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sabato 15 settembre 2012

Fiat, Passera richiama il Lingotto «Serve chiarezza su Fabbrica Italia»

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Fornero: Ho chiesto un incontro a Marchionne nei prossimi giorni»
Bonanni: «Indicazione forte, se salta la Fiat il sud è nei guai»
Il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera (Ansa)
Venerdì sera era arrivata persino le accuse di Cesare Romiti, storico amministratore delegato della Fiat, sulla strategie manageriali dei vertici della casa torinese, sabato è arrivata la dichiarazione più attesa. Quella del ministro Passera: «È giusto, importante ed urgente fare chiarezza al più presto possibile al mercato e agli italiani», ha detto il ministro dello Sviluppo, ribadendo che «è ovvia l'attenzione del governo sul settore dell'automotive. Vogliamo capire fino in fondo le implicazioni di una serie di annunci che si sono susseguiti e che non permettono ancora di comprendere le strategie di Fiat in Italia. Faremo di tutto perchè nell'ambito della crescita di Fiat l'Italia abbia un ruolo importante. Non è pensabile - ribadisce Passera - che la politica si sostituisca alle scelte imprenditoriali e di investimento ma assicuriamo massima attenzione ed impegno. Non sarà certo il governo a sostituirsi alle responsabilità imprenditoriali e a prendere le decisioni di investimento dell'azienda».
IL POSSIBILE INCONTRO - «Il governo da parte sua e nei limiti di quanto le norme consentono farà la sua parte per assicurare che questa informativa venga data e per far sì che nel piano sviluppo del gruppo Fiat che riteniamo importante, l'Italia abbia un ruolo il più possibile valorizza» ha proseguito Passera appena arrivato al meeting della Confesercenti in corso a Perugia. «Non è questione di telecronaca di incontri. Queste sono cose che spesso non servono e neanche aiutano», ha risposto il ministro a una domanda su un possibile incontro del governo con i vertici Fiat. Incontro, peraltro, chiesto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero che da Verona dice: «Vorremmo veramente approfondire con il dottor Marchionne che cosa ha in mente per i suoi piani d'investimento e per l'occupazione in questo paese», aggiungendo di aver già chiesto all'amministratore delegato della Fiat un incontro e di confidare che questo possa avvenire «nei prossimi giorni.
BONANNI: «FORTE INDICAZIONE CULTURALE» - Positiva l'immediata reazione dei sindacati, con il segretario nazionale della Cisl Raffaele Bonanni che, dallo stesso palco, prima scherza («Passera ha detto una cosa importante, come avrebbe fatto un politico. Perchè anche Passera è un politico...»), poi evidenzia: «Passera ha detto, voi fate la vostra parte, noi facciamo la nostra. È una indicazione culturale forte al Paese», facendo riferimento alla questione degli aumenti salariali legati alla maggiore produttività.
LA QUESTIONE DEL MEZZOGIORNO - Bonanni ha poi voluto sottolineare: «Io ho il problema di centinaia di migliaia di persone nel centro-sud che, se salta la Fiat, sono nei guai. Questi della Fiat non sono dei santi, non sono dei filantropi, ma sono gli unici che in Italia sanno costruire automobili e, se saltano loro, ci fanno ballare in tutto il Mezzogiorno». Quindi, sull'onda lunga della richiesta di chiarimenti espressa da Passera, il leader della Cisl ha richiesto che Marchionne chiarisca «subito. Prima di portare il piano deve dire in un luogo pubblico che lo sospende solo perchè il mercato va male e che ripartirà quando il mercato si riprenderà».

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Primi licenziati col "nuovo" art. 18: discriminazione sindacale

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Al via i "licenziamenti per motivi economici" permessi dal "rinnovato" art. 18. E sono casi di discriminazione sindacale piena.

Referendum, per Yuri e altri
Mauro Ravarino
Ti chiamano alle 12 o alle 16,30, poco cambia. Sei appena tornato dalle ferie o, peggio, dalla cassa integrazione. Non hai nemmeno il tempo di pensare cosa vorranno dirti che ti avvisano subito: vai in ufficio, ti vuole il direttore o la segretaria del capo del personale. Pochi dettagli non cambiano una storia che si ripete quasi in fotocopia. Percorri i corridoi della fabbrica e quando si apre la porta della stanza, l'atteggiamento di chi ti accoglie è ogni volta identico: freddo ma educato. Il motivo della chiamata è lo stesso, per tutti, licenziamento per «motivi economici».
È successo a Vittorio, Yuri, Mirko, Martino, Daniele e Paolo. Cinque sono iscritti alla Fiom, uno è un ex iscritto. Sono, tra i metalmeccanici, le prime vittime della riforma Fornero, che ha modificato, svuotandolo, l'articolo 18. D'altronde la legge è in vigore dal 18 luglio, perché non applicarla si sarà detto qualche imprenditore (nei giorni scorsi ad approfittarne è stato il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, che ha lasciato a casa due lavoratori).
Questa è la storia di sei lavoratori scomodi. I primi tre lavorano in un'azienda dell'astigiano, gli altri in una ditta di Moncalieri, sessanta chilometri di distanza lungo le strade di un Piemonte sempre più marchionizzato. Partiamo da Cerro Tanaro, in provincia di Asti, dalla Lagor, che produce nuclei per trasformatori elettrici. Vittorio Gaffodio ha 45 anni e ci lavora dal '91. «L'ho vista crescere». È membro della segreteria provinciale delle tute blu della Cigl, eletto la prima volta Rsu nel 2003: «L'anno successivo chiediamo all'azienda un'analisi della polveri. Risulta la presenza di silicio e cromo esavalente. Preoccupati, chiediamo di fare installare degli aspiratori, ma la risposta è picche. Sono percentuali inique, dicono. Successivamente facciamo denuncia allo Spresal dell'Asl, che nell'ottobre del 2010 si presenta per le indagini. Da quel momento inizia nei miei confronti un duro attacco e continue pressioni. In bacheca compare un documento aziendale che parla di un rapporto di fiducia rotto, la direzione minaccia di togliere i premi aziendali». Vince la paura. «La Fim decide di raccogliere le firme per far decadere le Rsu». La Fiom che per sette anni era stata maggioranza alle elezioni perde. «E così, nei due anni successivi, ogni volta, che spuntava la cassa integrazione ero il primo a essere lasciato a casa, con il salario ridotto a 750-800 euro al mese, una moglie attualmente disoccupata e un mutuo da pagare».
Arriviamo a venerdì scorso, alle 12. «Stavo facendo il primo turno, mi chiama il direttore e mi dà un foglio. Da quel momento vengo licenziato per motivi oggettivi. In una recente visita, richiesta dal medico aziendale, sono stato considerato inidoneo nello svolgere il turno di notte». Il pretesto. «E pensare che in tutta la mia carriera in Lagor l'avrò fatto una settimana tanti anni fa». Vittorio si domanda: «Questi sarebbero licenziamenti economici? Si risolve la crisi mandando a casa tre lavoratori in uno stabilimento che ne conta cento? Non sono altro che discriminatori contro chi ha alzato la testa. Prima della riforma Fornero si sarebbe aperta una procedura di mobilità. Ora, non ho nemmeno il diritto agli ammortizzatori». Ma rimane ottimista e spera nel referendum contro la riforma.
Insieme a Gaffodio, il licenziamento è stato notificato a Mirko Passalacqua e a Yuri Cravanzola: «Non sarò un rompiscatole come Vittorio - racconta Cravanzola - ma da quando decisi di non firmare il documento che fece decadere le Rsu, anch'io ho subito pressioni e l'offerta di una buonuscita di 7 mila euro. Non l'ho accettata. Venerdì è stata una doccia fredda. Vogliono toglierci ogni diritto, renderci schiavi. Il ministro Fornero diceva che con la riforma ci avrebbe fatto un favore, mi chiedo ora, che avrebbe fatto se voleva farci un torto».
Sta seguendo da vicino la vicenda Giuseppe Morabito, segretario Fiom Asti: «C'è stato un calo di commesse, ma l'azienda non ha mai chiesto cassa straordinaria o mobilità. Impugneremo i licenziamenti e dimostreremo che i motivi non sussistono. Purtroppo, i lavoratori rischiano di vedersi riconosciuto solo l'indennizzo e non il reintegro».
A Moncalieri, alla Model Master, azienda di design con 150 addetti, stesso copione: tre lavoratori, iscritti alla Fiom e il pretesto della crisi. Martino Grisorio, ex Rsu entrato in fabbrica 25 anni fa, racconta la sua vicenda e quella dei colleghi, Daniele Giordanino e Paolo Bauducco, modellatori di stile: «Il 3 settembre, alle 16,30, veniamo convocati e ci viene data lettera di licenziamento con motivazioni oggettive di natura economica».
Per Giordanino non è una prima volta: anni fa era stato licenziato senza giusta causa e poi riammesso dal giudice, grazie all'articolo 18. Come alla Lagor, c'è un passaggio determinante: «Nei mesi scorsi ci siamo opposti all'adozione di un contratto stile Fiat, con l'uscita da Confindustria e dal contratto nazionale. E da quel momento l'azienda ha evitato ogni dialogo con noi, anche quando è stata decisa una quarta settimana di chiusura di alcuni reparti. Non sono veri i motivi economici: mesi fa sono stati assunti alcuni addetti nel nostro reparto. Noi siamo i primi a subire la riforma, c'è bisogno di un argine. Dobbiamo convincere i giudici della discriminazione». Mercoledì ci sono state due ore di sciopero. Secondo Edi Lazzi, funzionario Fiom, «questa vicenda testimonia come sia una legge sbagliata e da cambiare».


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venerdì 14 settembre 2012

Dal 15 al 21 ottobre…una settimana per il reddito garantito!

