaggi e gli agguati ai lavoratori, le minacce e le devastazioni che da Trieste alla Sicilia videro le camicie nere protagoniste.
Ricordiamo il sacrificio di migliaia di oppositori condannati dal Tribunale speciale, degli esuli perseguitati, di Antonio Gramsci di cui ricorre il 75° anniversario dalla morte sotto la stretta sorveglianza fascista e la cui memoria è puntualmente sotto attacco da parte di qualche intellettuale alla moda, coccolato dai media borghesi.
La Resistenza non è stata la prosecuzione di un Risorgimento idealizzato e liberale, monarchico e d’ordine (e anche su questo ci sarebbe da discutere), ma un movimento rivoluzionario degli sfruttati, non solo sulle montagne e nel Settentrione, ma anche nel Mezzogiorno e nelle città. Gli scioperi del marzo ’43, le agitazioni operaie e per la terra nel breve periodo tra il 25 luglio e l’8 settembre, le quattro giornate di Napoli e le attività della Resistenza romana sono solo alcune delle pagine scritte dal movimento operaio, partigiano, assieme alla lotta senza quartiere delle formazioni di “ribelli” nelle regioni settentrionali occupate dai nazisti e dai loro alleati.
E il fascismo può attecchire oggi anche per l’opera sistematica di svuotamento e di mummificazione della Resistenza, attuata a destra e a sinistra: il revisionismo promosso a piene mani sulla stampa e dalle forze politiche; l’istituzione di giornate della memoria come quella del 10 febbraio sulle foibe e la costante rimozione degli “elementi di divisione” dalla politica italiana, ovvero la differenza tra chi ha combattuto per la libertà e per un mondo di giustizia e tra chi deportava e ammazzava.
La crisi economica in Europa vede i tentativi di forze di estrema destra e apertamente fasciste di radicarsi tra i lavoratori e il sottoproletario, con programmi razzisti e una generica retorica contro le banche e la finanza. Casa Pound è solo l’espressione italiana di un processo generale in Europa, tollerato dalle forze dell’ordine e lasciato crescere con la complicità e la contiguità del Pdl, che spesso ha ospitato (a Napoli, a Roma, a Firenze) i fascisti del terzo millennio nelle sue liste elettorali. Da un lato, slogan contro le banche, dall’altro, al servizio diretto del padronato: ecco la realtà del fascismo di ieri ed oggi, con le sue bande sempre pronte ad aggredire militanti di sinistra, immigrati e omosessuali.
L’eredità della lotta partigiana è nelle battaglie di questi giorni e non nei vuoti appelli in difesa della Costituzione: nella resistenza alla Tav, nelle mobilitazioni operaie a difesa dell’articolo 18 e del lavoro, nella quotidiana costruzione di un’alternativa complessiva a questo sistema votato alla distruzione e alla repressione.
La nostra resistenza, ieri come oggi, continua nella lotta per la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento capitalistico, per il socialismo.

Read more...

martedì 17 aprile 2012

Forestazione, il 24 aprile sciopero generale

0 commenti

Gli addetti chiedono il rispetto dell'accordo
su 151 giornate e turn over

Come preannunciato nei giorni scorsi il comparto forestale si ferma. C'è il rischio che i cantieri non partanoLo sciopero generale degli oltre 4 mila lavoratori forestali della Basilicata, preannunciato nei giorni scorsi, si terrà martedì 24 aprile. Lo hanno annunciato giovedì 12 aprile i segretari regionali di Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil, Antonio Lapadula, Vincenzo Esposito e Gerardo Nardiello. Nello stesso giorno si terrà una manifestazione davanti alla sede della Regione Basilicata. Alla base dello sciopero il mancato rispetto dell'accordo del 2009 sulle 151 giornate e sullo sblocco del turn-over e i gravi ritardi che si stanno registrando nell'avvio dei cantieri forestali per effetto della riforma della governance regionale che ha trasferito le competenze alle aree programma.

“Se prima eravamo preoccupati – spiegano i tre dirigenti sindacali – ora possiamo dire di essere seriamente allarmati perché il rischio che i cantieri non partano e i lavoratori restino senza salario si fa sempre più concreto. Il ricorso alla sciopero generale è la necessaria conseguenza della perdurante inazione del governo regionale che sulla forestazione ha tenuto un atteggiamento ondivago e superficiale. Le notizie che ci arrivano dai Comuni capofila delle aree programma, che saranno chiamati a gestire operativamente i cantieri, sono drammatiche. Senza la preventiva approvazione dei bilanci comunali, cosa che non avverrà prima di giugno, le amministrazioni capofila non sono nelle condizioni di far partire le assunzioni e quindi i cantieri. E questo a pochi giorni dal teorico avvio della stagione forestale”.

Per Lapadula, Esposito e Nardiello “la Regione male ha fatto a sottovalutare i reiterati richiami del sindacato sulle difficoltà che sarebbe certamente insorte con il passaggio delle competenze dalle comunità montane alle aree programma. Purtroppo le nostre previsioni sono state fin troppo ottimistiche se consideriamo che l'intero settore vive una condizione di totale paralisi che preoccupa giustamente i lavoratori”.

Read more...

venerdì 6 aprile 2012

Licenziamenti, sfruttamento e ricatto: ecco la “riforma” del lavoro

0 commenti

Scritto da Paolo Grassi   
Venerdì 23 Marzo 2012 16:36
Chiusa la trattativa giovedi 22 marzo, il governo con l'appoggio di Confindustria e i soliti sindacati compiacenti, Cisl e Uil, si avvia a portare in parlamento una nuova controriforma. Dopo tanti tentativi i padroni stanno per raggiungere la tanto agognata meta: cancellare il fatidico articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Non c'era riuscito Berlusconi nonostante i tanti tentativi in questi ultimi 10 anni, ci riesce invece il governo sostenuto dal Pdl ma soprattutto dal Partito democratico. Festeggia Marchionne, esulta Caprotti, padrone di Esselunga che solo negli ultimi cinque mesi ha espulso 25 lavoratori colpevoli di aver aderito a degli scioperi ed essersi iscritti a un sindacato a lui non gradito, esulta il padronato perché sempre di più si sente sicuro di poter instaurare il terrore nelle fabbriche.

La nuova controriforma del lavoro vede alla fine il No della Cgil.
Dopo settimane di inutili ed estenuanti trattative la segretaria della Cgil Susanna Camusso ha dovuto dichiarare la propria contrarietà al pacchetto preparato dal governo. Non era scontato. Meglio tardi che mai.

Il no della Cgil

Cosa non scontata per molte ragioni. La prima è la campagna mediatica che da tempo governo e padroni stanno mettendo in campo descrivendo chi accede alla cassa integrazione o allo Statuto dei lavoratori come dei privilegiati difesi da una lobby (i sindacati) che impedisce a milioni di giovani di inserirsi nel mondo del lavoro. In secondo luogo perché non avendo mai, in primis la Cgil, voluto farsi carico di una seria battaglia per estendere articolo 18, ammortizzatori sociali anche alle piccole aziende e in tutte le categorie, oggi il padronato punta in particolare su questa disparità di diritti per dividere i lavoratori. Cosa che ha già seriamente dimostrato di voler fare tenendo, per ora, fuori i lavoratori dell'impiego pubblico da questa controriforma.

