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giovedì 30 agosto 2012

La trasfusione che mio padre non doveva fare"

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Parla il figlio dell'uomo che denunciò la presenza di una strana buca nel suo terreno
Nel 2007 una Procura lucana ordinava di ispezionare un terreno. Scopo: trovare fusti di rifiuti tossici presumibilmente lì sepolti. Il figlio del proprietario di quel terreno ci ha raccontato fatti e antecedenti di quell’ispezione. E quella che oggi definisce una “sceneggiata”
A maggio del 2007 un sostituto procuratore della Repubblica firmava un “decreto di ispezione”. Era la probabile conseguenza d’un procedimento penale ancora aperto a carico di ignoti su un presunto seppellimento di fusti radioattivi in Basilicata. Nel decreto c’è scritto che “è necessario” procedere a un’ispezione di un terreno con l’ausilio di personale dell’Istituto nazionale di Geofisica di Roma. Ometteremo il paesino lucano dov’è il terreno e altri dettagli, per salvaguardare chi ha voluto farci questo racconto. L’ispezione doveva “verificare la probabile presenza nel sottosuolo” di fusti di rifiuti tossici. Per le indagini è delegata la Polizia giudiziaria della Squadra mobile.
La buca e gli strani movimenti di tir. Il racconto del nostro testimone è fatto di parole forti seguite ad anni di dubbi. Parole di un cittadino come tanti che oggi definisce una “messinscena” l’indagine vissuta direttamente nel 2007 sul presunto seppellimento di fusti tossici nel terreno del padre. E “non chiara” la morte del genitore. Ci mostra quel decreto d’ispezione. E con lui torniamo a tre anni prima che venisse emesso da una Procura lucana. Precisamente alla mattina del 15 novembre 2004. Il signor Gianni, chiameremo così il padre di chi ci ha raccontato questi fatti, esce di casa per andare alla sua vigna. E da tanto che non ci va. Sono anni ormai che non la frequenta più con la medesima assiduità. Poco prima che una brutta malattia, un linfoma, lo colpisse. Quando arriva nota un’enorme buca di 50 metri di diametro il cui materiale di risulta, preciserà nella denuncia, era stato “riposto ai margini della stessa”. Come se aspettasse d’essere ricoperta il prima possibile. Solo un mese dopo, il 14 dicembre, deciderà di sporgere formale denuncia ai Carabinieri del suo bel paesino nell’entroterra lucano. Lo fa perché prima di rivolgersi a loro cerca di capire in maniera bonaria, come era abituato per carattere, a risolvere la faccenda. Cerca di capire chi, e per quale strana ragione, avesse fatto quell’enorme buca nella sua terra. “Dopo averla trovata – racconta il figlio – mio padre s’allertò immediatamente”. E’ anche un po’ arrabbiato il signor Gianni. Pensa che a fare quel lavoro siano stati i proprietari di un’azienda adiacente al suo terreno. Senza chiedergli nulla hanno fatto come se fosse loro. Senza rispetto. Lì intorno, ricorda il figlio oggi, negli anni si sono comprati molti altri terreni. E fanno un po’ come se comandassero. Gente strana, in paese si sa che hanno relazioni con la malavita calabrese ed è meglio non averci a che fare. Il signor Gianni però, decide a quel punto di contattare i proprietari dell’azienda. “In un primo momento – prosegue il figlio – il padre dei proprietari disse che probabilmente erano stati i suoi ragazzi e avrebbe chiesto. Poco dopo quando lo rincontrò disse che  non ne sapevano nulla. Dopodiché mio padre sporse denuncia”. E precisa che “solo dopo la denuncia ai Carabinieri quello scavo fu trovato ricoperto”. “A quel punto – continua il nostro testimone–, mio padre s’attivò per capire cosa stesse succedendo e contattò anche un mandriano in zona, di cui non mi fece mai il nome, tenendo fede a una parola data, perché lo stesso per timore volle restare anonimo. L’uomo gli riferì che una notte aveva visto mezzi pesanti che effettuavano dei lavori per conto del gasdotto in costruzione lì vicino avviarsi verso il terreno di mio padre, e a un certo punto arrivarono due camion, uno giallo e uno bianco”.

Le indagini sulla "terra di nessuno". Anche se dal ’99 la procura di Potenza, e in particolare il sostituto Felicia Genovese, conduceva le indagini sul presunto traffico illecito di sostanze radioattive che sarebbe stato in essere negli anni ’80 nel Centro Enea di Rotondella, è solo nel 2003 che assieme al Sostituto procuratore Giuseppe Galante della Dda, interrogano in forma congiunta l’ex boss della ndrangheta Francesco Fonti. Da allora si può ipotizzare siano stati al corrente delle dichiarazioni in merito a presunti traffici e punti di seppellimento in Basilicata, nella regione che la ’ndrangheta, in un summit in Calabria, aveva definito “terra di nessuno”. Affermazioni che nel 2005 l’Espresso rese pubbliche attraverso il “memoriale Fonti”, dando inizio a quei sopralluoghi senza esito col pentito per trovare i fusti in Basilicata. Il signor Gianni aveva denunciato la buca nel suo terreno un anno dopo l’interrogatorio dei magistrati di Potenza al pentito, in quel dicembre del 2004, e pochi giorni dopo la denuncia aveva scoperto quegli strani movimenti notturni di camion lì intorno e che la ricopertura della buca. Ma è solo nel 2007, dopo 3 anni in cui la denuncia resta in un anonimo nulla, che viene emesso il decreto di ispezione da cui abbiamo iniziato questa storia.