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Nel giugno scorso un’ampia coalizione di associazioni, reti sociali, partiti, movimenti, comitati, collettivi ha lanciato la campagna per un reddito minimo garantito in Italia. Una campagna nata intorno ad una proposta di legge di iniziativa popolare che intende istituire anche nel nostro Paese una garanzia per il reddito per coloro che sono precari, disoccupati e inoccupati, oggi soprattutto giovani, donne e Working Poor.
Una campagna che vuole rilanciare quelle fondamenta di un modello sociale europeo che le politiche neoliberiste hanno minato, per un Welfare universale che garantisca misure di sostegno alle persone, per rilanciare politiche di redistribuzione delle ricchezze e mettere al centro del dibattito politico le garanzie, i diritti, le libertà di scelta delle persone.
La proposta di legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito in Italia lanciata a giugno (e che continua a raccogliere adesioni e sostegno) terminerà a dicembre: l’obiettivo minimo è raggiungere almeno 50 mila, ma si può fare di più! Raccogliere migliaia e migliaia di firme significa dare un segnale politico e sociale importantissimo, sia alla società che alla politica italiana. Ma non solo: questa campagna rende possibile l’opportunità di discutere di reddito e diritti, di parlare alla società, nelle strade, piazze, università, luoghi di lavoro, con i giovani, le donne, i precari, gli studenti. In poche parole, una grande opportunità di comunicazione e iniziativa sociale che dia maggior forza ad una nuova stagione di diritti a partire dal reddito garantito.
Per questo, oltre le tante iniziative già realizzate durante questi mesi e promosse dai partecipanti alla campagna, riteniamo importante proporre la realizzazione di un evento comune: “LA SETTIMANA PER IL REDDITO GARANTITO” dal 15 al 21 ottobre. Una settimana comune, per tutti coloro che partecipano o vogliono partecipare alla campagna e alla raccolta firme, in cui realizzare:
concerti, dibattiti, spettacoli teatrali, volantinaggi, reading, presentazioni di libri, seminari, dance hall, cineforum, performance e quant’altro possa essere utile a comunicare, approfondire, rendere visibile il tema del reddito garantito nei mercati rionali, nelle sedi delle associazioni, nelle piazze delle città, librerie, centri sociali, fuori i supermercati, i posti di lavoro, le università, i luoghi di ritrovo.
Una SETTIMANA PER IL REDDITO GARANTITO dove tutti insieme, a carattere locale ed in forma autonoma, si dia vita ad una grande comunicazione sociale, si raccolgano migliaia di firme, si dia corpo alla fantasia e alla creatività, si costruisca un grande evento comunicativo in cui il tema del reddito garantito attraversi la penisola. Si possono realizzare iniziative per la settimana intera o anche solo un giorno, l’importante è che in quella settimana in ogni dove si parli di reddito, Welfare, diritti e si raccolgano firme.
Proponiamo dunque di dare vita ad una settimana di iniziative nella vostra città, di comunicarne il programma a redditominimogarantito@sxmail.it cosi che tutte le iniziative raccolte possano essere visibili attraverso il sito ufficiale della campagna www.redditogarantito.it . Inoltre, vi chiediamo di fare foto e video delle iniziative da pubblicare e far circolare in rete.
www.redditogarantito.it

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Fiat: «Nessun impegno assoluto». Landini: «Che fa il governo?»

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Ci sono state dichiarazioni «preoccupate» di esponenti politici e sindacali? La Fiat così ieri ha voluto tranquillizare: il progetto Fabbrica Italia che prevedeva 20 miliardi di investimenti non è più un «impegno assoluto», perché le «cose sono profondamente cambiate», dunque «il piano prodotti e i relativi investimenti sono oggetto di costante revisione per adeguarli all’andamento dei mercati». «Se dalla nota della Fiat emerge che il famoso piano Fabbrica Italia rischia di non esserci più, siamo di fronte ad un problema molto serio», commenta il segretario della Fiom, Maurizio Landini.
«Non aver fatto gli investimenti – sottolinea il leader dei metalmeccanici Cgil – ha determinato che la Fiat venda meno di altri perché non ha i modelli. In più, c’è il rischio che in Italia un sistema industriale dell’auto, non solo Fiat e componentistica, salti. Quindi la discussione nel governo e nella politica di questo Paese dovrebbe essere di come si fa a evitare che il sistema imploda, salti e si perdano altri posti di lavoro». Nel frattempo, nella fabbrica di Termini Imerese chiusa dalla Fiat è ancora allarme: lo stop, dice la Fiom, alla conversione del decreto sugli esodati, che riguarda 55mila lavoratori compresi i 450 operai della dello stabilimento siciliano, impedirebbe al Lingotto di richiedere un ulteriore anno di cassa integrazione per i restanti dipendenti con il licenziamento a partire dal primo gennaio, cioè alla scadenza dell’attuale Cig, di tutti.

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giovedì 13 settembre 2012

Grecia, disoccupazione al 23,6 %. Farmacisti ancora in tensione. 26 settembre è sciopero generale.

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Il quadro attuale della Grecia continua ad essere preoccupante. Se da una parte il Ministero della Sanità greco ha risarcito i farmacisti degli arretrati che doveva finoal giugno scorso la tensione non è placata. Tutt'altro. La tensione dei farmacisti greci  è così alta che oggi oltra ad essere in agitazione ma ora sembrano divisi fra di loro.
Tra loro c'è chi chiede la sospensione della protesta per permettere la ripresa della fornitura dei medicinali a credito agli assistiti dell'Ente nazionale per la Prestazione dei Servizi Sanitari (Eopyy). Altri invece non sono affatto disposti a fermarsi. Vogliono continuare fino a quando non avranno ricevuto tutti gli arretrati.
Il tasso di disoccupazione nel frattempo dal 22, 6 % è salito al 23, 6 %, un livello record dal 1998.
Ed è tempo di nuovi scioperi genrali: i due maggiori sindacati del paese ne hanno proclamato uno per il l 26 settembre e  sempre contro i piani di risanamento dei conti pubblici portati avanti dal governo.
Questo è stato deciso il giorno prima di una riunione tra Ministri delle Finanze, l'Eurogruppo e l'Econfin di tutta l'Ue a 27 che
inizieranno domani a Cipro, in cui il caso Grecia potrebbe tornare alla ribalta.
La coalizione guidata da Samaras e che sostiene l'attuale esecutivo sta tentando di chiudere su un pacchetto di misure da 11,5 miliardi. Attraverso queste vorrebbe recuperare il terreno perso sui piani di risamento. Questi piani sono stati accettati anche dalla Grecia.
Ma non si tratta solo di dover chiudere la faccenda con i partiti di riferimento: il governo greco deve convincere della validità delle misure previste la troika degli ispettori di Commissione europea, Bce e Fmi.
Il clima è teso:  proprio contro queste misure, il Gsee, in Grecia il più importante sindacato del settore privato e l'Adedy, sigla di riferimento nel settore pubblico, hanno indetto questo uno sciopero generale di 24 ore.

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mercoledì 12 settembre 2012

Cgia, nel secondo semestre l'Italia rischia di perdere 202.000 posti di lavoro

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Preoccupazione per i dati consegnati dalla Cgia di Mestre ed emersi incrociando i dati occupazionali dell'Istat e quelli realizzati da Prometeia. Secondo i risultati nel secondo semestre di quest'anno in Italia si rischia di perdere 202.000 posti di lavoro. Tra questi, va specificato, 172.000 sono in forza tra le piccole e medie imprese.
"Il risultato emerso è preoccupante rispetto al secondo trimestre del 2012 - dichiara Cgia. - Nella seconda parte dell'anno infatti corriamo il rischio di ritrovarci con 202.000 occupati in meno. Se teniamo conto che circa 30.000 esuberi sono riconducibili ad addetti occupati nelle grandi aziende che hanno aperto un tavolo di crisi presso il ministero dello Sviluppo Economico, gli altri 172.000 sono alle dipendenze delle piccole e medie imprese". "Premesso che negli ultimi quattro anni la variazione dei posti di lavoro riferiti alla seconda parte dell'anno e' sempre stata negativa - dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia - la stima riferita al 2012 e' comunque peggiore solo al dato di consuntivo riferito al 2009. Purtroppo - prosegue Bortolussi - in queste ore non si sta consumando solo la drammatica situazione dei lavoratori dell'Alcoa o dei minatori del Carbosulcis, ma anche quella di decine e decine di migliaia di addetti delle pmi che rischiano di rimanere senza lavoro".
La Cgia si esprime con chiarezza e invita lo stesso Governo ad aiutare le piccole e medie imprese. "Le ristrutturazioni industriali avvenute negli anni '70, '80 e nei primi anni '90 presentavano un denominatore comune. Chi veniva espulso dalle grandi imprese spesso rientrava nel mercato del lavoro percheé assunto in una pmi. Oggi anche queste ultime sono in difficolta' e non ce la fanno più a creare nuovi posti di lavoro. Per ridare slancio alle piccole realtà imprenditoriali che continuano ad essere l'asse portante della nostra economia diventa determinante recepire in tempi brevissimi la Direttiva europea contro il ritardo dei pagamenti, per garantire una certezza economica a chi, attualmente, viene pagato mediamente dopo 120/180 giorni dall'emissione della fattura. Bisogna trovare il modo - conclude Bortolussi - per agevolarne l'accesso al credito, altrimenti l'assenza di liquidita' rischia di buttarle fuori
mercato. Infine, bisogna alleggerire il carico fiscale premiando anche i lavoratori dipendenti, altrimenti sarà estremamente difficile far ripartire i consumi interni".


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Alcoa, il Governo lascia scivolare la vertenza verso la chiusura degli impianti. Rabbia e amarezza tra i lavoratori

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Da qui non ce ne andiamo!”. Hanno dovuto faticare i sindacalisti per convincere i lavoratori dell’Alcoa a togliere il presidio sotto le finestre del ministero dello Sviluppo in via Molise. Soltanto a tarda sera i caschi gialli sono risaliti sui pullman per rientrare in Sardegna portandosi dietro un grande carico di amarezza, che non è detto che riusciranno a smaltire tanto facilmente. La lotta continuerà in Sardegna.
Amarezza per l’immobilismo della trattativa e per quel risultato, “dilazione dei tempi di spegnimento” (fino al 30 novembre) che non lascia ben sperare nemmeno per un eventuale nuovo acquirente. Spegnere un impianto per la produzione di alluminio non è come fermare l’automobile in garage. Ora entrano in gioco le “diplomazie sotterranee” sulle quali però si perde ogni controllo da parte dei lavoratori. Intanto, anche i sindacati, che invocano l'apertura di un tavolo a Palazzo Chigi, giudicando deludente l'esito del vertice sull'Alcoa al ministero dello Sviluppo economico.
Per il resto, l'Alcoa si sarebbe detta disponibile ad aprire una trattativa con Klesch, azienda con sede a Ginevra attiva nel settore delle commodity, e il ministro Corrado Passera, che si è mantenuto inspiegabilmente “a distanza di sicurezza” dalla trattativa (come tutto il Governo), avrebbe definito la vertenza ''non un caso impossibile''. Il fermo delle celle elettrolitiche sarebbe di fatto rallentato dai primi di ottobre al primo novembre e la fonderia resterebbe in funzione fino al 30 novembre. Inoltre dal 10 novembre partirebbe un'attivita' di preparazione alla rimessa in funzione di 50 celle.
L'altra azienda in campo e' la svizzera Glencore, che tuttavia ha manifestato il suo interessamento solo attraverso il ministero dello Sviluppo. Alla fine dell'incontro il dicastero ha spiegato di essere impegnato nel sollecitare le imprese che sono interessare ad ''avviare in tempo rapidi le negoziazioni'' per il passaggio dell'impianto, ferma restando sia l'adozione di tecniche in grado di far rifunzionare rapidamente lo smelter sia la cig in deroga per i lavoratori dell'indotto. Una convocazione delle due societa' sarebbe ipotizzabile a breve. Un'altro segnale positivo e' arrivato dall'Enel: l'ad Fulvio Conti ha assicurato la ''disponibilita"' del gruppo a studiare i progetti proposti dalle istituzioni sulle questioni energetiche che riguardano la Sardegna.