Sembra quindi che ci si prepari a dar battaglia. Nel direttivo della Cgil che è seguito alla rottura con Monti sono state prese decisioni importanti. Uno sciopero generale di 8 ore, altre 8 da decidere a livello territoriale, una campagna massiccia di assemblee informative, una campagna raccolta firme per demistificare la campagna del governo, manifestazioni sotto i palazzi del governo.

Sicuramente iniziative di lotta non ancora sufficienti per respingere l'attacco in corso, vista la portata dello scontro, ma comunque un inizio più incoraggiante del penoso sciopero di tre ore dello scorso dicembre contro quella che è stata definita dalla stessa Cgil come la peggiore controriforma delle pensioni della storia. Sciopero che vide una scarsissima partecipazione dei lavoratori perché palesemente inutile.
L'unità nazionale sotto il caminetto
Il problema quindi che si pone ora, preso atto che almeno nelle intenzioni il gruppo dirigente della Cgil è disposto a lottare, è capire come creare le condizioni a noi più favorevoli per la mobilitazione.
La prima questione quindi è chiarire per cosa lottiamo.
Lottiamo per convincere Monti a riaprire il tavolo?
Lottiamo perché le impetuose mobilitazioni che speriamo di suscitare permettano al Partito democratico in parlamento di abbellire la controriforma?
Oppure lottiamo perché questa controriforma è irricevibile e va rispedita al mittente?
Tutta la controriforma è costruita su tre assi portanti: peggiorare le condizioni di lavoro, aumentare la ricattabilità e pagare alle banche gli interessi sul debito risparmiando sugli ammortizzatori.

Articolo 18: il licenziamento viene considerato discriminatorio e quindi nullo se determinato da ragioni di credo politico, religioso o per la partecipazione all'attività sindacale. Il problema pero' è che mai nessun padrone, a meno che non sia particolarmente stupido, motiverà un licenziamento con uno di questi argomenti. Per tutti gli altri licenziamenti, disciplinare o per motivi economici (non solo perché l'azienda è in crisi) nel caso non sussista la giusta causa comunque il lavoratore non sarà reintegrato ma riceverà un indennità stimata tra le 15 e le 27 mensilità.

Precarietà: vengono confermate tutte le tipologie vergognose partorite in questi anni. Semplicemente si millanta una azione di controllo più puntuale, in particolare per i contratti a progetto e le partite Iva. Ci concedono quanto già la legge dovrebbe garantire. Ci assicurano che il lavoro precario costerà di più di quello a tempo indeterminato, ben l'1,4%, una miseria. Intanto aumentano l'aliquota dei lavoratori a progetto, che ovviamente i padroni scaricheranno sulle retribuzioni dei lavoratori, si apre definitivamente la strada all'apprendistato. Ovvero contratti precari che durano dai 3 ai 5 anni e che permetteranno ai padroni di pagare poco i lavoratori ricattati e quasi nulla di contributi.

Ammortizzatori sociali: viene abrogata la Cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività e la mobilità. Se prima tra Cassa integrazione e mobilità un lavoratore riusciva a mantenere un minimo di copertura economica che variava dai tre ai cinque anni, oggi la copertura sarà al massimo di dodici mesi fino a un massimo di diciotto per quelli con più di 55 anni. Alla base del nuovo sistema di sostegno al reddito ci sarà l'Aspi. Dicono che si passa al sistema universale, non è vero. Per accedervi bisogna aver lavorato almeno 52 settimane negli ultimi due anni. I precari e i disoccupati che lavorano meno di un anno su due non avranno nulla. Anche l'assegno viene significativamente ridimensionato. Di fatto si risparmia sugli ammortizzatori, visto che la platea rimarrà la stessa se non più ampia ma i soldi saranno meno. Contro gli 8 miliardi di euro spesi in un  anno ora sul tavolo ce ne sono 1,7.

Per cosa dobbiamo lottare
Un vero proprio massacro. Ma proprio perché la posta in gioco è alta adeguata deve essere la risposta e le rivendicazioni con cui costruirla.
Come si fa a coinvolgere la maggioranza dei lavoratori l’articolo 18 già non esiste nelle aziende sotto i 15 dipendenti?
Come si fa a difendere gli ammortizzatori e un assegno di disoccupazione adeguato, cosa che quello attuale non è, se chi ha un contratto a progetto o una finta partita Iva non vi può accede? E soprattutto; contrastiamo questa “riforma” per difendere l'attuale sistema legislativo sul precariato, su cui si basa il ricatto in cui vivono milioni di lavoratori?
Questo problema la maggioranza della Cgil non se lo pone. Anzi nel direttivo nazionale tenutosi il 21 marzo l'indicazione che è emersa nel documento finale è stata che si lotta per modificare in parlamento un testo di legge che comunque ha, sulla precarietà, ottenuto miglioramenti. Documento che anche sull'articolo 18 mantiene una certa ambiguità. Non per nulla il segretario della Fiom aveva proposto una formulazione semplice quanto chiara: sull'articolo 18 non si tratta. Emendamento bocciato dalla maggioranza. Per questo motivo Landini e La Cgil che vogliamo si sono astenuti e Cremaschi ha votato contro.
Non si può pensare di chiamare i lavoratori alla battaglia campale  per chiedere di modificare comunque in peggio l'articolo 18. Magari sposando la proposta del PD di assumere il modello tedesco dove comunque è il giudice che ha l'ultima parola su reintegro o indennizzo.
La disponibilità alla mobilitazione c'è, la manifestazione con sciopero generale della Fiom il 9 marzo lo dimostra. Si è toccato con mano la determinazione degli operai.
La disponibilità si registra anche nei tanti scioperi aziendali convocati in questi giorni. Ce lo mostra la grossa difficoltà che hanno Cisl e Uil. Un caso su tutti la Magneti Marelli di Bologna, fabbrica salita alle cronache per l'espulsione della Fiom dalla fabbrica da Marchionne, dove i delegati di Fim e Uilm sono stati costretti a convocare lo sciopero.
Quello che deve essere chiaro è che non ci si possiamo permettere una mobilitazione che abbia come fine quello di dimostrare che per fare le controriforme ci voglia anche la mediazione con la Cgil.
Questa lotta deve avere come obiettivo quello di fermare i piani padronali, ovvero il ritiro della “riforma”. Che nella sostanza significa la caduta del governo.
Per fare ciò serve una mobilitazione generale vera come da tempo non vediamo. Serve il protagonismo in prima fila dei lavoratori, oggi questo è possibile a patto che l'iniziativa non venga lasciata in mano ai vertici sindacali.


Read more...

giovedì 5 aprile 2012

UNIAMO L'OPPOSIZIONE DI SINISTRA AL GOVERNO MONTI COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALLE SUE POLITICHE LIBERISTE

0 commenti

Il governo Monti aggrava la crisi, ne scarica gli effetti sui soggetti più deboli e corrompe la democrazia. Questo governo, nato senza mandato da parte degli elettori e appoggiato da una grande coalizione che va dalla destra berlusconiana al PD, è il frutto dei diktat e delle fallimentari ricette di poteri economici e finanziari, come la Bce, la Commissione Europea, l’Fmi, che scavalcano la volontà dei popoli e le istituzioni rappresentative.