La trasfusione che "non si doveva fare". Pochi mesi prima del decreto il signor Gianni era stato contattato dai medici del San Carlo. “Una cosa strana”, ricorda oggi il figlio, che si chiede perché quelle indagini vennero riprese solo dopo la morte del padre. “Di solito – afferma – eravamo sempre noi a chiamare per il controllo. Mio padre si recò per fare questa visita e decisero il ricovero perché secondo loro c’erano valori che non andavano. Dopo due giorni mi recai in ospedale di persona per chiedere come stesse. Mio padre mi disse che volevano somministrargli una sacca di sangue. Il primario precedente lo aveva sempre escluso perché per particolari fattori non poteva ricevere sangue. Cercai così di capire come mai in quella occasione volevano invece effettuare questa prassi prima sempre vietata, tanto che mio padre faceva delle cure molto particolari. Ma non mi fu data risposta. In ospedale rimase mia madre e la mia ex moglie. Il giorno seguente gli diedero questo sangue e la sera mio padre prima si gonfiò tutto, poi andò in coma e infine morì”. Ricorda anche che all’epoca la moglie aveva notato davanti la sala di rianimazione il nuovo primario “parlare sottovoce e in modo sospetto con un altro uomo”, e credendo che si riferissero al suocero s’avvicinò per chiedere spiegazioni sul perché fosse entrato in coma. Ma non gli furono date, e a quel punto, innervosita da questo comportamento, alzò la voce e venne minacciata dai due d’allontanamento. Solo tempo dopo riconobbe in tv quell’uomo che parlava col primario e l'aveva minacciata. "Era uno che contava al San Carlo di Potenza”. Il figlio del signor Gianni dice che di quella sacca di sangue nella cartella clinica non fu riportata né provenienza né autorizzazione a effettuare la trasfusione. Il tutto motivato dai medici con un’urgenza che i familiari, invece, proprio non vedevano.

Il sopralluogo "a metà". In quel 2007 comunque, solo dopo la morte del padre e a tre anni dalla denuncia della buca, il figlio di Gianni viene contattato dalla Polizia. Dissero che dovevano eseguire il sopralluogo sul terreno sospettato d’essere interessato al seppellimento di fusti di scorie provenienti da chissà dove. “Vennero per quel primo sopralluogo – racconta – nonostante insistetti che era inutile perché data la pioggia che s’era abbattuta non si poteva accedere. E diedero solo nell’occhio a tutti. Se quella era un’indagine da tenere segreta certo chi poteva essere direttamente interessato a mantenere anonima la cosa con quel comportamento era già allertato. Comunque sul posto non arrivammo mai. Dopo qualche giorno vidi il terreno di nuovo smosso. Allora chiamai subito il capo della Polizia che m’aveva contattato per il primo sopralluogo. Nonostante le mie insistenze su questo fatto strano, e che dovevano tornare subito per accertare cosa fosse accaduto, m’assicurò che era tutto sotto controllo della magistratura. Non mi sarei dovuto preoccupare. Passò poco tempo ancora e un giorno venni letteralmente prelevato, tanto che ero per strada e dovetti lasciare i miei figli a una persona lì vicino per andare sul sito con loro. Non capii perché visto che pochi giorni prima mi era stato comunicato che era tutto a posto. Ricordo che vennero con due macchine, non erano mezzi adatti e una si sfasciò per strada. Con loro c’era un geologo di Roma che perse parecchio tempo a fare rilievi sul terreno dove mio padre tre anni prima aveva trovato la buca, e lo strumento segnalò qualcosa che non mi fu mai specificato per segreto istruttorio. A un certo punto s’avvicinò il proprietario dell’azienda che stava vicino il terreno di mio padre e disse che là c’era solo un pagliaio e lamiere. A me sembrò uno che volesse mettersi sulle difensive. Quel pagliaio lo conoscevo sin da piccolo perché ci giocavo, da quando non era sepolto, ed escludo la presenza di materiali ferrosi. Il proprietario dell’azienda a quel punto si appartò con il capo della polizia nel suo capannone. E si trattennero parecchio. Quando uscì i ragazzi della polizia chiesero se dovevano continuare a cercare. Il terreno dove era stata fatta la buca appariva come rimosso da mezzi pesanti e sul posto era ancora presente la pala meccanica dei proprietari dell’azienda. Lo feci notare ma mi dissero che avrei potuto solo denunciare il signore che lì l’aveva lasciata. Io non lo ritenni opportuno, e dissi loro che non era quello il problema per cui stavamo là e mi sarei messo solo in guai peggiori”. Rispetto ai guai in cui si sarebbe cacciato sottolinea che lo zio del proprietario dell’azienda vicino i terreni del padre aveva ricoperto negli anni passati un importante incarico pubblico per il comune, ed era stato sposato con una donna proveniente dalla Calabria con precedenti penali e contatti con la malavita calabrese. “Il capo della Mobile – prosegue nel racconto del giorno dell’ispezione – a quel punto fece una telefonata alla pm che aveva emesso il decreto e poi ordinò ai suoi ragazzi di rientrare. Uno di essi si lamentò dicendo ʽma è questo il modo? Vogliamo dare una risposta al signore?’. Allora il capo mi chiese se ero contento di come avevano svolto le indagini e mi limitai a ribadirgli il mio dissenso. Da allora non ho più saputo nulla. Per questa storia coinvolgemmo l’allora assessore all’ambiente in Provincia. Ricordo che s’adoperò facendo fare sondaggi aerei e fotografie per rilevare se c’erano problemi. Ma anche in questo caso non ho più saputo nulla. So di certo però, che subito dopo si dimise”. Conclude con un interrogativo il figlio del signor Gianni, una domanda già sentita diverse volte in altri contesti lucani. “In questo paesino – conclude – c’è gente che s’ammala ogni giorno di cancro, nonostante viviamo in un posto dove l’aria è buona, non ci sono fabbriche e le macchine che circolano sono davvero scarse. Come è possibile?”.

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BERTINOTTI A VENDOLA: INVECE CHE UN PARTITO POTEVI FARE UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO

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Dal profilo fb di Leonardo Masella riportiamo una parte di un articolo uscito sul corriere della sera che farà molto discutere...