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lunedì 10 settembre 2012

Ilva, torna l'incubo della chiusura. L'azienda continua a fare melina

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orna in alto mare (di veleni) la vicenda dell’Ilva. Il Governo si gioca qui un pezzo della partita su “Cresci Italia”. Se quelle sulla crescita dopo l’austerity non sono chiacchiere dovrebbe uscire qualcosa di positivo. O no? Per il momento a farla da padrone è ancora l'Ilva che con la strategia del ricatto sta dilazionando i tempi del risanamento. 
Mentre a Roma approda questa settimana nell'aula della Camera il decreto legge 129 del 7 agosto scorso relativo alla bonifica dell'area di Taranto, come era prevedibile l’’azienda sta cercando di guadagnare tempo in attesa della nuova Aia fregandosene alla grande delle prescrizioni della magistratura. Da sabato della scorsa settimana, quando ci fu un vertice a Palazzo di Giustizia, e' scattata la fase attuativa del sequestro disposto dalla Magistratura lo scorso 25 luglio con l'ordinanza del gip Patrizia Todisco. Ma fino ad oggi l’unico provvedimento è stata la sospensione, salvo deroghe, dell'arrivo di nuove materie prime, minerale di ferro e carbon fossile. I nuovi interventi sugli altri impianti sottoposti a sequestro: agglomerato, cokerie, altiforni, acciaierie e gestione materiali ferrosi rimangono sulla carta. Nonostante il mandato affidato dalla Procura ai custodi sia chiarissimo: far cessare le emissioni inquinanti che procurano danni alla salute dei cittadini e dei lavoratori dell'Ilva, l’azienda ha presentato alla Procura una serie di proposte che partendo dai parchi minerali, soggetti a blocco, si allargano poi ad altre situazioni critiche ma senza apportare modifiche sostanziale. Tanto che lo stesso procuratore Franco Sebastio avrebbe espresso un forte dose di contrarietà verso il comportamento dell’azienda. Non e' una novita', d'altra parte, che sul parco minerali (il primo anello della catena) la Procura da tempo abbia detto che intensificare la filmatura o l'irrorazione con acqua non e' una vera soluzione, anzi c'e' il rischio che, non esistendo a valle un sistema di convogliamento delle acque di scarico, si aggravi anche l'inquinamento a seguito di quest'intensificazione. Un altro punto di contrasto emerso e' che l'Ilva presenta le sue proposte alla Procura e non al gip Todisco. La Procura ha già fatto presente che il suo ruolo e' quello di organo di esecuzione delle misure del giudice delle indagini preliminari e quindi ogni possibile ed eventuale variazione che riguardi le misure stesse del sequestro va presentata e discussa con lo stesso gip. E tuttavia pare molto difficile che la magistratura possa concedere qualcosa all'Ilva. Si è di fatto riaperta una lotta contro il tempo che porta dritta alla sospensione della produzione Se c'e' un punto sul quale anche il procuratore capo Franco Sebastio e' stato chiarissimo e' che il sequestro non prevede facolta' d'uso. L’azienda deve quindi mettere rapidamente fine alle emissioni inquinanti. Il fatto che l'Ilva sia tutt'altro al riparo da una stretta del sequestro con riflessi anche sulla produzione e' condiviso anche dai sindacati, che la questa settimana torneranno a chiedere l'incontro ai custodi e all'azienda. I sindacati mettono in evidenza come a fronte delle dichiarazioni rassicuranti del premier Monti, dei ministri Clini e Passera e dello stesso Ferrante, i quali dicono che l'azienda non puo' chiudere e che non c'e' blocco, la realta' presenti un'altra situazione perche' "dall'accelazione data sabato scorso dal procuratore si e' poi passati alle misure specifiche sui parchi e nulla esclude che altre misure a breve possano essere adottate sugli altri impianti. Durante il dibattito oggi in aula, l'intervento di Zazzera dell'Idv ha chiarito quali sono i veri numeri in campo: "Con questo decreto, la crisi dell'Ilva è solo rinviata. Dei 336 milioni di euro stanziati, solo 119 sono destinati alle bonifiche. Ad oggi di soldi veri da destinare a questa funzione fondamentale ce ne sono solo 79 e di questi 59 sono della regione Puglia. Il ministero ne mette appena 20 di milioni. Per questo, diciamo che siamo di fronte ad un decreto bluff, che arriva tardi, senza soldi, non garantisce trasparenza, e - ha concluso - non risolve nessuno dei tanti problemi di Taranto".


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Alcoa, i caschi gialli in massa a Roma per difendere il posto di lavoro. Ferrero: "O si trova un imprenditore disposto a rilevare l'azienda oppure la deve rilevare lo Stato"

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Preceduti da una campagna mediatica che li indica come terroristi (vedi gli articoli che le varie testate on line hanno ricavato dai dispacci di alcune agenzie come l'Ansa) 350 lavoratori dell'Alcoa manifesteranno stamattina a Roma. Sono sbarcati all'alba a Civitavecchia, accolti da una delegazione di Cgil, Cisl e Uil. Circa un centinaio arriveranno invece da Cagliari in aereo a Fiumicino. Previsti anche tre pullman delle amministrazioni comunali e provinciali. La speranza è che il Governo si impegni in modo più diretto rispetto a una vicenda che rischia davvero di segnare definitivamente il futuro della Sardegna.

Quella di oggi è una ‘’tappa importante’’ nella vertenza dell’Alcoa, ha detto ieri il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, dal workshop Ambrosetti a Cernobbio. "In ogni caso bisogna trovare soluzioni economicamente sostenibili e rispettose delle regole europee". I casi di crisi aziendali, ha aggiunto, "sono tantissimi, tutti diversi e su tutti c'e' l'impegno" del governo. La verità è che il Governo non ha mezza idea su come affrontare questa come le tante altre crisi, a cominciare dalla Fiat. I dossier al ministero sono circa 150 per diverse migliaia di posti di lavoro a rischio. In un momento in cui si parla di crescita è chiaro che l'esecutivo non può pensare di "tirare a campare"
La partenza del corteo è da piazza della Repubblica per concludersi in via Molise, davanti alla sede del Ministero dello Sviluppo economico, dove intorno alle 15 si terrà l'incontro sulla vertenza dell'Alcoa. In piazza diverse centinaia di lavoratori. Alcuni indossano magliette con scritto 'Sulcis in lotta' e mostrano bandiere sarde. 'Armati' di trombette e con in testa i caschetti da operai, si preparano al corteo. Con loro, anche 23 sindaci dei maggiori centri del Sulcis-Iglesiente, fra cui Carbonia. La vicenda sul falso ordigno ritrovato all'interno del sito produttivo ha scatenato una vera e propria campagna "colpevolista". Tanto che lo schieramento di forze dell'ordine è piuttosto imponente e da Cagliari sono addirittura giunti alcuni funzionari della Digos. La polizia non sembra gradire, comunque, il protagonismo dei lavoratori.

Una persona è rimasta ferita. e' accaduto proprio  durante la protesta. L'uomo pare essere caduto nel tentativo di spostarsi all'ennesimo scoppio di un petardo sotto al Ministero dello Sviluppo economico e ha battuto un ginocchio. Sul posto è immediatamente intervenuto il 118 e i medici hanno soccorso il manifestante in strada.

Paolo Ferrero, Segretario Nazionale di Rifondazione si esprime con chiarezza: ""O si trova un imprenditore disposto a rilevare l'azienda oppure la deve rilevare lo Stato. Non e' possibile - aggiunge - che la gente del Sulcis non sappia di che vivere". Al sit in sono intervenuti altri dirigenti politici. Tra gli altri, Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, che è stato contestato. 
Mentre a Roma si svolge la manifestazione Alcoa, a Portovesme davanti alla fabbrica si sono radunati gli operai in un piccolo presidio. In delle 24 ore di sciopero proclamate dai sindacati i lavoratori rimasti in Sardegna hanno deciso di aspettare le notizie sul vertice romano in un sit in davanti all'ingresso della fabbrica.