La manovra economica di dicembre, contrassegnata su tutto da un aumento della pressione fiscale generalizzato e senza criteri di progressività, dall’innalzamento dell’età pensionabile, dal taglio alle prestazioni previdenziali, dai nuovi tagli agli enti locali e alla spesa per il sociale, ha evitato di introdurre una tassa sui grandi patrimoni, di tagliare gli sprechi miliardari come la Tav in Val di Susa o l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35, di ridurre i costi della politica, al fine di investire in creazione di posti di lavoro e nella riconversione in senso ecosostenibile dell’economia italiana.

Ora il governo si appresta a una riforma del mercato del lavoro che non colpisce la precarietà sia sul piano legislativo che fiscale, che riduce la durata degli ammortizzatori sociali in caso di perdita del lavoro, e che manomette l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori allo scopo di agevolare il padronato nella facoltà di licenziare e di annichilire gli spazi di agibilità sindacale e politica nei luoghi di lavoro.

Tuttavia, pur registrando una palese crisi di consensi, l’esecutivo non ha ancora un’adeguata opposizione nel paese. Esistono brani di resistenza nel mondo della sinistra d’alternativa, del sindacato, dell’associazionismo, della scuola, e dei movimenti sociali e territoriali. Ma al contempo, anche nell’area vasta che si oppone al governo, si fatica a ridurre la frammentazione dei soggetti in campo e crescono i segnali di sfiducia nelle forme politiche democratiche, a partire da partiti.

Per queste ragioni la Federazione della Sinistra che in questi mesi, in coerenza con la propria vocazione unitaria, ha animato e sostenuto su tutto il territorio nazionale centinaia di iniziative di opposizione alle politiche del governo, promuove per il 12 Maggio 2012 a Roma un appuntamento nazionale di mobilitazione che proponiamo di condividere con tutte le soggettività politiche e sociali, collettive ed individuali, che condividono la necessità e l'urgenza di un'alternativa a tali sciagurate politiche.

Un'alternativa basata su:
·giustizia sociale, difesa dei diritti sociali e del lavoro e redistribuzione delle ricchezze,
·riconversione ecologica dell'economia con un grande piano di investimenti pubblici per il lavoro stabile e di qualità
·rilancio della democrazia, basato sull'ampliamento della democrazia partecipata e sul superamento del bipolarismo attraverso un sistema elettorale proporzionale.

CONTRO IL GOVERNO MONTI:
Giustizia sociale, Lavoro, Democrazia!
12 Maggio 2012 - ore 14 
ROMA, Piazza Santi Apostoli  
Manifestazione nazionale unitaria
promossa dalla Federazione della Sinistra
Read more...

giovedì 29 marzo 2012

Fiat, quando l'azienda è la fedele imitazione del Gulag. La testimonianza di un'operaia

0 commenti

È Stefania Fantauzzi, rappresentante sindacale della Fiom Cgil,a spiegarci tutto quello che in Fiat, a Termoli e in Italia, sta cambiando in peggio. Impossibile ammalarsi, impossibile dissentire dalle prescrizioni del nuovo contratto aziendale voluto da Marchionne e impossibile essere mamma, voler seguire i propri figli e rispettare tutte le regole che l’azienda impone. Stefania ci ha parlato anche di articolo 18 definendo le sue modifiche “la fine della democrazia”
Figli da seguire, orari di fabbrica da rispettare e operaie da ascoltare. È questa in sintesi la vita di una sindacalista Fiom Cigl della Fiat di Termoli. E Stefania Fantauzzi ha voluto proprio denunciare tutto quello che accade all’interno della fabbrica di Rivolta del Re e in generale anche negli altri stabilimenti Fiat italiani. Una situazione che nessuno oserebbe immaginare perché in pochi hanno il coraggio di parlare. Con i nuovi contratti che Marchionne ha fatto firmare, così ha esordito Stefania “è vietato dissentire, chi lo fa rischia quotidianamente di andare a casa”. “Un bel giorno - ci ha raccontato con la rabbia di chi vuole che le cose cambino - ci hanno messi davanti a uno schermo e ci hanno illustrato i nuovi contratti. Lo hanno fatto gente con la giacca e la cravatta che non si è mai sporcata, come me e come tanti altri, le mani con i macchinari della catena di montaggio”.
La nostra curiosità è andata naturalmente sul tipo di contratto che è stato somministrato agli operai. E la nostra donna coraggiosa, senza peli sulla lingua, ci ha spiegato tutto.
“Ci hanno chiesto maggiore flessibilità tutto questo con un numero minore di operai in fabbrica. Hanno aumentato la possibilità di fare ore di straordinario, da 40 di prima alle 120 di oggi. Ma la cosa strana è che te le possono chiedere anche durante la pausa mensa se dovessero servire. Con il contratto vecchio venivano pagate il 50% in più rispetto a quelle ordinarie. Ora, mentendo, hanno detto che verranno aumentate al 70%. Ma questo avviene soltanto se arrivi alle terza ora della giornata. Le prime due hanno una maggiorazione del solo 25%. Tutto questo togliendo il tempo al recupero fisico di cui ciascun operaio ha bisogno. Usano una nuova metodologia imparata in Giappone dove sul posto di lavoro bisogna tenere tutto a portata di mano per stancarsi di meno. Ma questo serve soltanto ad aumentare la produzione non ad agevolare il lavoro degli operai della catena di montaggio. Noi siamo stati robotizzati. Ogni giorno quando si va sul posto di lavoro c’è una voce meccanica che ti dice tutto quello che devi fare. E’ un qualcosa che nessuno avrebbe immaginato anni fa prima che arrivasse Marchionne”.
Dopo dichiarazioni forti come queste era logico chiedere alla nostra operaia cosa pensasse lei e quale fosse la posizione del suo sindacato sulla riforma dell’articolo 18 che tutela(va) i lavoratori dai licenziamenti facili.
“Qua di sicuro si vuole imbrogliare qualcuno. Questa riforma è la fine di un percorso di azioni illegittime del Governo Monti. Si crea così una società dove non esiste la democrazia. L’articolo 18 dovrebbe proteggere dai licenziamenti arbitrari e discriminatori. Era nato per difendere tre operai di Melfi licenziati senza giusta causa reintegrati a lavoro da una sentenza del Tribunale. Questa è una situazione che non va bene non soltanto per gli operai Fiat ma per tutti quelli che ogni giorno devono poter garantire la propria sopravvivenza e quella della loro famiglia. La cosa scandalosa è che si può licenziare se la fabbrica ha problemi economici. Altrettanto grave è il taglio che si fa sugli ammortizzatori sociali. Con le leggi precedenti si veniva assistiti per sette anni ora dopo due anni, se non trovi altra occupazione, non puoi più vivere. Non si tratta di benessere ma di pane quotidiano. Ora è più grave rispetto agli anni 40. In quei tempi se si veniva licenziati ci si dedicava all’agricoltura. Dopo 70 anni abbiamo venduto anche le terre e senza lavoro si rischia di non poter sfamare la nostra famiglia. Con il nuovo articolo 18 accade anche un’altra cosa gravissima. Prima era il giudice a decidere se reintegrare o meno il lavoratore. Ora è l’azienda che può licenziare arbitrariamente, solo se un operaio (a responsabilità individuale) sceglie di non condividere alcune parti del proprio contratto di lavoro. A venir penalizzato è soprattutto il sindacalista che lotta. Il quale difficilmente viene reintegrato dopo essere stato licenziato. Se fai parte di un sindacato dissidente come la Fiom nelle commissioni di fabbrica dove ci sono i sindacati aziendali nemmeno ti ascoltano”.
Ad una donna così non potevamo non chiedere se esistono differenze di trattamento sul posto di lavoro tra operai e operaie. Stefania non si smentisce e anche su questo argomento mostra tutta la sua grinta di lottatrice.
“È ovvio che sia così. Innanzitutto gli uomini finiscono di lavorare e vanno a dormire per noi il recupero fisico è più difficile. Per questo riscuotiamo meno fiducia da parte del capo quando si tratta di far carriera. Solo il fatto che noi possiamo decidere di avere un figlio li spaventa. Ma io sono convinta di una cosa, i nostri figli sono il futuro della nostra società. Trascurare un bambino oggi significa creare un uomo con problemi domani. Non stargli accanto significa non rispettarlo. Un'operaia come me guadagna mille euro al mese. Per far stare bene i miei figli ho dovuto mandarli negli asili privati di Termoli, dove la retta costa 350 euro al mese per ognuno di loro. Per fortuna i miei tre bambini hanno età diverse e quindi non dovevano stare all’asilo tutti e tre insieme. In passato per il fatto di essere mamma ho avuto un’agevolazione di orario. Iniziavo a lavorare alle 7.45 e smettevo alle 16.15 Anche con quegli orari avevo difficoltà ad accompagnare mia figlia a scuola. A Termoli in nessun istituto scolastico le lezioni iniziano prima delle 8. Non esisteva modo di far collimare gli orari con quelli della Fiat. Ma ora per le donne Fiat è tutto finito nonostante siamo solo il 10% quelle con figli che avrebbero bisogno di questi orari. Nessuno capisce che è difficilissimo far lavorare una mamma su tre turni. Lavorare di notte significa far dormire i propri bambini da soli e dormire solo tre ore per poterli seguire. Andare in fabbrica nel turno pomeridiano invece vuol dire non vederli uscire da scuola (si inizia a lavorare alle 13.30) e non poterli seguire nelle loro attività”.
Ma la novità delle ultime ore è che in Fiat è vietato ammalarsi. È la stessa Stefania che ci illustra il problema dopo aver preso confidenza con il nostro organo di stampa
“Ora ci sono nuovi turni e nuovi metodi di lavoro che hanno abbassato la possibilità di assentarsi dalla fabbrica. Il numero massimo di assenze tollerate si è notevolmente abbassato. La novità è che si riunisce una commissione sulla malattia che valuta situazione per situazione. E per chi chiede un numero di giorni inferiore ai sei è solo l’Inps a pagare la sua quota. Quello che spetta all’azienda viene scalato dallo stipendio. Ma accade anche che chi si ammala per periodi lunghi non ha diritto al premio di produzione di 600 euro che la Fiat mette a disposizione”.
Le situazioni appena descritte  non lasciano spazio a dubbi. La maggiore azienda automobilistica italiana ha cambiato il modo di rapportarsi con i propri dipendenti. Ai lettori tocca ora capire se in bene o in male.
Read more...