"Bersani fa grande affidamento su Vendola per il dopo-primarie. Se infatti la legge elettorale verrà alla fine modificata, assegnando il premio di maggioranza non alla coalizione ma al partito, il numero uno del Pd pensa di andare alle elezioni con un unico listone che metta insieme i Democrat e Sel. È una prospettiva su cui si sta ragionando seriamente sia a largo del Nazareno che tra i vendoliani. E, nonostante le smentite di rito, si sono fatti notevoli passi avanti in questa direzione. Come dimostra l'alterco che c'è stato qualche tempo fa tra il presidente della Regione Puglia e Fausto Bertinotti, che è contrarissimo all'ipotesi di presentarsi alle elezioni con il Pd. Vendola per sostenere la bontà delle sue tesi ha spiegato che per lui è quasi «un dovere morale» portare i giovani di Sel in Parlamento, evitando il rischio che rimangano fuori anche nella prossima legislatura. A quel punto Bertinotti non ci ha visto più e ha troncato la discussione con una battuta velenosissima: «Allora tanto valeva fare un ufficio di collocamento e non un partito»". Maria Teresa Meli, Corriere della Sera, 28.8.12

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martedì 28 agosto 2012

NO TAV OCCUPATA LA SEDE DI EQUITALIA A SUSA

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Oggi 28 agosto 2012 il movimento no tav ha occupato la sede di Equitalia di Susa. Di seguito alcune testimonianze video e il testo del volantino distribuito durante l’azione che ne spiega il significato e le motivazioni. Dopo il blocco il gruppo di no tav si è poi diretto al vicino mercato della cittadino dove è stato accolto dagli applausi dei presenti. Una pressione e una attività, quella di Equitalia ormai insostenibile.
PERCHE’ BISOGNA BLOCCARE EQUITALIA
Tu paghi le tasse e il governo, i politici, i finanzieri e le banche con i tuoi soldi o si
arricchiscono o li sprecano costruendo opere inutili come il tav Torino Lione. Sì questo è quello che succede ai tuoi sacrifici, ai tuoi risparmi, alle tasse che tu paghi. Dalla busta paga, nelle bollette della luce e del gas, per ogni litro di carburante, nelle tasse scolastiche, in tutte le imposte che ci vengono fatte pagare c’è questo spreco, investimenti inutili che non migliorano la nostra vita, che non portano lavori utili e sani e che distruggono i territori in cui viviamo. Quando poi per tutti i motivi che conosciamo bene, le difficoltà della vita, la mancanza di lavoro e di uno stipendio dignitoso non riesci a pagare una bolletta, una tassa sulla tua casa, l’affitto o la semplice rata dell’asilo dei tuoi figli e molto altro ancora ecco che spunta EQUITALIA. Questa società di riscossione si comporta oggi come una banda di usurai che ti impicca nei tuoi debiti, li raddoppia, ti ruba la casa, ti blocca la macchina e ti porta via ingiustamente i sacrifici di una vita o peggio per chi è già in una situazione difficile anche il minimo per poter vivere. Tutto questo non è giusto e va fermato. Prima di ogni sacrificio, prima di ogni bolletta, di ogni multa, di ogni tassa ci sei tu, le persone a cui vuoi bene, la tua vita. Non dobbiamo sentirci sconfitti, non dobbiamo rimanere soli, dobbiamo avere il coraggio e la dignità di dire basta a queste rapine, a questi sequestri, a queste tasse che sono troppe e ingiuste. Come nella difesa del territorio valsusino il movimento no tav oggi ha deciso di dire no anche a questo. Un no chiaro per fermare una cosa sbagliata e proporre tante cose semplici e giuste.
- Perché il referendum sull’acqua pubblica sia rispettato e le persone possano avere
l’acqua anche se non riescono a pagare la bolletta e non si vedano arrivare a casa una
raccomandata di riscossione o sequestro di beni.
- Perché le tasse sui rifiuti siano diminuite e gli eventuali debiti dei cittadini siano
valutati dai comuni e non da un ufficiale giudiziario il cui unico obiettivo è recuperare
denaro e non aiutarli.
- Perché se non riesci a pagare la bolletta della luce ti sia lasciata una fornitura minima per vivere e non ti venga staccato il contatore.
- Perché sia garantita ai nostri figli la scuola, la mensa scolastica, i libri anche se non siamo in grado di pagare le rate e perché queste difficoltà non diventino dei debiti.
- Perché la mancanza di lavoro e prospettive non è stata causata da noi ma da decenni di governi incapaci, da una casta di corrotti e da un sistema bancario di sanguisughe che
trasforma le nostre difficoltà in debiti.
- Perché il lavoro, la salute, l’acqua, la luce, il gas, la casa, l’istruzione sono dei
diritti e non possono diventare dei debiti.
EQUITALIA ingigantisce i debiti non giusti e non veri di ognuno di noi ogni giorno. A Teramo, in una terra semplice e laboriosa come la nostra ad inizio agosto due anziani pensionati si sono impiccati abbracciandosi perché al loro figlio equitalia aveva pignorato la casa in cui viveva. Molte altre persone come loro si sono arrese e si sono suicidate in questi anni, noi pensiamo invece che si possa lottare insieme per superare queste difficoltà.
E’ NECESSARIO BLOCCARE EQUITALIA, SUBITO ORA E SEMPRE NO TAV !