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Continua l'inchiesta di Basilicata24 sulla questione radioattivo nella nostra regione

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Continua l'inchiesta di Basilicata24 sulla questione radioattivo nella nostra regione. Tra storie di traffici internazionali e bidoni presentiamo anche i dati d'un monitoraggio che abbiamo effettuato lungo un anno, e che desta molti interrogativi

Pane amore e radiazioni
di Andrea Spartaco

Dei 600 bidoni di rifiuti radioattivi partiti dal Centro Enea di Rotondella, 500 dei quali smaltiti illegalmente in Somalia e 100 in terra lucana, s'è detto tanto. L'ipotesi d'interramento in Basilicata è rimasta sempre presunta. Ultimamente vi abbiamo raccontato dalle pagine del giornale (Trasfusioni sospette del 25/08/2012) che sino al 2007 ancora si cercavano. Era stato infatti emesso un decreto d'ispezione che coinvolgeva l'Istituto nazionale di geofisica. E soprattutto, che si cercavano addirittura in un terreno praticamente attaccato a un paesino senza industrie, dove i tanti cancri destano oggi forti dubbi tra la popolazione sulla salubrità dell'area. In una zona, tra l'altro, distante da quella spiegata dal pentito della 'ndrangheta Francesco Fonti ai procuratori nel 2003. Il testimone che ci ha raccontato l'ispezione parlava d'una “sceneggiata”, sottolinenando la morte sospetta del padre che aveva denunciato nel 2004 una buca enorme scavata nel suo fondo, e aveva raccontato al figlio di strani movimenti di camion e della ricopertura del cratere avvenuta subito dopo la denuncia. Fonti può certo essere uno che racconta frottole in merito, ma secondo la procura di Reggio Calabria è uno che ha permesso di fare arresti importanti, tanto che il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia (Dda, ndr) Vincenzo Macrì ricordò in una Commissione d'essersene avvalso “con grande profitto” perché “fornì molte e riscontrate notizie sulle 'ndrine calabresi”. Quale ipotesi è dunque valida? Quella del mafioso che si beffa dei procuratori di mezza Italia, lucani compresi, raccontando l'esistenza d'un intreccio internazionale tra mafia, Servizi segreti di Stato (risultava, ha evidenziato un libro di Riccardo Bocca de L'Espresso, sul libro paga dei Servizi sotto altro nome, ndr), massoneria e imprese attivo pure nella nostra regione? O quella della verità che si deve tacere?

continuate a leggere della tratta dei rifiuti radioattivi tra Basilicata e Africa e di un monitoraggio durato un anno che abbiamo eseguito nei calanchi lucani... e c'è molto altro (prossimamente...)
su Basilicata24, in edicola sino a venerdì prox...
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Quasi 4,5 milioni di persone hanno problemi con il lavoro

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L’area della sofferenza occupazionale riguarda in Italia quasi 4,4 milioni di persone. È quanto sostiene la Cgil in una sua analisi, spiegando che nel secondo trimestre ai 2,7 milioni di disoccupati censiti dall’Istat vanno aggiunti 1.687.000 persone tra «scoraggiati» (coloro, cioè che non cercano più lavoro poiché pensano di non trovarlo) e cassaintegrati. Nel complesso, dice il sindacato, si ritrovano nell’area del disagio occupazionale 2.475.000 persone. Con un aumento percentuale negli ultimi cinque anni di ben il 77%. Il dato emerge da uno studio dell’Ires (il centro studi Cgil) che sottolinea come nel nostro Paese l’inattività sia un fenomeno molto più diffuso rispetto al resto dell’Europa. Dentro quest’area – si legge nella ricerca – «si trova una parte rilevante di esclusi dal mondo del lavoro non formalmente riconosciuti come disoccupati. Sarebbe altrimenti inspiegabile un tasso di disoccupazione nella media e un tasso di occupazione molto più basso di quello europeo». «Le motivazioni dell’inattività sono molteplici – spiegano Raffaele Minelli, presidente dell’Ires e Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio – ma la forza lavoro potenziale rilevabile al suo interno è appunto di oltre tre milioni di persone». «È una simulazione molto realistica e prudenziale della vera area di disagio occupazionale – affermano – e rappresenta l’ immagine, purtroppo più vera e drammatica, di come la crisi ha colpito il lavoro. A questi milioni di persone non si può dire che la prospettiva di essere travolti dalla crisi si è allontanata. È evidente che il lavoro è il principale fattore non affrontato dal governo per uscire dalla crisi».
Secondo un altro rapporto di Unioncamere, nel 2012 ci saranno 407.000 assunzioni a carattere non stagionale programmate dalle imprese, -31,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di quasi 59.000 laureati (14,5%), 166.000 diplomati (il 40,9%), 50.000 qualifiche professionali (il 12,3%) e circa 132.000 persone prive di un titolo di studio specifico (il 32,3%). Rispetto allo scorso anno, c’è un incremento della quota di laureati ricercati di 2 punti, mentre il calo delle assunzioni attese colpirà soprattutto i diplomati (78.000 in meno quelli richiesti quest’anno rispetto al 2011).


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domenica 9 settembre 2012

Fiat Industrial, lavoratori europei sotto le finestre della sede centrale a Torino

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Giornata di mobilitazione europea davanti al Lingotto, quartier generale della Fiat. Stamattina, organizzata da Industrial European Trade Union, la federazione europea dei sindacati dell'Industria (che rappresenta piu' di 7 milioni di lavoratori in Europa del settore industriale e manifatturiero, ndr), c’è stata una protesta contro i piani di ristrutturazione di Iveco che prevedono la chiusura di 5 stabilimenti in tutta Europa e una riduzione complessiva di organico. Oltre mille i lavoratori che vi hanno preso parte. Al presidio, che per due ore ha bloccato il tratto di via Nizza davanti alla palazzina Fiat, sono giunti alcune centinaia di lavoratori giunti in delegazione da tutti i Paesi in cui e' presente Fiat Industrial, oltre a Italia, anche Francia, Germania, Austria, Polonia, Repubblica Ceca e Spagna. Al termine della manifestazione, alla quale per l'Italia ha partecipato la Fiom mentre Fim, Uilm e Fismic, si sono dissociate dall'iniziativa, un gruppo di lavoratori dello stabilimento Camiva di Chambery, in Alta Savoia, ha dato fuoco a un totem, a simboleggiare il futuro della fabbrica che secondo i manifestanti sarebbe rischio chiusura.
"Abbiamo confermato l'adesione alla manifestazione - ha spiegato Enzo Masini, coordinatore nazionale Fiat della Fiom - perche' siamo un sindacato europeo e perche' siamo convinti che Fiat stia facendo un danno alle produzioni che ha in Europa". "Fiat Industrial - ha proseguito - ha rifiutato il confronto europeo chiesto dai sindacati lo scorso 28 giugno perche' vuole fare solo incontri con i singoli stabilimenti e questo non e' accettabile ed e' contrario al comportamento di tutte le multinazionali che operano in Europa". Quanto alla dissociazione dall'iniziativa di Fim e Uilm, Masini ha concluso: "sono loro che stanno usando strumentalmente alcuni accordi che sono classici accordi difensivi per non partecipare. Il problema non e' fra noi e loro ma sono loro che dovranno spiegare il perche' della loro assenza alla manifestazione dioggi nella prossima riunione europea del sindacato in programma a fine settembre".


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martedì 4 settembre 2012

l lavoro tradito

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Giovani neolaureati e cinquantenni estromessi dal mercato del lavoro. Sono questi i due poli che dipingono la realtà della disoccupazione in Italia. Numeri brutali che meritano una riflessione politica e sociale. Il futuro? Grigio.

Mercato del lavoro in recessione. Allarmanti, infatti, i dati diffusi sulla disoccupazione, e in particolare sulla disoccupazione giovanile. Abbiamo provato a delineare questo scenario con l'aiuto di Roberto D'Incau, head hunter ed executive coach.

Sono reali i dati sulla disoccupazione, oppure sono numeri sottostimati, che non dipingono la realtà del mercato del lavoro italiano?
La disoccupazione, non solo giovanile, è un tema assolutamente caldo, che soprattutto in questo rientro postvacanze riguarda moltissime persone, giovani ma anche, purtroppo, persone che sono oltre i 40-50 anni, che vengono lasciate a casa.
Dunque, direi che c'è un dato drammatico per quanto riguarda la disoccupazione su due poli: da un lato, i ragazzi che escono dall'università, che hanno una formazione superiore e che fanno fatica a trovare lavoro, o che trovano delle collocazioni insoddisfacenti; dall'altro, le persone oltre i 45 - 50 anni che vedono l'età della pensione ancora lontana ma vengono estromesse dal mercato del lavoro.
Sui numeri: io non sono un statistico per cui non ho dati su cui ragionare, ma certo la realtà del mondo del lavoro è molto difficile. È anche vero, questo lo devo dire ma non attutisce assolutamente la drammaticità della situazione, che l'Italia è un paese con un forte sommerso, fatto questo che soprattutto in alcune aree del paese potrebbe in qualche modo leggermente attutire l'impatto brutale dei numeri. E' vero anche che ci sono situazioni di precariato che non emergono dai dati ufficiali dell'occupazione, ma questo non addolcisce affatto la pillola.
Io come professionista, come head hunter, come coach e anche come autore di libri e di articoli sul tema del lavoro, non ho soluzioni, certamente penso che questa disoccupazione così drammatica meriti una riflessione politica e sociale e, probabilmente, anche una riflessione più piccola sia sulle scelte professionali che si fanno, sia sulla formazione che le nostre università danno. È indubbio che spesso c'è uno scollamento molto forte e una impreparazione immediata a affrontare il mercato del lavoro quando si esce dall'università. E' anche vero, e mi capita spesso di verificarlo nelle scuole in cui insegno, che gli studenti spesso vogliano fare tutti le stesse scelte, banalmente nella moda lo studente dice: voglio fare lo stilista, mentre ci sono altre professioni che hanno un mercato e talvolta vengono sottovalutate dagli studenti.
Qual è il tappo che impedisce al nostro mercato del lavoro di crescere?
Sono appena tornato da un viaggio negli Stati Uniti, dove ho visto una realtà estremamente difficile, con tanti giovani homeless in strada. Questo per dire che la realtà del lavoro in questo momento è molto dura a livello internazionale. Tornando all'Italia, devo dire che secondo me da qualche parte c'è una inefficienza del sistema scolastico in termini di orientamento. Certo, a 17-18 anni è normale non avere le idee chiare sul proprio futuro, però quando mi capita di parlare con i ragazzi appena usciti dai licei, ho l'impressione che manchi un reale orientamento, che non sia solo quello familiare. Un confronto realistico, per esempio con persone come noi che hanno il termometro del mondo del lavoro, penso che sia molto utile.
Spesso, inoltre, mi capita di incontrare persone che hanno anche delle formazioni interessanti che però non hanno veramente la minima idea di quello che il mondo del lavoro si aspetta.
Circa il costo del lavoro, questa è una vexata quaestio sed quaestio, nel senso che gli imprenditori spesso dicono che in Italia il costo del lavoro è molto alto, certamente se lo rapportiamo a dei paesi come la Cina o all'est Europa questo è sicuramente vero, però è anche vero che è tutto rapportato anche al costo della vita. Io non ho l'impressione che il costo del lavoro sia totalmente sproporzionato, anzi ho l'impressione talvolta che ai nostri giovani, per esempio neolaureati o in posizioni junior, noi offriamo solo stage, proprio perché le aziende pensano: questi fanno esperienza a nostre spese e li paghiamo poco. Io invece ritengo che il sistema andrebbe migliorato, cercando di far uscire degli studenti che abbiano già fatto degli stage o delle esperienze lavorative. E' quello che non mi stanco mai di ripetere ai miei studenti: fate esperienze estive, muovetevi, andate all'estero, cercate di avere un approccio con il mondo reale.
Quali dinamiche future immagina per il lavoro in Italia?
Il mercato del lavoro è la cartina al tornasole di come va l'economia. L'outlook, cioè la visione per i prossimi due anni, non è estremamente positiva. Dal mio osservatorio posso però dire che la tesi secondo cui il mercato del lavoro in Italia è ingessato, legato a logiche clientelari, è vera solo in parte. Soprattutto in alcuni settori ci sono delle sacche di competenze in cui la richiesta supera l'offerta, si tratta davvero di cercare di mettere insieme, dato un contesto sicuramente recessivo, la domanda e l'offerta. Ciò non toglie, vista l'inefficienza in questo senso del sistema formativo, che bisognerebbe fare qualcosa di più per migliorare i dati drammatici della disoccupazione giovanile.