martedì 27 marzo 2012

val basento Su 1322 lavoratori 951 si sono ammalati

0 commenti

Sconvolgenti i dati dell'indagine sanitaria del dottor Lobuono. "A coloro che sono entrati in contatto con l'amianto devono aggiungersi i potenziali contaminati" 
Fino alla fine degli anni '80 l'Italia è stato in Europa il secondo paese produttore d'amianto dopo l'Unione Sovietica. Dalla fine della seconda guerra mondiale sino al bando definitivo della fibra killer nel nostro paese si sono prodotte 3.448.550 tonnellate di amianto grezzo. Nel '83 una direttiva comunitaria obbligò a predisporre il registro dei casi accertati di asbestosi e mesotelioma, evidenziando la correlazione tra esposizione all'amianto e patologie polmonari e non solo. Nel '91 l'Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro, ndr), dal 2010 assorbito dall'Inail (Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ndr), concordò con le Regioni l'adozione di alcuni standard operativi comuni, l'istituzione di Centri operativi regionali (Cor, ndr) con compiti di attivazione, controllo e trasmissione e ricezione dei flussi informativi inerenti la sorveglianza sanitaria dei casi di mesotelioma verso e dall'Istituto Prevenzionale Centrale. Cor a cui venne dato anche il compito d'istituire il Registro nazionale dei casi di mesotelioma (Re.Na.M, ndr), al fine di raccogliere e quantificare dati sull'esposizione sia di ordine occupazionale, sia di contaminazione ambientale. Obbiettivo che oggi non riguarda solo la problematica amianto ma anche esposizioni ad altri prodotti utilizzati nei processi industriali e soprattutto, i possibili effetti collaterali da diverse fonti di contaminazione. Facciamo il punto sulla situazione lucana.

Inquinamento tra esposizione diretta e indiretta. A cosa serve la sorveglianza sanitaria è presto detto. A prevenire. Evitando che patologie in fase iniziale diventino incurabili. All'Ospedale di Matera parte nell'aprile del 2006 e riguarda alcuni dipendenti della ex Materit di Ferrandina, una fabbrica che produceva manufatti in cemento-amianto. Si trattava d'uno sparuto gruppo di ex lavoratori che prima andava a farsi visitare a Bari, e ai quali, poco dopo, s'associarono i lavoratori della Ferrosud di Matera. Elenco che dopo l'intervento dell'Aiea Vba arrivò a oltre 200 lavoratori ex esposti provenienti anche dallo stabilimento Enichem di Pisticci Scalo. “Purtroppo – ricorda Francesco Paolo Lobuono dell'Unità Operativa del lavoro e antinfortunistica dell'Ospedale Maria delle Grazie di Matera che, assieme al San Carlo di Potenza, fa parte delle strutture di riferimento del Re.na.m C.o.r Basilicata – non ne vedevamo parecchi di lavoratori della Materit perché molti di loro erano morti prima d'arrivare al nostro controllo. La cosa che ci ha stupito è che quando abbiamo cominciato a prendere in considerazione i soggetti dell'Enichem si è aperto un vaso di Pandora. Sono venuti fuori tanti soggetti che alla prima visita già avevano problemi molto seri senza che se ne fossero accorti”. I risultati del monitoraggio portati avanti sono “sconvolgenti”, ribadisce lo stesso Lobuono sottolineando che lo studio sull'esposizione all'amianto, dall'aprile 2006 al dicembre 2011 ha sottoposto a sorveglianza sanitaria 1322 ex lavoratori ma eseguito complessivamente 2085 visite perché, per oltre 700 persone, sono stati necessari controlli molto più ravvicinati in quanto sono state scoperte patologie alla prima visita.