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lunedì 27 agosto 2012

Protesta a 400 metri sotto terra

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Sono asserragliati a 400 metri sotto terra, a quota -373 metri sotto il livello del mare. 40 minatori proseguono dalle 22.30 di ieri sera la protesta e hanno occupato la miniera di carbone di Nuraxi Figus, a Gonnesa, in provincia di Carbonia-Iglesias, dove hanno custodito anche un quintale di esplosivo. Il motivo: ottenere il finanziamento del ‘progetto integrato miniera-centrale-cattura stoccaggio dell’anidride carbonica’ nel sottosuolo. All’ingresso della miniera della Carbosulcis di Nuraxi Figus tre cumuli di carbone appena estratto impediscono l’accesso alle auto. Da ieri notte in miniera si entra solo a piedi.
L’occupazione della miniera, che riporta il Sulcis indietro negli anni, quando l’occupazione delle gallerie era il simbolo della lotta del territorio, arriva a pochi giorni dal vertice che si terrà al ministero dello sviluppo economico per la ‘vertenza Sulcis’ per le aziende in crisi: venerdì prossimo, 31 agosto, la Regione insieme ai sindacati incontrerà il governo per Alcoa, Eurallumina, Portovesme srl e Carbosulcis.
I minatori di Nuraxi Figus chiedono una decisione definitiva al governo sul finanziamento del progetto integrato, che varrebbe 200 milioni di euro e l’impegno dell’Enel, unico cliente della Carbosulcis per la centrale di Portovesme, ad impegnarsi definitivamente nella produzione di energia per le aziende del Sulcis. “Ho sperato sino alla fine che questo gesto estremo venisse evitato ma l’arroganza del governo e dell’Enel, che in tutti i modi si stanno contrapponendo al ‘progetto integrato miniera – centrale – cattura stoccaggio C02′, ha superato ogni limite. La lotta durissima che attende i lavoratori della Carbosulcis non deve restare isolata ma deve trovare senza infingimenti il sostegno di tutte forze politiche e istituzionali”, ha commentato il deputato sardo Mauro Pili, che nei giorni scorsi aveva annunciato forme clamorose di protesta dei minatori del Sulcis. I 40 minatori che da ieri notte hanno occupato il sottosuolo sono determinati: “Si va ad oltranza, ormai il Sulcis è in guerra. Il carbone è strategico, l’alluminio pure. Non si può pensare di chiudere le fabbriche senza colpo ferire”. E chiedono che la vertenza del Sulcis abbia la stessa dignità di quella dell’Ilva di Taranto.


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domenica 26 agosto 2012

Gli operai Alcoa all’arrembaggio per indicare la rotta a Monti

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Un tuffo nel mare per non buttarsi giù. Giù dalla banchina però sì. Un gesto dimostrativo ma drammatico. Nel porto di Cagliari, occupato per tre ore nonostante la presenza della polizia che ormai non sa più come contenere la rabbia degli operai dell’Alcoa. Ogni tanto parte qualche manganellata. Niente da fare. Si scatenano. Parte anche un arrembaggio sul traghetto Tirrenia che attracca proprio in quel momento. Un blitz concordato con la questura ma preteso con motivazioni molto convincenti. Non stanno scherzando i 500 lavoratori di Portovesme, non hanno alcuna intenzione di rassegnarsi all’idea di dover spegnere gli impianti dello stabilimento. I turisti e il comandante della nave solidarizzano. Non solo lasciano fare – e dalla nave sventola uno striscione – ma applaudono anche, condividono senza nemmeno sapere il perché le ragioni di chi si sta battendo per difendere il diritto a lavorare. Verso sera, sono tutti convocati dal questore e dal prefetto di Cagliari, le «autorità» sostengono di non poter più reggere questa situazione di illegalità. «Gli abbiamo risposto che noi siamo più in difficoltà di loro e che lo riferiscano al governo», questa la risposta di Franco Bardi, segretario Fiom del Sulcis.
E’ da gennaio che la multinazionale statunitense dell’alluminio ha annunciato la riduzione della produzione del 5% a livello mondiale. Una decisione che spazzerebbe via lo stabilimento sardo che, compreso l’indotto, dà da mangiare a circa mille famiglie in una regione che registra tassi di disoccupazione drammatici. «La Sardegna è in stato di allerta sociale e istituzionale, è necessario che il governo affronti con determinazione questa delicatissima fase della vertenza» – dice il governatore Ugo Cappellacci. Invece sono otto mesi che nessuno fa nulla, o quasi, e adesso il tempo sta per scadere: il 3 settembre, in mancanza di un nuovo acquirente della fabbrica, gli impianti dovranno chiudere. Che fare? Ecco una domanda che si dovrebbe girare ai ministri allo Sviluppo e al Lavoro (Passera & Fornero) che proprio in queste ore parlano di sviluppo agitando cifre e ipotesi di crescita che nulla hanno a che fare con il mondo reale. Come una fabbrica che chiude. Gli operai ce la stanno mettendo tutta per bucare l’algida impenetrabilità dei «massimi livelli» che stanno governando senza tanti fastidi parlamentari – solo qualche politico sardo alza la voce, gli altri preferiscono tacere. Mercoledì scorso, per esempio, i lavoratori hanno bloccato l’aeroporto di Cagliari. Il 30 agosto invece saranno a Roma, in marcia da Civitavecchia, mentre il 5 settembre la «pratica» Alcoa sarà discussa al ministero dello Sviluppo.
Gianni Venturi, coordinatore del comparto siderurgia Fiom nazionale, non nasconde la complessità della missione. Che però non è impossibile. A patto che in questi giorni si riescano a sistemare alcuni tasselli dopo il definitivo tramonto della prima ipotesi di acquisto dell’Alcoa, un compratore tedesco – il fondo Aurelius – risultato poco credibile perché non aveva presentato un piano industriale definito. Innanzitutto, spiega Venturi, Alcoa deve rispettare la promessa fatta il primo agosto, e cioè l’impegno a determinare le condizioni per continuare la produzione fino al prossimo 31 dicembre, a regime rallentato, in modo che si possano valutare eventuali altre ipotesi di acquisto interessanti. «Al governo – spiega Venturi – bisogna chiedere uno sforzo maggiore per ricercare nuovi investitori industriali o favorire eventuali partnership con altri soggetti che lavorano metalli nel Sulcis, bisogna rilanciare il polo dell’alluminio in Sardegna».
Nel frattempo, dichiarazioni di solidarietà arrivano dalle forze politiche che non hanno voluto legarsi mani e piedi al governo Monti. «E’ molto grave – dice Paolo Ferrero, segretario del Prc – che a pochi giorni dalla presunta chiusura dello stabilimento non ci sia un intervento del governo per risolvere una vertenza che aggraverebbe in maniera drammatica la crisi di un territorio che già ha una disoccupazione del 33%. Bisogna impegnarsi nella risoluzione della crisi e non trasformarla in un problema di ordine pubblico». Attacca il governo anche Maurizio Zipponi, responsabile lavoro dell’Idv. «I professori la smettano di parlare a sproposito della fine della crisi e dell’uscita dal tunnel, perché l’Italia reale sta sprofondando in un baratro. Finora Monti, Passera e la prof Fornero hanno preso in giro i lavoratori dell’Alcoa».