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Italia, l'agosto nero dell'auto: - 20%

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Agosto è stato un mese nero per il mercato dell'auto in italia. Le immatricolazioni hanno segnato un calo tendenziale del 20,23%. Lo rende noto il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il calo a luglio era stato del 20,98%.
In particolare, la Motorizzazione ha immatricolato ad agosto 56.447 autovetture. Ad agosto 2011 ne furono immatricolate 70.764 (nel mese di luglio sono state invece immatricolate 109.452 autovetture rispetto alle 138.510 di luglio 2011). Sono stati registrati 232.980 trasferimenti di proprietà di vetture usate, con una variazione di -9,38% rispetto ad agosto 2011, durante il quale ne furono registrati 257.087 (nel mese di luglio 2012 sono stati invece registrati 355.811 trasferimenti di proprietà di auto usate, con una variazione di -6,67% rispetto a luglio 2011, durante il quale ne furono registrati 381.257).
Il volume globale delle vendite (289.427 autovetture) ha dunque interessato per il 19,50% auto nuove e per l'80,50% auto usate. Le immatricolazioni - ricorda il Ministero - rappresentano le risultanze dell'Archivio Nazionale dei Veicoli al 31.08.2012, mentre i dati relativi ai trasferimenti di proprieta' si riferiscono alle certificazioni di avvenuto trasferimento di proprieta' rilasciate dagli Uffici Provinciali della Motorizzazione nel mese di agosto 2012 e rappresentano le risultanze dell'Archivio Nazionale dei Veicoli alla data del 31.08.2012.
Nello stesso periodo, la quota di mercato in Italia del gruppo Fiat si è attestata al 29,6%, stabile rispetto ad un anno fa. Secondo quanto riferiscono al Lingotto, i marchi del Gruppo Fiat immatricolano quasi 16.700 vetture e ottengono una quota del 29,6 per cento. Fiat (al 21,55 per cento) migliora la quota.
Sempre oggi, però, l'aria che si respira negli stabilimenti Fiat non è delle migliori. Primo giorno di cassa integrazione a Piedimonte San Germano, vicino a Cassino, nel frusinate, dopo la pausa estiva. I 3.900 operai, rientrati la scorsa settimana dalle ferie, sono rimasti a casa dopo la decisione dell'azienda torinese di osservare due giorni di Cig ogni settimana (lunedi' e venerdi') fino al 9 ottobre. Tra i lavoratori della piu' importante fabbrica della Ciociaria e del Lazio, dove si producono circa ottocento auto al giorno, i timori restano forti. 'La situazione resta preoccupante - dice all'ANSA il segretario provinciale della Fiom di Frosinone, Arcangelo Compagnone -, perche' non abbiamo alcun segnale per dire il contrario. Viviamo un periodo delicato e non ci sono motivi per stare tranquilli.

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lunedì 3 settembre 2012

Atesia chiude e licenzia 632 operatori

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Commesse trasferite nel Sud, dove il lavoro costa meno. Martedì sciopero unitario di quattro ore

Almaviva torna a far penare gli operatori dei call center, e questa volta con una decisione choc: chiude la sede di Via Lamaro a Roma, che non è altro che il palazzo della vecchia Atesia (oggi si chiama Almaviva contact). È anche un momento storico, se vogliamo, visto che Atesia ha fatto parlare tanto di sè negli anni passati, incarnando il simbolo della precarietà. Martedì scorso è stata comunicata la decisione di richiedere la cassa integrazione straordinaria per tutti i 632 dipendenti, adducendo come motivazione la crisi del settore: «Nel 2011 i ricavi degli operatori telefonici, principali clienti dei call center, sono scesi del 3%, causando per la prima volta una riduzione di volumi e fatturato», spiega la società di Alberto Tripi.
I sindacati però non ci stanno, e compatti, dall’Ugl ai confederali fino ai Cobas, hanno indetto uno sciopero di 4 ore con presidio per martedì prossimo. Soprattutto, denunciano il fatto che le commesse cui sono addetti gli operatori non sono affatto sparite, ma verranno trasferite nelle sedi di Rende, nel cosentino (la commessa Tim), a Milano (Eni) e a Catania (Mediaset). A Rende, in particolare, sono già pronte 250 nuove assunzioni, a costi più bassi rispetto agli operatori di Roma. E qui i sindacati vedono l’inganno.
«A Rende non solo si usufruisce di sgravi, ma si inquadrano gli operatori al secondo livello contro il nostro terzo/quarto – spiega Massimiliano Montesi, Rsu Slc Cgil – sono previsti 6 mesi di prova invece di 3, e ci sono norme peggiorative riguardo al controllo individuale». Insomma risparmio sui costi e maggiore «produttività», visto che si inaspriscono i controlli.
«La commessa Tim è già di fatto trasferita a Cosenza – dice Alessio Guarnaccia, Rsu Cobas – Ad agosto avevano chiesto addirittura gli straordinari su Roma, ma già da 4-5 giorni le chiamate sono molto diminuite. La cosa peggiore è che si sta chiudendo una sede intera e mettendo sulla strada 632 persone senza neanche ipotizzare una rotazione con gli altri call center: è evidente che l’obiettivo è quello di liberarsi di operatori più costosi rispetto a quelli del Sud, e che non usufruiscono più di incentivi. A Rende, invece, a parte il peggioramento contrattuale, Almaviva godrà di sgravi fiscali e contributivi grazie alle nuove assunzioni, e di incentivi regionali. Mentre noi veniamo scaricati sull’Inps: soldi pubblici usati praticamente per licenziare».
E di soldi pubblici non è che Almaviva non ne abbia presi, negli anni. Un documento delle Rsu spiega ad esempio che nel 2000 per ogni lavoratore assunto a Roma, Napoli, Palermo e Catania venne riconosciuto un credito di imposta di 800 mila lire. Poi, nel 2006, la stabilizzazione successiva alla legge Damiano, che riconobbe la possibilità di una sanatoria sui pregressi per anni di sfruttamento. Infine, l’ampio ricorso agli ammortizzatori sociali.


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L’autunno caldo del lavoro parte dalle isole

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Ieri assemblea di tutti i dipendenti a Portovesme. Sindacati infuriati con la multinazionale americana, che però non cambia programma. Da domani comincerà lo stop dello stabilimento

Alcoa, ultimo atto. Sarà completato tra alcune settimane il processo di fermata del forno, della fonderia e del reparto produzione anodi della fabbrica di alluminio primario del Sulcis, che Alcoa ha annunciato di voler avviare a partire da domani. «I dipendenti continueranno a essere impiegati fino alla fine del 2012 – si legge in una nota diffusa in serata dalla multinazionale americana – per mettere in sicurezza l’impianto e assicurare la possibilità di un suo futuro riavvio, da parte di un nuovo operatore, nel corso dei 12 mesi seguenti il completamento del processo di fermata». Ai manager Usa non basta l’invito del governo Monti a considerare l’offerta di acquisto arrivata in extremis dal gruppo svizzero Glencore. Di fatto la trattativa ancora non è stata neppure aperta, anche perché gli elvetici chiedono al governo garanzie sul costo (da ridurre) dell’energia e sulle infrastrutture (trasporti) che difficilmente l’esecutivo presieduto da Mario Monti potrà concedere in tempi utili.
Ieri gli operai Alcoa si sono riuniti in assemblea. Erano in tanti, ma alla fine non s’è fatto altro che prendere atto della situazione di stallo. Da domani gli impianti cominceranno ad essere bloccati e al momento solo una molto improbabile rinuncia di Glencore al pacchetto di richieste presentate l’altro ieri, durante il vertice al ministro dello sviluppo economico, potrebbe indurre Alcoa a fare marcia indietro.
Dure le reazioni contro Alcoa sia sul fronte sindacale sia su quello politico. «Alcoa deve vergognarsi a non concedere il tempo necessario per trovare una soluzione – dice Augustin Breda, dirigente nazionale della Cgil e coordinatore lavoro e società della Fiom – Per decenni l’Alcoa ha ricevuto dallo stato e dall’Enel l’energia elettrica a prezzi di favore; vantaggi che sono però stati pagati da tutti i cittadini italiani con un sovraprezzo di scopo sulle loro bollette, a compensazione totale del minor prezzo pagato dalla multinazionale. Centinaia di milioni di euro passati dalle tasche degli italiani direttamente alla multinazionale americana per abbattere il prezzo dell’energia e quindi dell’alluminio prodotto per stare sul mercato europeo».
«La situazione – aggiungono il segretario nazionale Fim Cisl Marco Bentivogli e il segretario regionale Rino Barca – è oramai è fuori controllo, nonostante le rassicurazioni emerse dalla riunione al ministero dello sviluppo economico sull’ipotesi Glencore. La decisione di Alcoa di avviare lo spegnimento degli impianti è inaccettabile». «Alcoa ha avuto tanto dallo stato e dai lavoratori italiani, il governo deve assolutamente impedire che la rigidità della multinazionale Usa sia un pericoloso detonatore per la disperazione e l’esasperazione dei lavoratori . Resta decisivo il costo dell’energia: da un lato perché non può essere rivendicato a costi irrealizzabili, dall’altro la soluzione e la scarsa competitività dei costi energetici passa per un nuovo piano energetico che scomodi i gestori dell’energia, a partire da Enel e Eni, la cui scarsa competitività è una zavorra per tutto il sistema industriale italiano».
«Come consiglio regionale – dice Luciano Uras, capogruppo Sel nell’assemblea sarda – abbiamo votato l’impegno a porre in essere ogni mezzo politico, normativo, finanziario e legale per scongiurare l’avvio delle procedure di fermata degli impianti. Il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, che ha direttamente trattato con il governo, dica se questo impegno rimane. Abbiamo unanimemente votato questo e l’indirizzo politico generale di ridisegnare la qualità del confronto-scontro istituzionale con il governo, inadempiente verso la Sardegna e i sardi su troppe questioni: difesa e rilancio delle attività industriali ed economiche, trasferimento delle risorse sulle nuove entrate, trasporti e continuità territoriale, sistema energetico regionale, per citare le più rilevanti». «Il presidente della Regione – aggiunge Uras – deve rinunciare alle modalità di trattativa condotte fino ad oggi, che frammentano l’insieme della vertenza, non organizzano il coinvolgimento generale di tutti i soggetti istituzionali, politici, sociali ed economici sardi, non hanno ad oggi dato origine alla generale mobilitazione dell’opinione pubblica sarda sul futuro di tutta l’isola e non solo del Sulcis».