Tra gli indicatori importanti per avere un quadro della situazione nel materano troviamo la residenza. Le persone monitorate per la maggior parte provengono da Matera, Pisticci, Bernalda e Ferrandina. Altro indicatore è lo stato civile, poiché si deve tener conto del fatto che i lavoratori, tornando a casa con indumenti contaminati, hanno probabilmente causato un'esposizione indiretta a mogli e figli. “In quel periodo – ricorda ancora Lobuono – la natalità media era di 2,3, dunque alle mogli bisogna aggiungere mediamente due figli esposti ad amianto quando questi soggetti tornavano a casa”. Altri indicatori sono l'età media, i luoghi e i tempi di lavoro. In quest'ultimo caso oltre al numero spropositato dei lavoratori della Ferrosud di Matera e di innumerevoli aziende edili, i dati, ricorda Lobuono, mostrano come la maggior parte degli ex lavoratori sottoposti a sorveglianza proviene da società operative a Pisticci Scalo che orbitavano intorno alla multinazionale Eni spa come Enichem, Anic, Carbon Valley, Omcm, Tecnoparco, Snia, Tucam, Lamitel, Inca, Fapak, Cfp, Caffaro. Ma anche da aziende dell'area di Ferrandina come Liquichimica, Impes Group, Materit. Infatti nella zona di Pisticci hanno lavorato1236 delle persone monitorate, a Ferrandina 189, Matera 399, Policoro 57. Le diagnosi patologiche correlate a esposizione all'amianto mostrano 208 soggetti con placche pleuriche, 27 con asbestosi conclamata, 198 con noduli  sospetti dei quali 23 sono poi risultati tumori polmonari. 248 sono le placche pleuriche denunciate all'Inail. I dati dell'Aiea Vba registrano invece oltre 270 casi, e tra questi 170 decessi tra i lavoratori ex dipendenti dell'Enichem, 30 legati a carcinomi polmonari, 7 mesoteliomi e tante altre patologie.

La storia che si ripeteNel '79 il parlamentare Saverio D'Amelio, oggi Sindaco di Ferrandina, dichiarò, a seguito della crisi che colpì la Cemater, di essere consapevole della cancerogenicità dell'amianto però per quel prodotto c'era ancora mercato, pertanto, visto lo stato dei lavoratori e l'agitazione sociale all'epoca in corso insistette sul continuare quella produzione di morte. Produzione continuata sotto sigle societarie diverse sino al '89, anno in cui alcuni cittadini fecero una denuncia per smaltimento illecito di amianto all'interno dello stabilimento. Denuncia a seguito della quale non poterono uscire per diversi giorni di casa perché rischiarono di essere linciati. Il processo che ebbe luogo e che vide imputati i responsabili dello stabilimento difesi dall'avvocato Emilio Nicola Buccico si concluse con l'assoluzione per non aver commesso il fatto. Tra gli elementi che comportarono la caduta del capo di imputazione vi furono sia l'assenza di testimonianze degli operai, probabilmente vessati da pressioni lavorative, sia le perizie tecniche prodotte dagli imputati, e addirittura dal perito della Procura. Entrambe stabilirono che quell'amianto non era cancerogeno. E così che si chiuse nel '94 il processo. E assieme a esso la storia dei lavoratori che oggi devono fare causa all'Inail.

Solo nel 2000 l'Arpab ammette che l'amianto lavorato alla Materit era cancerogeno. Ma intanto cosa è cambiato?La Regione Basilicata aveva autorizzato assieme al Comune di Ferrandina la costruzione d'una discarica accanto al fiume, fatta poi da imprese locali. Contemporaneamente sorse il problema della chimica della Valle del Basento. Chimica che in quel periodo voleva dire Eni spa. C'era infatti il problema d'una zona contaminata da rifiuti di processo industriale molto vasta, e il Comune di Ferrandina risolse la cosa attraverso un comitato tecnico che stabilì come l'unica soluzione possibile era confinare l'area. In pratica scaricare lì perché sarebbe stato troppo costoso andare a smaltire i rifiuti tossici dei processi industriali dove era corretto farlo. Anche in questo caso furono creati accumuli lungo l'alveo del Basento. Anche in questo caso, come per la Materit, le piene potevano portarsi via i rifiuti tossici accumulati. La zona, oggi chiamata area diaframmata, rappresenta purtroppo la minima parte di una zona ben più vasta di contaminazione ambientale, tant'è che nel 2000 il Consorzio industriale di Matera, che si era comprato nel frattempo tutti i  lotti inquinati dall'Eni, affidò allo Studio Omega la caratterizzazione dell'area di Pisticci Scalo e dell'ex Liquichimica di Ferrandina, da cui risultò un pesante inquinamento da mercurio. Nel 2003 la Valbasento diventa Sito di interesse nazionale da bonificare e nel 2004 il Comune di Ferrandina riceve 500 mila euro per mettere in sicurezza la ex Materit. Operazione affidata a un geometra e all'imprenditore locale, come confermato dalla Geogav srl che caratterizzò l'area, che mai avevano fatto lavori in tal senso e che lo stesso Nedo Biancani, dello Studio Omega, ricorda come non sapessero nemmeno da dove cominciare. Così invece di eliminare alla fonte l'origine dell'inquinamento i soldi furono spesi in progettazione, tanto che il Ministero dell'Ambiente arrivò a chiedere al Comune lo stato dei lavori e un “quadro economico” definitivo per far luce sulle spese. La Materit restò invece lì assieme ai 550 big bags solo nel capannone, perché all'esterno risulta una contaminazione del suolo che arriva anche a toccare punte di 62 mila volte oltre i limiti normativi, oltre l'inquinamento della falda da tricoletilene e altri cancerogeni. Una pietra tombale sulla salute del territorio e delle comunità limitrofe.

"Meglio morire di cancro fra vent'anni che morire di fame ora"

Sui motivi dell'abbandono della bonifica, Anna Maria Dubla, presidente dell'Associazione Ambiente e Legalità, ricorda bene la logica distorta in cui “i lavoratori vengono prima” perché, riprendendo una frase detta dallo stesso sindaco D'Amelio all'epoca dei fatti Materit, “è meglio morire di cancro tra vent'anni che di fame ora”. Così il comune di Ferrandina abbandonò la bonifica per dedicarsi alla Mythen spa, cioè alla famiglia Falciola, mandata sotto processo a Milano con una condanna per bancarotta fraudolenta a 5 anni. Motivo? “S'erano fregati – continua la Dubla – i soldi per fare la bonifica dei loro stessi siti inquinati”. Nel frattempo sbarcano in Basilicata si prendono i capannoni della ex Industrie resine speciali (Irs, ndr), prima ancora Liquichimica che aveva già lasciato uno scempio ambientale, e si tengono addirittura i vecchi macchinari Irs degli anni '70 per fare biodiesel. Come si sono potuti utilizzare macchinari non consoni a produzioni di combustibili di nuova generazione non è dato saperlo. La Mythen comunque, di cui l'Arpab recentemente ha analizzato ed evidenziato la contaminazione prodotta dalle acque di processo e di cui abbiamo anche parlato e mostrato con un servizio modalità non proprio consone di scarico, nasce con l'obbligo di fare la bonifica dei terreni e delle acque di falda per la contaminazione da mercurio. Un fatto che “dimostra – ricorda la Dubla – come l'area ex Liquichimica non era stata per niente bonificata”. La società eseguì una caratterizzazione e bonifica di appena 200 metri quadri di terreni dello stabilimento. Nulla per le acque di falda. Nel 2006 venne denunciata dopo l'intervento del Corpo Forestale che accertò nel canale di scarico fango da idrocarburi e mercurio. Da dove era arrivato? Al sequestro seguì pochi mesi dopo il dissequestro da parte del Pm. Motivo? L'Arpab aveva dimenticato d'inviare tutte le analisi, consegnando solo quelle relative a BO2 e CO2, i cui superamenti erano stati depenalizzati dall'ex governo Berlusconi. Per cui multa senza responsabilità penali. Negli anni a seguire si è continuato a produrre inquinamento e non solo, rimarca l'associazione di Ferrandina, perché nonostante la Mythen spa abbia giustificato con il malfunzionamento del depuratore “questi accadimenti sono uno dietro l'altro fino al 2012”. Una questione, quella ambientale in Basilicata, che  – conclude Dubla – “si risolve con la magistratura poiché è sempre valido il concetto chi inquina paga”. Sarà, ma non sembra.