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sabato 25 agosto 2012

Incendiato il presidio Fiom davanti alla Maserati

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MODENA. A pochi giorni dal raid neofascista che ha imbrattato con croci celtiche le pareti, nella notte tra ieri e oggi è stato dato fuoco al container della Fiom davanti allo stabilimento della Maserati. Ignoti hanno appiccato il rogo con il chiaro intento di distruggere un simbolo di presidio degli operai legati al sindacato in tensione con la dirigenza del Gruppo Fiat (al quale appartiene anche la Maserati). Sconosciuti gli autori del gesto. Su di loro indagano la Procura e la Digos di Modena.
“Un atto gravissimo che fa seguito ad altri tentativi di denigrazione e intimidazione nei confronti di questa organizzazione sindacale”, è quanto afferma il sindaco di Modena Giorgio Pighi in relazione all’attentato.

“Il container -prosegue Pighi- rappresenta la volontà dei lavoratori della Fiom di stare in fabbrica, con le loro idee e le loro posizioni, ovviamente discutibili, ma sempre rispettabili, comunque patrimonio del lavoro modenese”.

Il sindaco, nel condannare l’accaduto, esprime solidarietà e vicinanza alla Fiom e invita le forze e le istituzioni democratiche a tenere alta la soglia dell’attenzione. “Quando si brucia un simbolo -afferma- non si colpisce solo quel simbolo e quel che rappresenta, si colpisce quel che di meglio esprime la democrazia e cioè la libertà di pensiero”

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venerdì 24 agosto 2012

Disastro Fiat, Melfi potrebbe fermarsi per due anni

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Melfi trema per il rischio di un rinvio al 2015 dell'arrivo in catena di montaggio per la Nuova Punto. L’allarme dei sindacati arriva mentre in Borsa i titoli del Lingotto soffrono, con Fiat che perde il 3,74% e Fiat Industrial l'1,50%. L’azienda però non conferma la notizia. Inizialmente la nuova Punto doveva vedere la luce nel 2013, ma già nei mesi scorsi erano circolate indiscrezioni secondo cui sarebbe slittata al 2014. A giugno 2012 Marchionne aveva detto che il progetto della nuova Punto “è uno di quelli che stiamo riconsiderando”. A fine ottobre il Lingotto dovrebbe presentare il nuovo piano industriale sul futuro di stabilimenti e prodotti in Italia.
Mentre si attende un quadro chiaro sull'assetto di tutti gli stabilimenti in Italia, con Cassino che oggi puo' apparire un anello debole, piu' a rischio di altri, il ministro dello Sviluppo Corrado Passera aveva nei giorni scorsi invitato la Fiat ad aprire un confronto. Qualche elemento di chiarezza potrebbe arrivare dal confronto tra Fiat e il Governo, con l'incontro tra Marchionne ed il ministro del Lavoro Elsa Fornero che era atteso entro agosto, ma che non sarebbe ancora in agenda (''ho proposto una serie di date, non abbiamo stabilito quando, ma credo che avverra'', ha detto il ministro).
Intanto dalla Serbia arriva la notizia che il governo serbo non sara' in grado di rispettare tutti gli obblighi contrattuali previsti per quest'anno nei confronti dell'impianto Fiat di Kragujevac, e dovra' rinviare una parte di essi al 2013. A dirlo è stato il ministro dell'Economia e finanze, Mladjan Dinkic,spiegando che il nodo sara' al centro di un incontro mercoledi'
prossimo a Belgrado con il vicepresidente del Gruppo Fiat Alfredo Altavilla.

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domenica 19 agosto 2012

No Tav, Val Clarea, 17 agosto, ore 4.00: il filo spinato viene giù

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Nella notte tra il 16 e il 17 agosto un centinaio di No Tav ha colto di sorpresa, per la seconda volta, le truppe d’occupazione che presidiano il cantiere-fortino in Val Clarea. Verso le 4.00 di notte, sbucando dai boschi di Giaglione, giunti da sentieri resi più scuri dall’assenza di luce lunare, hanno lanciato all’improvviso il coro “Giù le mani dalla Val Susa” e iniziato una battitura sui New Jersey, accompagnata da un copioso taglio del filo spinato soprastante, utilizzando tronchesi e cesoie. Il filo spinato, che Ltf acquista direttamente dallo stato simbolo dell’occupazione militare nel mondo, Israele, è espressione pratica e visiva della violenza e della brutalità di governo e polizia nella valle, oltre che della debolezza di un sistema politico-istituzionale sempre più delegittimato e in crisi, costretto a ricorrere alla fortificazione delle proprie “opere” per tentare di convincere la gente della sua capacità di realizzarle nonostante il dissenso. Già durante la notte dei fuochi del 14 agosto il muro che difende parte del cantiere era stato danneggiato con l’apertura di un varco; la scorsa notte un’azione più rapida ha portato ancora un po’ più avanti il lavoro.
Quando i compagni sono arrivati nei pressi della baita hanno trovato pochi celerini stupiti e quattro o cinque militari accovacciati ai loro Lince, che, evidentemente colti alla sprovvista, hanno iniziato (soprattutto i primi) ad agitarsi senza costrutto nell’area retrostante la baita, e a proteggersi con gli scudi da pietre che non sono mai state loro lanciate. Il movimento decide quando e come usare i suoi strumenti e le sue energie, collettivamente, e porta a termine i suoi attacchi al cantiere nonostante la militarizzazione asfissiante dell’alta valle e i tentativi del nemico di capire e prevedere le sue mosse. Questa capacità di organizzazione e questa virtù dell’imprevedibilità spaventano il fronte Sì Tav almeno quanto il grado di consenso che le azioni dirette riscuotono sul territorio.
Dopo i danni al cantiere e alle truppe occupanti inflitti a luglio, ad agosto la questura di Torino ha giocato la carta del terrorismo psicologico e dell’abuso giuridico costante, attuando una sorta di cordone repressivo attorno al campeggio del presidio Gravella, a Chiomonte. Le azioni delle ultime settimane, compresa quella della scorsa notte, sembrano suggerire che tale strategia non ha sortito alcun effetto. Forse è anche per questo che i media prostrati alle lobbies del Tav, di fronte alle azioni contro il cantiere e contro la militarizzazione (diverse azioni notturne, ma anche la vivace protesta sotto la caserma dei carabinieri di Susa, alcuni giorni fa) hanno preferito, alla nostra denigrazione, il semplice silenzio. Troppo triste ammettere che neanche la carta delle identificazioni di massa e dei posti di blocco stradali a ripetizione ha pagato? Forse per questo, La Stampa e La Repubblica dedicano in queste ore i loro articoli ai 30 fogli di via che sono in corso di notifica ad altrettanti No Tav, magari sperando che questa sia la soluzione, che l’espulsione degli oppositori al supertreno dalla valle, per mezzo di tali provvedimenti amministrativi, possa disincentivarli dal tornare sul luogo del dissenso.
Ma non è stato, non è e non sarà così. Tanti sono i fogli di via notificati nell’ultimo anno, già stracciati platealmente in faccia alle forze dell’ordine in più occasioni. La stessa fine faranno queste nuove scartoffie, la cui “giustificazione” poliziesca parla già abbastanza chiaro: la protesta contro il treno che portava scorie nucleari attraverso la valle il 23 luglio, nei pressi di Borgone. Forse, mentre è sempre più difficile, per gli uomini della questura, passare notti tranquille a Chiomonte, è ora per tutti i destinatari dei fogli di via riunirsi pubblicamente in un’iniziativa in valle, appoggiata dall’intero movimento, per ribadire assieme e a viso aperto: i fogli di via non ci fermeranno mai!