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sabato 1 settembre 2012

UNA COALIZIONE ALTERNATIVA A MONTI E PER UNA SINISTRA UNITA

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Scrivo queste righe, senza la pretesa di essere esaustivo, per ragionare insieme e anche per sgombrare il campo dalle caricature che, in modo preoccupante , vedo aleggiare nella nostra discussione. Vorrei che si discutesse – tanto più all’esito negativo dell’Assemblea Nazionale di Sel che sembra ripercorrere i tragici errori di Palermo e Napoli – di come, su che cosa e per che cosa si costruisce dal basso una lista della SINISTRA e dei BENI COMUNI.
La prima cosa che voglio sgombrare dalla nostra discussione – inserita malauguratamente da un titolo del “Manifesto” e che non risulta da nessuna frase di Paolo Ferrero - è questa storia della rinuncia della falce e martello dal simbolo elettorale. Se alla vigilia della Sinistra Arcobaleno questa discussione aveva più che un senso perché in corso c’era una chiara operazione neocchettiana di fuoriuscita moderata dalla tradizione comunista, oggi mi sembra assolutamente ridicola. Per la “sanità” della nostra discussione lasciamola un attimo da parte (la riprenderò dopo aver parlato di politica) ,
IL POTENZIALE DIVORZIO DI SEL DAI SUOI ELETTORI
Il documento approvato a larghissima maggioranza dall’assemblea nazionale di Sel è un via libera all’accordo comunque sia con il Pd. Certo si è corretto a sinistra il linguaggio : dopo l’insurrezione sul web dei militanti in seguito alle dichiarazioni di Vendola dopo l’incontro con Bersani era assolutamente ovvio che questo sarebbe avvenuto. Ma è un linguaggio che è destinato a non reggere alla prova dei fatti. Che significa dire che bisogna aiutare il Pd a sconfiggere l’ala montiana? Non sanno questi compagni che il governo Monti , non è un incidente di percorso né una parentesi crociana, ma un fatto costituente del Partito Democratico? Certo, non mi sfuggono le contraddizioni e le sofferenze del popolo e anche di alcuni dirigenti del Pd, ma proprio per questo solo la scesa in campo di una soggettività di sinistra, chiaramente antineoliberista e alternativa alle politiche europee dominanti, può drenare e liberare energie per una evoluzione diversa. Giustamente il documento dei compagni Gianni e Bandoli pone la questione della rimessa in discussione del Fiscal Compact e dello stravolgimento della Costituzione repubblicana avvenuta con l’introduzione all’art.81 del vincolo del pareggio di bilancio. Perché il programma del prossimo governo – aldilà di primarie, carte d’intenti, propaganda elettorale – è già tutto scritto li. Si vuole per caso fare una campagna elettorale all’insegna dell’inganno, contando sulla dote affabulatrice dei propri leader e sul gioco di sponda con Casini , per poi sposarsi con Casini il giorno dopo il voto? Che prospettiva può dare al popolo di sinistra una siffatta politica?
LE PRIMARIE RIESCONO SOLO SE C’E’ LA PACE SOCIALE
Si obietterà che la stragrande maggioranza dei dirigenti di Sel ha deciso democraticamente che questa è la strada da seguire e che solo otto dirigenti hanno proposto una strada alternativa. Vorrei sommessamente ricordare che anche a Palermo e Napoli la maggioranza del gruppo dirigente di Sel decise di stare comunque con il Pd e che ci hanno pensato gli elettori a sconfessarli clamorosamente. Certo questa volta scende in campo Vendola in persona, candidandosi a premier delle primarie. Questo sarebbe stato un fatto importante se non decisivo uno, due anni fa quando dovevamo costruire l’alternativa a Berlusconi e quello del centrosinistra era il campo in cui farlo. Qui dobbiamo costruire l’alternativa a Monti ed è il ring stesso in cui si celebrano le primarie ad essere sbagliato. Tanto più perché fuori, nella società e nella carne viva delle persone, la crisi morde e gli effetti delle sciagurate politiche recessive approvate con il voto determinante del Pd , si faranno sempre più sentire. Vendola ha solo una chance di far si che le primarie catalizzino l’attenzione dell’opinione pubblica : che in autunno ci sia la pace sociale. Solo a questa condizione infatti il teatrino di una politica virtuale giocata sulla scelta cosmetica tra Vendola, Bersani e Renzi può avere una qualche possibilità di successo. Ma in autunno le nubi del malessere sociale possono anche evolvere in fragorosi rovesci , e la scesa in campo di una soggettività dell’opposizione sociale non può che porsi il problema di essere alternativa a Monti e ai partiti che lo sostengono.
UNA COALIZIONE DI CENTROSINISTRA ALTERNATIVA AL GOVERNO MONTI
Allora che fare a sinistra? Occorre investire nell’unità e nelle lotte. Lo dobbiamo fare sapendo che nessuna delle soggettività organizzate è da sola in grado di fare come Siryza in Grecia e che è necessario che si mettano in discussione e a disposizione di un processo più largo. Con l’Idv è possibile avviare l’idea di una coalizione di centrosinistra alternativa. L’Idv è una forza liberalprogressista che ha avuto il coraggio di contrastare in questi mesi il montismo. Non è una forza marxista o rivoluzionaria ma è una forza democratica fortemente legata ai valori Costituzionali. Si è schierata contro Marchionne e con la Fiom. L’abbiamo trovata in tante lotte di fabbrica, cosa che non era affatto scontata. Non mi sfuggono i limiti del populismo , le ambiguità su Genova, la tendenza securitaria. Sta però ad una soggettività di sinistra correggere – e non solo su questo terreno – il profilo di una coalizione di centrosinistra alternativo. Come avvenuto a Palermo e Napoli occorre un quadro più grande di noi per dare una speranza al Paese, che parli ai tanti disillusi del Pd , ai tanti elettori di sinistra sfiduciati e che si vorrebbero rifugiare nell’astensione o nel grillismo. Costruire dunque una massa critica democratica che polarizzi energie e speranze è una condizione importantissima per la costruzione della LISTA DELLA SINISTRA E DEI BENI COMUNI.
COME FARE LA LISTA DELLA SINISTRA E DEI BENI COMUNI
Con un processo aperto, dal basso, democratico e partecipato. Non solo forze organizzate FDS, ALBA, VERDI, SINISTRA CRITICA , ma coinvolgendo la sinistra diffusa di liste locali, di collettivi, comitati territoriali, esperienze di alternativa e di resistenza. Un soggetto in cui ognuno si senta a casa senza rinunciare a se stesso, ma che diventi per questo forza attrattiva. Certo sarebbe straordinario (e naturale) che in questo progetto di unità della sinistra ci fosse anche Sel, come d’altronde sta avvenendo in Sicilia. Fino all’ultimo va perseguito anche questo obiettivo, perché non solo è cosa buona e giusta, ma anche perché, ne sono certo, forze ed energie oggi vicine o interne a Sel potranno far parte comunque di questo processo.
So che dentro la Fds alcuni non escludono un accordo anche con il Pd. Su questo dico due cose. La prima è che i fatti hanno la testa dura e se in autunno ci sarà una mobilitazione sociale contro Monti questa mobilitazione vedrà tutte le forze della Fds schierarsi senza se e senza ma, dalla parte delle lotte. Queste lotte saranno inevitabilmente in rotta di collisione con il Pd, allargandone il solco politico e l’impossibilità di una alleanza elettorale
La seconda è un avviso ai gruppi dirigenti della FDS : non si illuda nessuno che dopo quattro anni di unità si possa tornare sui propri passi ed ognuno nel proprio orticello. Pur essendo stata una unione difficile in una situazione difficile, sono più i casi in cui le appartenenze si sono mischiate che quelle in cui la rigidità dei gruppi dirigenti locali ha portato a percorsi differenti. Dobbiamo decidere tutti insieme la strada da prendere. Gli iscritti e le iscritte alla FDS devono democraticamente essere chiamati a pronunciarsi . Certo, gli avversari proveranno a dividerci, ma se prevarrà il senso di responsabilità e di appartenenza ad una storia comune, sono certo che saremo in grado di agire come una sola persona.
LA LEGGE ELETTORALE E L’ASSURDO DIBATTITO SUI SIMBOLI
L’attuale indeterminatezza della situazione politica è data anche dalla legge elettorale (anche se le scelte, come ho scritto sopra, a sinistra sono indipendenti da essa)
I partiti di maggioranza si stanno accordando perché la legge abbia un unico esito : la prosecuzione di Monti (magari senza di lui ma con la sua politica) anche nella prossima legislatura. Napolitano è il mentore di questa opzione e chiede correzioni al porcellum tali da far si che l’esito sia comunque un governo di grande coalizione così come chiedono – ci viene ripetuto ad ogni piè sospinto – dai mercati. Questo significa sicuramente aumento della quota dello sbarramento (dal 4 al 5% se non di più) e discussione ancora aperta sulla quantità del premio di maggioranza e se attribuirla alla coalizione o al primo partito. L’accordo estivo prevedeva che premio (del 12,5%, ben più, per capirci di quanto prendeva il PSI di Craxi) fosse attribuito al primo partito. La cosa ha messo in allarme Sel perché in quel caso sarebbe costretta a fare il listone con il Pd (“così perdiamo voti” ha detto Vendola e non parlava solo dell’alleanza con l’Udc). Se invece il premio sarà attribuito alla coalizione resterebbe comunque l’innalzamento dello sbarramento al 5% , percentuale da superare tutt’altro che scontata per Sel.
Il nodo riguarda anche noi . Sia se il premio va alla lista o alla coalizione sia l’innalzamento o meno dello sbarramento. Per questo sui modi concreti della presentazione della SINISTRA E DEI BENI COMUNI dobbiamo necessariamente attendere che il quadro si chiarisca. In questa situazione la discussione sui simboli è semplicemente ridicola. Tutti noi sappiamo che la falce e martello da sola non basta a superare neanche lo sbarramento del 4%. Forse ce la possiamo fare – come in Sicilia – affiancando al nostro simbolo il simbolo del Sole che ride (sempre che i Verdi siano d’accordo nel collocarsi in questo campo della politica). Anche Alba legittimamente vorrà un proprio simbolo grafico nel quale riconoscersi. Se poi lo sbarramento sarà ancora più in alto dovremo pensare ad un listone anche con l’Idv. Ma discutere di questo adesso è farci delle seghe mentali. Lavoriamo invece sul progetto – coalizione di centrosinistra alternativa e lista unitaria delle sinistre che si oppongono a Monti – ed evitiamo di impiccarci ad una discussione inutile e stucchevole.