Read more...

Fiat, quando l'azienda è la fedele imitazione del Gulag. La testimonianza di un'operaia

0 commenti

È Stefania Fantauzzi, rappresentante sindacale della Fiom Cgil,a spiegarci tutto quello che in Fiat, a Termoli e in Italia, sta cambiando in peggio. Impossibile ammalarsi, impossibile dissentire dalle prescrizioni del nuovo contratto aziendale voluto da Marchionne e impossibile essere mamma, voler seguire i propri figli e rispettare tutte le regole che l’azienda impone. Stefania ci ha parlato anche di articolo 18 definendo le sue modifiche “la fine della democrazia”
Figli da seguire, orari di fabbrica da rispettare e operaie da ascoltare. È questa in sintesi la vita di una sindacalista Fiom Cigl della Fiat di Termoli. E Stefania Fantauzzi ha voluto proprio denunciare tutto quello che accade all’interno della fabbrica di Rivolta del Re e in generale anche negli altri stabilimenti Fiat italiani. Una situazione che nessuno oserebbe immaginare perché in pochi hanno il coraggio di parlare. Con i nuovi contratti che Marchionne ha fatto firmare, così ha esordito Stefania “è vietato dissentire, chi lo fa rischia quotidianamente di andare a casa”. “Un bel giorno - ci ha raccontato con la rabbia di chi vuole che le cose cambino - ci hanno messi davanti a uno schermo e ci hanno illustrato i nuovi contratti. Lo hanno fatto gente con la giacca e la cravatta che non si è mai sporcata, come me e come tanti altri, le mani con i macchinari della catena di montaggio”.
La nostra curiosità è andata naturalmente sul tipo di contratto che è stato somministrato agli operai. E la nostra donna coraggiosa, senza peli sulla lingua, ci ha spiegato tutto.
“Ci hanno chiesto maggiore flessibilità tutto questo con un numero minore di operai in fabbrica. Hanno aumentato la possibilità di fare ore di straordinario, da 40 di prima alle 120 di oggi. Ma la cosa strana è che te le possono chiedere anche durante la pausa mensa se dovessero servire. Con il contratto vecchio venivano pagate il 50% in più rispetto a quelle ordinarie. Ora, mentendo, hanno detto che verranno aumentate al 70%. Ma questo avviene soltanto se arrivi alle terza ora della giornata. Le prime due hanno una maggiorazione del solo 25%. Tutto questo togliendo il tempo al recupero fisico di cui ciascun operaio ha bisogno. Usano una nuova metodologia imparata in Giappone dove sul posto di lavoro bisogna tenere tutto a portata di mano per stancarsi di meno. Ma questo serve soltanto ad aumentare la produzione non ad agevolare il lavoro degli operai della catena di montaggio. Noi siamo stati robotizzati. Ogni giorno quando si va sul posto di lavoro c’è una voce meccanica che ti dice tutto quello che devi fare. E’ un qualcosa che nessuno avrebbe immaginato anni fa prima che arrivasse Marchionne”.
Dopo dichiarazioni forti come queste era logico chiedere alla nostra operaia cosa pensasse lei e quale fosse la posizione del suo sindacato sulla riforma dell’articolo 18 che tutela(va) i lavoratori dai licenziamenti facili.
“Qua di sicuro si vuole imbrogliare qualcuno. Questa riforma è la fine di un percorso di azioni illegittime del Governo Monti. Si crea così una società dove non esiste la democrazia. L’articolo 18 dovrebbe proteggere dai licenziamenti arbitrari e discriminatori. Era nato per difendere tre operai di Melfi licenziati senza giusta causa reintegrati a lavoro da una sentenza del Tribunale. Questa è una situazione che non va bene non soltanto per gli operai Fiat ma per tutti quelli che ogni giorno devono poter garantire la propria sopravvivenza e quella della loro famiglia. La cosa scandalosa è che si può licenziare se la fabbrica ha problemi economici. Altrettanto grave è il taglio che si fa sugli ammortizzatori sociali. Con le leggi precedenti si veniva assistiti per sette anni ora dopo due anni, se non trovi altra occupazione, non puoi più vivere. Non si tratta di benessere ma di pane quotidiano. Ora è più grave rispetto agli anni 40. In quei tempi se si veniva licenziati ci si dedicava all’agricoltura. Dopo 70 anni abbiamo venduto anche le terre e senza lavoro si rischia di non poter sfamare la nostra famiglia. Con il nuovo articolo 18 accade anche un’altra cosa gravissima. Prima era il giudice a decidere se reintegrare o meno il lavoratore. Ora è l’azienda che può licenziare arbitrariamente, solo se un operaio (a responsabilità individuale) sceglie di non condividere alcune parti del proprio contratto di lavoro. A venir penalizzato è soprattutto il sindacalista che lotta. Il quale difficilmente viene reintegrato dopo essere stato licenziato. Se fai parte di un sindacato dissidente come la Fiom nelle commissioni di fabbrica dove ci sono i sindacati aziendali nemmeno ti ascoltano”.
Ad una donna così non potevamo non chiedere se esistono differenze di trattamento sul posto di lavoro tra operai e operaie. Stefania non si smentisce e anche su questo argomento mostra tutta la sua grinta di lottatrice.
“È ovvio che sia così. Innanzitutto gli uomini finiscono di lavorare e vanno a dormire per noi il recupero fisico è più difficile. Per questo riscuotiamo meno fiducia da parte del capo quando si tratta di far carriera. Solo il fatto che noi possiamo decidere di avere un figlio li spaventa. Ma io sono convinta di una cosa, i nostri figli sono il futuro della nostra società. Trascurare un bambino oggi significa creare un uomo con problemi domani. Non stargli accanto significa non rispettarlo. Un'operaia come me guadagna mille euro al mese. Per far stare bene i miei figli ho dovuto mandarli negli asili privati di Termoli, dove la retta costa 350 euro al mese per ognuno di loro. Per fortuna i miei tre bambini hanno età diverse e quindi non dovevano stare all’asilo tutti e tre insieme. In passato per il fatto di essere mamma ho avuto un’agevolazione di orario. Iniziavo a lavorare alle 7.45 e smettevo alle 16.15 Anche con quegli orari avevo difficoltà ad accompagnare mia figlia a scuola. A Termoli in nessun istituto scolastico le lezioni iniziano prima delle 8. Non esisteva modo di far collimare gli orari con quelli della Fiat. Ma ora per le donne Fiat è tutto finito nonostante siamo solo il 10% quelle con figli che avrebbero bisogno di questi orari. Nessuno capisce che è difficilissimo far lavorare una mamma su tre turni. Lavorare di notte significa far dormire i propri bambini da soli e dormire solo tre ore per poterli seguire. Andare in fabbrica nel turno pomeridiano invece vuol dire non vederli uscire da scuola (si inizia a lavorare alle 13.30) e non poterli seguire nelle loro attività”.
Ma la novità delle ultime ore è che in Fiat è vietato ammalarsi. È la stessa Stefania che ci illustra il problema dopo aver preso confidenza con il nostro organo di stampa
“Ora ci sono nuovi turni e nuovi metodi di lavoro che hanno abbassato la possibilità di assentarsi dalla fabbrica. Il numero massimo di assenze tollerate si è notevolmente abbassato. La novità è che si riunisce una commissione sulla malattia che valuta situazione per situazione. E per chi chiede un numero di giorni inferiore ai sei è solo l’Inps a pagare la sua quota. Quello che spetta all’azienda viene scalato dallo stipendio. Ma accade anche che chi si ammala per periodi lunghi non ha diritto al premio di produzione di 600 euro che la Fiat mette a disposizione”.
Le situazioni appena descritte  non lasciano spazio a dubbi. La maggiore azienda automobilistica italiana ha cambiato il modo di rapportarsi con i propri dipendenti. Ai lettori tocca ora capire se in bene o in male.
Read more...

venerdì 23 marzo 2012

Comunicato StampaRifondazione Comunista di Pomarico per il reddito minimo garantito.