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sabato 18 agosto 2012

Le bugie della Fornero: gli esodati non sono 65 mila ma 390 mila!

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Come è possibile credere ad un Ministro che da mesi va dicendo di non volere cancellare l’art 18 e lo stesso Statuto dei Lavoratori ma poi, quando emana un decreto legge, lascia fuori 325 mila lavoratori/trici?
A fine Maggio, l’Inps ha inviato al Governo un documento con cui attestava a 390.200 unità il numero degli esodati, la stessa Fornero, in un convegno deIl sole 24 oredel marzo scorso, ammetteva che il numero dei lavoratori usciti dalle aziende e rimasti senza stipendio e senza pensione (perché a Dicembre sono cambiate innalzando l’età previdenziale portando la pensione alla soglia dei 70 anni di età, la più alta in assoluto d’Europa) era assai superiore alle cifre Governative.
Sempre l’Inps, nella audizione alla Camera di aprile, parlava di oltre 130 mila esodati, ma nonostante queste cifre documentate il Governo ha licenziato un decreto legge che prevede la copertura solo per un sesto degli aventi diritto.
Il governo dei tecnici si rivela per quello che è, un governo di ciarlatani che vende una immagine falsamente efficientista per occultare politiche di annullamento delle tutele collettive e individuali (vedi cancellazione dell’articolo 18)
Il Governo Monti vuole far cassa sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici soccorrendo le grandi imprese alle quali concederà a breve la libertà di licenziamento passando poi alla realizzazione di un altro progetto padronale: cancellare il diritto di sciopero
Un Ministro bugiardo che di fronte ai dati Inps parla di“dati parziali e manovre per danneggiare il Governo”, un Ministro che volutamente ha ignorato il documento ufficiale dell’Inps (in arrivo l’ennesimo giro di vite??) e scarica sui salari sempre più tasse salvaguardando i grandi profitti speculativi


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domenica 8 luglio 2012

Cgil, serve lo sciopero generale

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Le politiche del governo Monti si ispirano ad una cultura neoliberista, una filosofia che individua il nemico in tutto ciò che è pubblico. Questa strategia di azione accomuna l’attuale presidente del Consiglio al suo predecessore, Silvio Berlusconi. Più in generale lo accomuna a tutti i governi del centrodestra europeo. Al fallimento delle «politiche di mercato» non si risponde con interventi keynesiani in modo da far crescere la domanda ma con un attacco alzo zero alla pubblica amministrazione, nel tentativo di smantellare progressivamente tutto ciò che è pubblico.
La regola alla base delle politiche del governo Monti è restringere il perimetro dell’intervento pubblico e far crescere il privato. Sono politiche depressive che non aiutano la crescita e lo sviluppo. Rischiano di penalizzare l’economia produttiva senza che vengano messi in campo interventi per ridurre l’egemonia del settore finanziario. L’Italia e l’Europa avrebbero bisogno di ben altro.
Le organizzazioni sindacali – tutte quante – hanno firmato il 3 maggio scorso un accordo con il governo sulla riforma della pubblica amministrazione.
Oggi l’intesa siglata dal ministro della funzione pubblica e dai sindacali è stata buttata nel cestino della carta straccia. L’accordo avrebbe dovuto tradursi in una legge delega. Non ce n’è traccia. Invece sono arrivati i tagli della «spending review», per giunta 
presentati con una semplice informativa, senza alcuna discussione con le parti sociali. La domanda è d’obbligo: può essere ritenuto affidabile un governo che straccia accordi sottoscritti appena due mesi fa?
Nel dettaglio, la sospensione dei concorsi per il pubblico impiego fino al 2016 crea le condizioni per il lavoro a chiamata, accresce il potere del politico di turno, senza rispettare l’articolo 97 della Carta costituzionale, che recita testualmente «si può
accedere alla pubblica amministrazione solamente per concorso». La riduzione del 10% dei lavoratori delle amministrazioni pubbliche porterà a un’inevitabile diminuzione dei servizi offerti ai cittadini. E tutto questo accade partendo da un assunto che non corrisponde al vero, perché la spesa italiana per la pubblica amministrazione è inferiore a quella dei principali paesi europei. Dire che gli italiani spendono di più della media Ue è una bugia, una bufala spacciata per giustificare un autentico colpo di scure.
Infine il governo ha proposto di sospendere fino al 2013 – ma solo nella pubblica amministrazione – gli effetti della legge Fornero, offrendo di fatto la possibilità di andare in 
pensione con il sistema precedente a quello attuale. Ma questo creerà una disparità di trattamento fra lavoratori pubblici e privati che non può in alcun modo trovare d’accordo il sindacato. Un ulteriore elemento di divisione fra pubblico e privato, quando invece le leggi dovrebbero valere per tutti. Il nostro giudizio sull’azione del governo è totalmente negativo.
Che fare allora? L’unica risposta possibile è l’apertura di una fase di lotta nella pubblica amministrazione, portando avanti un’azione contro il governo che nel giro di pochi mesi ha colpito le pensioni, il mercato del lavoro, l’articolo 18, tutta la pubblica amministrazione.
Dobbiamo costruire le condizioni per una mobilitazione generale, perché questo governo cambi linea politica, cambi linea economica e attivi politiche di intervento pubblico. Va cambiato il paradigma di 
riferimento per dare risposte a una realtà fatta di disoccupazione sempre crescente, in particolare per i giovani e le donne, che colpisce i pensionati.
Le 
iniziative di lotta che verranno messe in campo dovranno avere la capacità di unire le mobilitazioni dei lavoratori, pubblici e privati. Il mondo del lavoro deve restare unito, va respinto ogni tentativo di dividere, per creare le condizioni per arrivare allo sciopero generale. 
(Nicola Nicolosi è Segretario nazionale Cgil con la responsabilità della pubblica amministrazione)