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Giovani senza lavoro al 34%

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L’Istat registra un aumento del 2,7% in un solo anno. E sale l’inflazione 3 milioni di precari, due terzi sotto i 35 anni. Esplode il part time, ma è del tutto «involontario»

Un’accelerazione degna di una Ferrari. Ma se si parla di disoccupazione c’è poco sorridere. E ieri l’Istat, con l’aplomb che compete a un’stituzione seria, ci ha conseegnato una lunga serie di dati che nell’insieme descrivono un quadro sociale già drammatico (e in attesa di un autunno che promette molte chiusure aziendali, licenziamenti nel pubblico impiego e ammortizzatori sociali in scadenza).
Nel secondo trimestre di quest’anno, infatti, i disoccupati sono arrivati a 2.705.000, confermando un tasso di disoccupazione al 10,5%. Un anno prima erano 758.000 di meno; l’aumento dei senza lavoro è dunque del 38,9% in riferimento alla platea e del 2,7 rispetto alla popolazione in età da lavoro.
Ma questi numeri, pur così pesanti, non dicono tutta la verità. Chi ha la fortuna di avere un’occupazione ufficiale, infatti, ha comunque un lavoro che garantisce un reddito medio molto più basso di prima. Le «figure lavorative a tempo pieno» hanno perso per strada 439.000 persone (-2,3%). Hanno pagato dazio sia gli «autonomi» (196.000) che i dipendenti full time (236.000). Mentre è esploso il fenomeno del «part time involontario», ovvero – come spiega l’Istat – «i lavori accettati in mancanza di occasioni a tempo pieno». A completare questo tassello, è aumentato del 4,5% (105.000 persone) il numero dei contratti a tempo determinato, portando il totale dei precari (solo per questa tipologia di contratto «atipico») al 10,7% dell’occupazione complessiva, 2.455.000 persone. Se si sommano i collaboratori (462mila) i precari ammontano a quasi 3 milioni. Da sottolineare ancora come i due terzi dei lavoratori in questa condizione abbiano meno di 35 anni, impiegati di preferenza in settori come l’agricoltura, la sanità e la ristorazione.
Un secondo fenomeno rilevante è la caduta veloce dell’occupazione maschile, per nulla compensata da quella femminile, che pure risulta percentualmente in aumento. Ma è l’occupazione giovanile il buco nero dell’Italia del 2000.
Il tasso di disoccupazione nell’età compresa tra i 15 e i 24 anni – escludendo ovviamente quanti sono ancora impegnati nel percorso scolastico o universitario – è salito ancora: 33,9%, mentre un anno fa era «solo» al 27,4. In questa fascia il record negativo assoluto spetta alle donne del Mezzogiorno: una su due (il 48%) non riesce a trovare lavoro. Sono cifre da quarto mondo, non di un paese sviluppato; tantomeno di un paese che voglia anche avere un futuro.
Sulle cause, naturalmente, l’Istat non può avanzare ipotesi, ma qualcosa si capisce egualmente. Indagando i movimenti tra i cosiddetti «inattivi» in età da lavoro, compresa tra i 15 e i 64 anni, emergono spostamenti molto evidenti. Intanto, diminuiscono in modo consistente (729.000 in meno in un solo anno) e sono soprattutto di italiani. Fin qui si tratta di un fenomeno noto: la quantità di anziani che passano statisticamente nella fascia dei pensionati è molto più numerosa dei ragazzi che compiono il quindicesimo anno senza più andare a scuola. Il dato forte è però l’esplosione della ricerca di una lavoro anche in questa «categoria». La riduzione di quanti si dicono «non disposti a lavorare» è fenomenale: 906.000 unità in meno, nel 40% dei casi individui tra i 55 e i 64 anni. La stessa Istat è costretta a collegare questo fenomeno con «l’inasprimento dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione». Se a qualcuno serviva la dimostrazione matematica che l’innalzamento dell’età pensionabile riduce automaticamente l’occupazione giovanile, eccolo «tecnicamente» servito.
Non è naturalmente finita qui. Su una polazione impoverità grandina anche l’aumento dei prezzi. Ad agosto l’inflazione registra un aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e del 3,2% nei confronti di agosto 2011. L’inflazione già acquisita per il 2012 sale così al 3,0%. Non sorprende dunque il rapporto Eurispes che rivela come soltanto una famiglia su tre, nel nostro paese, riesca ad arrivare alla fine del mese «con serenità» e con un livello di vita «dignitoso».

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venerdì 31 agosto 2012

Il governo allo sbando

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Si lavora per vivere, e per lavorare si è disposti a tutto, anche a morire. A rinchiudersi in un pozzo minerario nero come il carbone e profondo quasi 400 metri con altrettanti chili di esplosivo, minacciando di farsi saltare in aria. E se non basta ci si può persino tagliare le vene ai polsi, come ha fatto ieri un minatore sardo. Siccome le lotte operaie non fanno più notizia si è costretti a spettacolarizzarle, a costo dell’autolesionismo. Persino l’occupazione di un’isola da parte dei cassintegrati aveva smesso di far notizia dopo un anno. E se gli operai dell’alluminio bloccano l’aeroporto di Cagliari per difendere lavoro e futuro di un’intera comunità, a dare i titoli ai giornali sono al massimo le tante botte che si prendono dai guardiani di un ordine ingiusto. Siamo in Sardegna, un’isola a cui stanno togliendo il tappo per farla affondare definitivamente e dove per difendersi si è costretti ad alzare il livello dello scontro. In realtà ad alzare il livello dello scontro è chi guida il paese fottendosene delle condizioni di vita e del futuro dei suoi cittadini, giovani e vecchi, donne e uomini a cui vengono presentati i conti delle spese fatte da pochi prepotenti.
Il governo dei tecnici ha una sola idea in testa: tagliare le spese, aumentare le tasse con mille balzi e balzelli, liquidare il patrimonio pubblico e quel poco di welfare che si era salvato dai precedenti colpi di mannaia, cancellare i diritti di chi lavora per aprire la strada ai novelli padroni delle ferriere dell’era liberista. Non c’è un’idea della società futura che non ripercorra le vecchie, consunte e incompatibili strade percorse fin qui, quelle che ci hanno portato alla debacle odierna. Non un progetto per l’energia che non si basi sul petrolio, gli investimenti per le rinnovabili costano troppo per Monti&company e dunque i minatori sardi si mettano l’anima in pace, e si tolgano di mezzo. Al massimo possono scegliere il modo in cui farlo. Non un progetto sui trasporti che non sia lastricato di cemento e grandi, inutili e costose opere. Così la Fiat se ne può scappare dove le conviene dopo aver depredato per 113 anni le risorse pubbliche italiane, può chiudere fabbriche di automobili, autobus e trattori senza che il governo ritenga opportuno convocare Marchionne a palazzo Chigi. E Riva può fare quel che gli pare intossicando operai e cittadini di Taranto e scatenando una guerra insulsa tra i poveri, tra lavoro e salute, tra gli stessi operai e tra una parte di operai disperati e ricattati e i cittadini avvelenati di Taranto. Il governo si permette persino di attizzare animi già esasperati contro una magistratura costretta a svolgere un lavoro di supplenza per riempire il vuoto lasciato dalla politica, dalle istituzioni, persino da una parte dei sindacati collusi con il padrone che li ha convinti che l’importante è il lavoro, il salario. La salute è un lusso che non ci si può permettere in periodi di crisi.
La ministra Fornero ci fa sapere che l’autunno sarà caldo, la ringraziamo di averci informato in anticipo. Monti e i suoi ministri parlano e agiscono con la strafottenza di chi pensa di poter tutto sventagliandoci in faccia lo spread e una maggioranza che comincia a puzzare di regime. Sarà meglio darsi una mossa, finché si è in tempo.