0 commenti





In un momento storico in cui l’unica regola di vita pare essere la lotta tra poveri atta a favorire sempre più il privilegio dei ricchi, Rifondazione Comunista di Pomarico,assieme ad altri soggetti politici,movimenti ed esponenti della società civile, aderisce alla proposta di legge per il Reddito minimo Garantito. Non è vero che, dalla crisi,si esce solo da destra,non è vero che l’unica guida possibile può essere un sistema d’interesse economico bancario con riferimenti nella peggiore espressione del capitalismo italiano e non è vero che l’indice di sopravvivenza collettiva debba essere forzatamente inversamente proporzionale alla perdita di dignità individuale. In quest’ottica il nostro partito sostiene una proposta di legge regionale di iniziativa popolare atta a scardinare uno stato di cose che,favorendo una permanenza di una parte sempre più rilevante della popolazione in uno stato di indigenza,punta a favorire sempre più una zona d’ombra in cui agiscono clientelismi e perdita della cognizione di diritto. Puntare ad un reddito minimo,oltre ad essere indice di una ritrovatà civiltà,è anche un intervento in favore di chi,ormai da tempo,ha perso la propria libertà in favore di scambi per lasciarsi vivere.Per questi motivi Rifondazione Comunista di Pomarico è impegnata già dagli scorsi giorni nella raccolta firme  che proseguirà anche con iniziative di informazione e divulgazione sulla campagna.

Pomarico 21 marzo 2012                                       Rifondazione Comunista di Pomarico
Giovanni Rivecca



Read more...

giovedì 22 marzo 2012

Il lungo calvario dell’articolo 18 e gli operai di Melfi a Palazzo Madama

0 commenti

È il tormentone dell’inverno, l’articolo 18. Per la società civile si tratta di una garanzia conquistata dopo anni di dure lotte, eppure in questi giorni si torna a manifestare per la tutela degli operai dai licenziamenti facili. Lo ha fatto la FIOM il 9 marzo scorso a Roma: Maurizio Landini in testa, l’Italia dei Valori con Felice Belisario… la mesta astensione del Partito Democratico.
Tra i manifestanti, arrivati da diverse regioni d’Italia, anche gli operai FIAT “SATA” di S. Nicola di Melfi, nuovamente reintegrati da una sentenza che Marchionne si ostina ad ignorare; per loro l’invito a Palazzo Madama giunge dal presidente dei senatori IDV Belisario.
Giovedì 15 marzo la delegazione FIOM arriva al Senato per assistere ad una delle tante discussioni sulla riforma del lavoro. Fuori dall’aula sono stati lasciati soprabiti, cellulari, borse e macchine fotografiche; è vietato anche l’uso di carta e penna e agli interventi degli onorevoli non è consentito dissentire né applaudire, poiché “ …il pubblico deveessere super partes!”, come ammonisce un addetto alla sorveglianza ad uno dei delegati, che sorpreso ironizza “…ma noi non siamo un pubblico, siamo il popolo!”.
Le loro testimonianze vengono raccolte alle 14:00, in una conferenza stampa dell’IDV tenutasi nella sala Nassirya: l’Onorevole Belisario apre la conferenza indossando la felpa della FIOM e lamentando la scarsa trasparenza del ministro Elsa Fornero sulle intenzioni di FIAT in Italia. Pur sottolineando l’importanza dell’azienda nel Paese, mette in evidenza anche i vincoli che essa ha nei confronti dello Stato e il debito con gli operai, senza i quali non sarebbe diventata detentrice di
quel potere economico che Marchionne tenta di usare per portare a proprio vantaggio i percorsi giudiziari.
Intervengono anche i senatori Giuliana Carlino, Francesco Pardi ed Elio Lannutti, che trattiene a stento un velo di commozione ricordando il suo passato da operaio.
Ma a commuovere l’intera aula sono gli operai, veri protagonisti della conferenza: Giovanni Barozzino, sindacalista FIOM e Marco Pignatelli che del sindacato ha solo la tessera. Accusati di aver fermato un carrello in azienda durante uno sciopero e licenziati con Antonio Lamorte, anche lui sindacalista, assente per problemi di salute dovuti allo stress subìto a causa di questa vicenda.
La loro innocenza nei fatti è stata ampiamente comprovata in tribunale, assieme al comportamento antisindacale dell’azienda, eppure parlano poco di questo. Ricordano di aver vissuto la vicenda in maniera surreale “quando abbiamo sentito dei tre licenziati, pensavamo si trattasse non di noi, bensì di qualcun altro… non ci sembrava possibile!”dichiara Giovanni Barozzino, con lo sguardo di chi –paradossalmente- ha ancora il timore di doversi giustificare. Poi esprimono la loro solidarietà e una speranza per i tanti compagni che ancora oggi vivono lo stesso dramma o subiscono vessazioni da parte dei lori superiori, nonostante la libertà sindacale sia garantita dalla nostra Costituzione. Infine prende la parola Marco Forgione, che in SATA lavora ancora, ma è stato spostato in un reparto saturo di fumi di saldatura, malgrado abbia avuto dei problemi molto gravi ai polmoni, dopo aver testimoniato in aula a favore dei tre compagni licenziati. Non è un caso limite. Michele Corbosiero non è intervenuto, ma a lui è capitato di svenire durante il lavoro; aveva già subìto un intervento al cuore e dall’ospedale, in cui era stato trasferito dopo la visita in infermeria, era partita la pratica dell’infortunio. Poco dopo riceveva una telefonata dal suo capo che, anziché augurargli una buona convalescenza, gli intimava di ritirare l’infortunio e mettersi in malattia. E’ quello che, da un pò di tempo a questa parte, sembra essere il destino di tutti i lavoratori tesserati a quelle sigle sindacali contrarie, senza ambiguità, agli intenti di stravolgere i contratti di lavoro nazionali e aziendali. Il timore costante di essere licenziati.
Lo vivono sulla loro pelle anche gli altri operai della delegazione FIOM di Melfi: Mimmo Destradis, Maria Labriola, Antonio Martina, Iolanda Picciariello, Pina Imbrenda e Principio Di Nanni. Dalla prima fila della sala Nassirya si è levato il loro applauso più caloroso, agli onorevoli ma soprattutto ai loro colleghi, che –in ultima istanza- hanno espresso un unico desiderio, “…tornare alla nostra meravigliosa normalità” . Semplice come loro. Del resto, è il requisito fondamentale per essere assunti da operai, come dice il titolo del libro di Giovanni Barozzino “Ci volevano con la terza media”…
La speranza più grande, a questo punto, è che questo nostro governo tecnico rifletta attentamente prima di andare ad intaccare quei pochi baluardi rimasti a tutela dei più deboli, come l’articolo 18. Solo in questo modo dimostrerebbe al Paese che davvero il suo intento è di uscire dalla crisi piuttosto che inasprire le tensioni tra le parti sociali. Rifiutando di venire a compromessi con chi, detentore di un vasto potere economico, pretende di poter rimescolare a proprio piacimento anche le carte della politica e della legalità.