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venerdì 29 giugno 2012

Un cavallo di Troia a Pomigliano Movimento operaio

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Scritto da Domenico Loffredo*   
Venerdì 22 Giugno 2012 14:46
Storia di una sentenza che incide sui rapporti di forza tra FIAT e i lavoratori 
Descrizione: http://www.marxismo.net/images/stories/articoli2012/pomigliano_giu2012.jpgIeri, 21 giugno 2012, la battaglia iniziata esattamente 2 anni fa con il referendum imposto da Marchionne ha rivisto i riflettori accendersi su di sé. Il giudice del tribunale di Roma ha di fatto accertato la discriminazione che noi in più occasioni avevamo denunciato, e che anche i sindacati firmatari dell’accordo negavano.
Dall’elenco fornito dalla stessa FIAT, in cui comparivano 382 lavoratori iscritti alla FIOM il 31/ 12/ 2010, nemmeno uno di questi è stato riassorbito nella nuova società. Nonostante tutti i tentativi, a dire il vero alquanto goffi, della difesa, di dimostrare che il caso aveva voluto questo risultato, una perizia statistica affidata ad un professore di Birmingham ha smontato tutto l’impianto difensivo, decretando che un caso del genere poteva accadere casualmente solo una volta su un milione. La notizia è stata ovviamente accolta con grande gioia da tutti i compagni di Pomigliano, tanto che alcuni di loro, nella conferenza stampa indetta dalla FIOM, non hanno saputo trattenere le proprie emozioni.
La sentenza, che impone la riassunzione delle maestranze iscritte al sindacato dei metalmeccanico della CGIL, 145 per la precisione, potrebbe cambiare alcuni equilibri, che fino ad ora si erano generati nello scontro in atto. Il condizionale è d’obbligo vista l’ avversione della FIAT ad accettare le sconfitte: Infatti l’azienda ha già preannunciato ricorso. È chiaro a tutti che se la FIOM riesce a fare entrare in fabbrica i propri iscritti cadrebbe tutta l’intera opera messa in piedi dallo “stratega” Italo-canadese, di tenere rapporti solo ed esclusivamente con sindacati proni al suo volere. La fortezza costruita in questi anni comincia a scricchiolare e questa sentenza è il nostro cavallo di Troia, che può portare all’interno delle mura un nucleo di combattenti pronti a farsi rispettare.
Il giudizio quindi su quanto avvenuto non può non essere positivo ma allo stesso tempo bisognerà mantenere la mente lucida, perché le ricadute reali di quella sentenza per ora sono tutte da vedere. Bisognerà pertanto sfruttare questo colpo assestato dalla sentenza del tribunale, per costruire una mobilitazione ampia su Pomigliano che porti ad intrecciare le discriminazioni oramai accertate con il più difficile nodo del futuro produttivo. Per intenderci non vorremmo che la controffensiva possa sfruttare le nuove armi costruite apposta per i padroni da Monti e Fornero,. Tali norme, che rendono il licenziamento molto più facile, potrebbero giocare un ruolo importante visto lo scenario non limpido.
Di fatto senza altre produzioni Pomigliano rischia di essere il nuovo campo su cui sperimentare le nuove norme della riforma Fornero. Questo tema impone la riflessione anche su quale strategia attuare, è il momento di affondare il colpo, riprendere la mobilitazione e pretendere che tutti i lavoratori di Pomigliano e dell’indotto rientrino al lavoro.

* Segretario del Circolo Prc Fiat auto - Avio, Pomigliano d'Arco


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Fornero bocciata in Costituzione, il Pd pure…