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giovedì 30 agosto 2012

La trasfusione che mio padre non doveva fare"

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Parla il figlio dell'uomo che denunciò la presenza di una strana buca nel suo terreno
Nel 2007 una Procura lucana ordinava di ispezionare un terreno. Scopo: trovare fusti di rifiuti tossici presumibilmente lì sepolti. Il figlio del proprietario di quel terreno ci ha raccontato fatti e antecedenti di quell’ispezione. E quella che oggi definisce una “sceneggiata”
A maggio del 2007 un sostituto procuratore della Repubblica firmava un “decreto di ispezione”. Era la probabile conseguenza d’un procedimento penale ancora aperto a carico di ignoti su un presunto seppellimento di fusti radioattivi in Basilicata. Nel decreto c’è scritto che “è necessario” procedere a un’ispezione di un terreno con l’ausilio di personale dell’Istituto nazionale di Geofisica di Roma. Ometteremo il paesino lucano dov’è il terreno e altri dettagli, per salvaguardare chi ha voluto farci questo racconto. L’ispezione doveva “verificare la probabile presenza nel sottosuolo” di fusti di rifiuti tossici. Per le indagini è delegata la Polizia giudiziaria della Squadra mobile.
La buca e gli strani movimenti di tir. Il racconto del nostro testimone è fatto di parole forti seguite ad anni di dubbi. Parole di un cittadino come tanti che oggi definisce una “messinscena” l’indagine vissuta direttamente nel 2007 sul presunto seppellimento di fusti tossici nel terreno del padre. E “non chiara” la morte del genitore. Ci mostra quel decreto d’ispezione. E con lui torniamo a tre anni prima che venisse emesso da una Procura lucana. Precisamente alla mattina del 15 novembre 2004. Il signor Gianni, chiameremo così il padre di chi ci ha raccontato questi fatti, esce di casa per andare alla sua vigna. E da tanto che non ci va. Sono anni ormai che non la frequenta più con la medesima assiduità. Poco prima che una brutta malattia, un linfoma, lo colpisse. Quando arriva nota un’enorme buca di 50 metri di diametro il cui materiale di risulta, preciserà nella denuncia, era stato “riposto ai margini della stessa”. Come se aspettasse d’essere ricoperta il prima possibile. Solo un mese dopo, il 14 dicembre, deciderà di sporgere formale denuncia ai Carabinieri del suo bel paesino nell’entroterra lucano. Lo fa perché prima di rivolgersi a loro cerca di capire in maniera bonaria, come era abituato per carattere, a risolvere la faccenda. Cerca di capire chi, e per quale strana ragione, avesse fatto quell’enorme buca nella sua terra. “Dopo averla trovata – racconta il figlio – mio padre s’allertò immediatamente”. E’ anche un po’ arrabbiato il signor Gianni. Pensa che a fare quel lavoro siano stati i proprietari di un’azienda adiacente al suo terreno. Senza chiedergli nulla hanno fatto come se fosse loro. Senza rispetto. Lì intorno, ricorda il figlio oggi, negli anni si sono comprati molti altri terreni. E fanno un po’ come se comandassero. Gente strana, in paese si sa che hanno relazioni con la malavita calabrese ed è meglio non averci a che fare. Il signor Gianni però, decide a quel punto di contattare i proprietari dell’azienda. “In un primo momento – prosegue il figlio – il padre dei proprietari disse che probabilmente erano stati i suoi ragazzi e avrebbe chiesto. Poco dopo quando lo rincontrò disse che  non ne sapevano nulla. Dopodiché mio padre sporse denuncia”. E precisa che “solo dopo la denuncia ai Carabinieri quello scavo fu trovato ricoperto”. “A quel punto – continua il nostro testimone–, mio padre s’attivò per capire cosa stesse succedendo e contattò anche un mandriano in zona, di cui non mi fece mai il nome, tenendo fede a una parola data, perché lo stesso per timore volle restare anonimo. L’uomo gli riferì che una notte aveva visto mezzi pesanti che effettuavano dei lavori per conto del gasdotto in costruzione lì vicino avviarsi verso il terreno di mio padre, e a un certo punto arrivarono due camion, uno giallo e uno bianco”.

Le indagini sulla "terra di nessuno". Anche se dal ’99 la procura di Potenza, e in particolare il sostituto Felicia Genovese, conduceva le indagini sul presunto traffico illecito di sostanze radioattive che sarebbe stato in essere negli anni ’80 nel Centro Enea di Rotondella, è solo nel 2003 che assieme al Sostituto procuratore Giuseppe Galante della Dda, interrogano in forma congiunta l’ex boss della ndrangheta Francesco Fonti. Da allora si può ipotizzare siano stati al corrente delle dichiarazioni in merito a presunti traffici e punti di seppellimento in Basilicata, nella regione che la ’ndrangheta, in un summit in Calabria, aveva definito “terra di nessuno”. Affermazioni che nel 2005 l’Espresso rese pubbliche attraverso il “memoriale Fonti”, dando inizio a quei sopralluoghi senza esito col pentito per trovare i fusti in Basilicata. Il signor Gianni aveva denunciato la buca nel suo terreno un anno dopo l’interrogatorio dei magistrati di Potenza al pentito, in quel dicembre del 2004, e pochi giorni dopo la denuncia aveva scoperto quegli strani movimenti notturni di camion lì intorno e che la ricopertura della buca. Ma è solo nel 2007, dopo 3 anni in cui la denuncia resta in un anonimo nulla, che viene emesso il decreto di ispezione da cui abbiamo iniziato questa storia.

La trasfusione che "non si doveva fare". Pochi mesi prima del decreto il signor Gianni era stato contattato dai medici del San Carlo. “Una cosa strana”, ricorda oggi il figlio, che si chiede perché quelle indagini vennero riprese solo dopo la morte del padre. “Di solito – afferma – eravamo sempre noi a chiamare per il controllo. Mio padre si recò per fare questa visita e decisero il ricovero perché secondo loro c’erano valori che non andavano. Dopo due giorni mi recai in ospedale di persona per chiedere come stesse. Mio padre mi disse che volevano somministrargli una sacca di sangue. Il primario precedente lo aveva sempre escluso perché per particolari fattori non poteva ricevere sangue. Cercai così di capire come mai in quella occasione volevano invece effettuare questa prassi prima sempre vietata, tanto che mio padre faceva delle cure molto particolari. Ma non mi fu data risposta. In ospedale rimase mia madre e la mia ex moglie. Il giorno seguente gli diedero questo sangue e la sera mio padre prima si gonfiò tutto, poi andò in coma e infine morì”. Ricorda anche che all’epoca la moglie aveva notato davanti la sala di rianimazione il nuovo primario “parlare sottovoce e in modo sospetto con un altro uomo”, e credendo che si riferissero al suocero s’avvicinò per chiedere spiegazioni sul perché fosse entrato in coma. Ma non gli furono date, e a quel punto, innervosita da questo comportamento, alzò la voce e venne minacciata dai due d’allontanamento. Solo tempo dopo riconobbe in tv quell’uomo che parlava col primario e l'aveva minacciata. "Era uno che contava al San Carlo di Potenza”. Il figlio del signor Gianni dice che di quella sacca di sangue nella cartella clinica non fu riportata né provenienza né autorizzazione a effettuare la trasfusione. Il tutto motivato dai medici con un’urgenza che i familiari, invece, proprio non vedevano.

Il sopralluogo "a metà". In quel 2007 comunque, solo dopo la morte del padre e a tre anni dalla denuncia della buca, il figlio di Gianni viene contattato dalla Polizia. Dissero che dovevano eseguire il sopralluogo sul terreno sospettato d’essere interessato al seppellimento di fusti di scorie provenienti da chissà dove. “Vennero per quel primo sopralluogo – racconta – nonostante insistetti che era inutile perché data la pioggia che s’era abbattuta non si poteva accedere. E diedero solo nell’occhio a tutti. Se quella era un’indagine da tenere segreta certo chi poteva essere direttamente interessato a mantenere anonima la cosa con quel comportamento era già allertato. Comunque sul posto non arrivammo mai. Dopo qualche giorno vidi il terreno di nuovo smosso. Allora chiamai subito il capo della Polizia che m’aveva contattato per il primo sopralluogo. Nonostante le mie insistenze su questo fatto strano, e che dovevano tornare subito per accertare cosa fosse accaduto, m’assicurò che era tutto sotto controllo della magistratura. Non mi sarei dovuto preoccupare. Passò poco tempo ancora e un giorno venni letteralmente prelevato, tanto che ero per strada e dovetti lasciare i miei figli a una persona lì vicino per andare sul sito con loro. Non capii perché visto che pochi giorni prima mi era stato comunicato che era tutto a posto. Ricordo che vennero con due macchine, non erano mezzi adatti e una si sfasciò per strada. Con loro c’era un geologo di Roma che perse parecchio tempo a fare rilievi sul terreno dove mio padre tre anni prima aveva trovato la buca, e lo strumento segnalò qualcosa che non mi fu mai specificato per segreto istruttorio. A un certo punto s’avvicinò il proprietario dell’azienda che stava vicino il terreno di mio padre e disse che là c’era solo un pagliaio e lamiere. A me sembrò uno che volesse mettersi sulle difensive. Quel pagliaio lo conoscevo sin da piccolo perché ci giocavo, da quando non era sepolto, ed escludo la presenza di materiali ferrosi. Il proprietario dell’azienda a quel punto si appartò con il capo della polizia nel suo capannone. E si trattennero parecchio. Quando uscì i ragazzi della polizia chiesero se dovevano continuare a cercare. Il terreno dove era stata fatta la buca appariva come rimosso da mezzi pesanti e sul posto era ancora presente la pala meccanica dei proprietari dell’azienda. Lo feci notare ma mi dissero che avrei potuto solo denunciare il signore che lì l’aveva lasciata. Io non lo ritenni opportuno, e dissi loro che non era quello il problema per cui stavamo là e mi sarei messo solo in guai peggiori”. Rispetto ai guai in cui si sarebbe cacciato sottolinea che lo zio del proprietario dell’azienda vicino i terreni del padre aveva ricoperto negli anni passati un importante incarico pubblico per il comune, ed era stato sposato con una donna proveniente dalla Calabria con precedenti penali e contatti con la malavita calabrese. “Il capo della Mobile – prosegue nel racconto del giorno dell’ispezione – a quel punto fece una telefonata alla pm che aveva emesso il decreto e poi ordinò ai suoi ragazzi di rientrare. Uno di essi si lamentò dicendo ʽma è questo il modo? Vogliamo dare una risposta al signore?’. Allora il capo mi chiese se ero contento di come avevano svolto le indagini e mi limitai a ribadirgli il mio dissenso. Da allora non ho più saputo nulla. Per questa storia coinvolgemmo l’allora assessore all’ambiente in Provincia. Ricordo che s’adoperò facendo fare sondaggi aerei e fotografie per rilevare se c’erano problemi. Ma anche in questo caso non ho più saputo nulla. So di certo però, che subito dopo si dimise”. Conclude con un interrogativo il figlio del signor Gianni, una domanda già sentita diverse volte in altri contesti lucani. “In questo paesino – conclude – c’è gente che s’ammala ogni giorno di cancro, nonostante viviamo in un posto dove l’aria è buona, non ci sono fabbriche e le macchine che circolano sono davvero scarse. Come è possibile?”.

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