Read more...

mercoledì 21 marzo 2012

Monti cambia l’articolo 18, no della Cgil

0 commenti

di Emanuele Di Nicola
La Cgil dice no alla riforma del mercato del lavoro. Il sindacato respinge la modifica dell'articolo 18 proposta dal governo Monti e riserva un duro giudizio sull'operato dell'esecutivo: "Diceva di volere una grande riforma per migliorare il mercato del lavoro, invece introduce i licenziamenti facili", ha detto Camusso. E' quanto emerso al termine dell'incontro di ieri (20 marzo) a Palazzo Chigi.
Ora la parola passa al Parlamento. Non ci sarà un accordo firmato, ha detto il premier Monti, ma verranno verbalizzate le posizioni di tutte le parti, i punti di accordo e di disaccordo. Poi il verbale sarà alla base della proposta che il governo presenterà alle Camere. Giovedì 22 marzo si tiene l'incontro finale, appuntamento alle 16 a Palazzo Chigi.
In quell'occasione, l'esecutivo raccoglierà le opinioni di tutti e scriverà il verbale."Entro venerdì si chiuderanno i testi", ha detto il ministro del Lavoro, Elsa Fornero.
"Doveva essere una riforma per migliorare il mercato del lavoro, invece introduce i licenziamenti facili". Questo il giudizio del segretario generale, Susanna Camusso. "Avendo costruito una norma che sui licenziamenti soggettivi non prevede il reintegro – ha spiegato -, si fa venir meno l'effetto deterrente dell'articolo 18 verso i comportamenti illeciti. La funzione dell'articolo 18 viene così profondamente annullata".
Anche sui licenziamenti economici non è previsto reintegro. "E' una proposta totalmente squilibrata, molto lontana dalle dichiarazioni che sono state fatte. Ieri sera - a suo avviso - abbiamo avuto la dimostrazione che in realtà il governo voleva facilitare i licenziamenti. Vorremmo anche dire che una fetta di imprese e lavoratori sono stati esclusi dal sistema degli ammortizzatori". Poi Camusso ha proseguito: "Qualche elemento positivo lo abbiamo viste sul tema delle forme di ingresso, c'è un'inversione di tendenza rispetto agli ultimi dieci anni di legislazione. Ma nessuno – come fa Fornero – può dire che siamo di fronte alla cancellazione della precarietà". Ha quindi assicurato "sostegno" a chi proverà a cambiare la riforma in Parlamento.
La Cgil avvierà una mobilitazione. "E' assolutamente evidente che questo governo ha molto attenzione al mercato, ma non è attento alle questioni sociali e alle esigenze dei lavoratori. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per contrastare questa riforma, partirà una stagione di mobilitazione e non sarà di breve periodo", ha annunciato Camusso. Riservando nel finale una critica agli altri sindacati: "I miei colleghi di Cisl e Uil hanno condiviso un'ipotesi comune, l'hanno abbandonata ieri". Oggi, 21 marzo, si riunisce il direttivo di Corso Italia.
"Tutte le parti concordano alla nuova formulazione dell'articolo 18, proposta dal ministro Fornero, tranne la Cgil che ha manifestato un'opinione negativa". Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Mario Monti, in conferenza stampa dopo l'incontro. "Per il governo la questione è chiusa, non sarà oggetto del prossimo incontro". Ha poi lasciato la parola al ministro Fornero: "Aumentare l'occupazione e riduzione del precariato, questo il nostro obiettivo ultimo". Il contratto a tempo indeterminato "deve essere il punto di riferimento", a suo avviso, ma questo "non sarà più blindato, e oggi la blindatura è data dall'articolo 18".
LA MODIFICA DELL'ARTICOLO 18. Elsa Fornero ha spiegato la proposta del governo sull'articolo 18. Per i licenziamenti disciplinari è previsto il rinvio al giudice: questo deciderà per il reintegro del lavoratore o l'indennizzo, con un massimo di 27 mensilità. Il reintegro sarà previsto solo "nei casi gravi". Per i licenziamenti discriminatori resta invece l'articolo 18. Per i licenziamenti economici non ci sarà il reintegro, se giudicati illegittimi dal giudice l'indennizzo sarà tra le 15 e le 27 mensilità.
AMMORTIZZATORI E CONTRATTI. I nuovi ammortizzatori sociali entreranno in vigore nel 2017. Una data che è cambiata diverse volte nel corso del negoziato: in questo senso la titolare del dicastero ha accolto la richiesta dei sindacati, che volevano una transizione di cinque anni per l'entrata in vigore del nuovo regime.
Una novità riguarda il contratto a tempo determinato, che potrà durare al massimo 36 mesi. Fornero ha annunciato "un contrasto alla reiterazione" del tempo determinato allo scatto dei tre anni: a quel punto dovrebbe scattare l'assunzione a tempo indeterminato. E' inoltre confermata l'intenzione dell'esecutivo di rendere prevalente il contratto di apprendistato: il percorso lavorativo inizia "con un apprendistato vero", così Fornero, e "prosegue con la formazione sul lavoro. Le imprese e il lavoro devono impegnarsi per quell'incremento di produttività necessario affinché il paese cresca".
"Diamo un giudizio positivo sulle linee guida della riforma". Così il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, nel suo intervento all'interno del tavolo. "Possiamo lavorare intensamente fino a fine settimana per migliorare la riforma", ha aggiunto.
"Per dare un giudizio positivo sulla riforma servono modifiche". E' l'opinione del segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. "Ho apprezzato – ha detto – che sia stato scritto che, in caso di licenziamento disciplinare senza giusta causa, il giudice non possa fare altro che reintegrare". Sui licenziamenti economici, invece, "avevamo chiesto che fosse delegata al giudice la possibilità di decidere tra reintegro e indennizzo. Il testo che ci è stato letto non dice così".
Il giudizio di Confindustria è "complessivamente positivo", anche se la riforma può migliorare nei prossimi giorni. Lo ha detto il presidente Emma Marcegaglia: "Condividiamo la lotta alla cattiva flessibilità, ma non quella sulla buona flessibilità come i contratti a termine". Sui licenziamenti "chiedevamo di più, ma abbiamo aderito alla mediazione del governo. L'indennizzo massimo di 27 mesi è troppo alto, dobbiamo restare in standard europei". Infine, anche le piccole e medie imprese criticano le 27 mensilità per licenziamenti economici. "Ci sembrano eccessive. Se a un'impresa che è in forte difficoltà si chiedono 27 mensilità, è come dire chiudete subito". Queste le parole del presidente di Rete Imprese Italia, Marco Venturi.
da rassegna.it

Read more...