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di Fabio Marcelli
Quali sono le doti che si richiedono ai governanti, anche a prescindere, se vogliamo, dal loro orientamento politico? Certamente in primo luogo la fedeltà all’ordinamento giuridico e alle sue norme fondamentali, nel nostro caso, ovviamente, la Costituzione repubblicana, sulla quale sono stati chiamati a giurare non già per l’osservanza di un rituale bizzarro e desueto ma perché devono improntare tutto il loro agire al rispetto e all’attuazione dei principi giuridici in essa contenuti. Poi l’onestà, la trasparenza, la capacità di scindere i propri interessi personali da quelli del Paese.
Se ci chiediamo perché l’Italia vada male e verifichiamo l’esistenza o meno di tali elementari requisiti nei governanti degli ultimi anni, la risposta viene naturale e spontanea.
Il nostro paese va male perché, per una serie di ragioni che andrebbero attentamente analizzate, coloro che sono stati chiamati a governarlo negli ultimi anni si sono rivelati spesso del tutto privi di tali requisiti.
Non si pretende certo che la signora Fornero sia una luminare del diritto costituzionale e neanche del diritto in genere. Ma la sua battuta sul diritto al lavoro, che non sarebbe tale, è evidentemente rivelatrice, al di là della successiva penosa smentita, del suo approccio, assolutamente antitetico a quello proprio di un governante dignitoso di questo paese.
Che cosa dice l’art. 4 della nostra Costituzione? Il testo è il seguente:
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Ora, se la Repubblica è in mano a gente come Fornero, è evidente che nulla essa farà per promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, dato che, secondo lei, non di diritto di tratta, ma di una sciocchezza che i buontemponi dei nostri Costituenti hanno voluto inserire nel testo della legge suprema perché in preda a un accesso di populismo.
Perché stupirsi quindi se in Italia, secondo i dati ISTAT, ci sono 2 milioni e 354mila disoccupati, con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 31,9% ?
Certo, c’è la crisi. Ma la crisi non è un evento naturale. E, se anche lo fosse, le collettività umane esistono e operano appunto per contrastare gli effetti negativi di eventi di qualsiasi genere.
Non occorre essere dei comunisti sfegatati per affermare questo. Pensiamo alle scelte operate da Franklin Delano Rooselevelt e al New Deal, ad esempio. Solo i più beceri fra i neoliberisti possono ancora essere convinti del fatto che il mercato, lasciato a se stesso, possa risolvere un problema, come quello della disoccupazione, che è un problema mondiale e che richiede pertanto politiche nazionali e internazionali precise basate sull’intervento pubblico.
Il difetto sta nel manico. Farsi governare da una come la Fornero è un po’ come andare a farsi fare un’operazione chirugica delicata da un macellaio o affidare alla banda bassotti la sicurezza delle banche. Questo oramai l’abbiamo capito tutti.
Quello che ancora forse qualcuno fatica a capire è perché un partito come il PD continui ad affidare le sorti del Paese a gente del genere (e perché la CGIL esiti ancora a convocare uno sciopero generale contro questo governo). Sempre a rigor di logica, dovremmo essere portati a pensare che i gruppi dirigenti di tale partito condividano in sostanza la bieca visione del mondo di Fornero, Monti e soci, secondo i quali, come dimostrano del resto le tristi vicende dell’art. 18 e degli esodati, è meglio avere un paese di sudditi servili e impauriti, privi per l’appunto di diritti, che di cittadini consapevoli e combattivi. Strada che porta alla rovina, anche economica, questo nostro disgraziato paese.
Sarò un inguaribile ottimista, ma voglio sperare che il popolo italiano mandi a quel paese (non il nostro paese), Fornero, Monti e i loro seguaci politici e sindacali. Infatti il nostro problema di fondo non si chiama spread e neanche globalizzazione, ma assume le sembianze di una classe politica-tecnica irrimediabilmente autoreferenziale, arrogante e impreparata, della quale è giunta l’ora di liberarsi.
da Ilfattoquotidiano.it

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venerdì 15 giugno 2012

Quei licenziamenti illegittimi

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di ex RSU AluMil

Dopo una vertenza sindacale durata più di due anni con scioperi e presidio permanente dello stabilimento di Borgo a Mozzano, la fabbrica produttrice di Alluminio (48 dipendenti) che appartiene al Gruppo ALL.CO (quasi 600 dipendenti in tutta Italia) è stata condannata, pochi giorni fa, dal Tribunale di Lucca, Sezione Lavoro, per aver messo in cassa integrazione a zero ore e successivamente in mobilità
il rappresentante sindacale della FIOM-CGIL ed una lavoratrice invalida.
A questo servono le tutele garantite dallo Statuto dei Lavoratori, a partire dall’Articolo 18, importantissimo baluardo che va difeso a tutti i costi.
Infatti la soppressione o la semplice manomissione dell’Art. 18 aprirebbe la strada a chi, come l’ALUMIL, approfitta della crisi per buttare fuori dal cancello chi vuole. Magari cominciando dai più deboli o da chi prova ad organizzare qualcosa per evitare le delocalizzazioni ed i licenziamenti.
Oltre al supporto mai venuto meno della FIOM-CGIL, Rifondazione Comunista è sempre stata al fianco dei lavoratori Alumil in lotta, sostenendoli attivamente nelle iniziative di mobilitazione con i propri militanti e le proprie strutture (“Liberazione”, quotidiano del PRC, dedicò due intere pagine alla vicenda).
Pochi giornali, invece, la raccontano giusta sull’Articolo 18 e troppi politicanti parlano a vanvera dello Statuto dei Lavoratori. Probabilmente perché non sanno cosa significa lavorare ai tempi della crisi.
E’ nei momenti difficili che le regole servono e servirebbe casomai estenderle a tutti per far sì che nessun lavoratore possa essere esposto a condotte in stile Alumil.
Senza l’Articolo 18, oggi, le imprese si sentirebbero autorizzate ad operare i peggiori ricatti e le peggiori ingiustizie.
Sostenere che, per uscire dalla crisi, serva poter licenziare con più facilità ed ingiustamente (perché l’Articolo 18 impedisce i licenziamenti ”ingiusti”) è vergognoso, fuori dal mondo e fuori da ogni logica.
Difendere l’Articolo 18 è un dovere di civiltà.
(a cura della ex rsu dell’Alumil di Borgo a Mozzano)

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domenica 10 giugno 2012

La parola al lavoro", la Fiom incalza sinistra e centrosinistra

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“Un sindacato autonomo e indipendente ma non indifferente”. Parte da qui la foto di gruppo scattata nell’aula magna dell’hotel Parco dei Principi a Roma dove questa mattina si è svolto l’atteso confronto tra la Fiom e i partiti di sinistra e del centro-sinistra. Pd, Sel, Idv da una parte e Prc, Pdci, Alba dall’altra. Una foto che non finirà in nessun album di famiglia, sia chiaro, perché alla fine ci si lascia con uno stentato arrivederci.
Del resto è proprio la “non indifferenza” della Fiom all’articolo 18 e alla rappresentanza sindacale/democrazia a segnare l’incomunicabilità dei metalmeccanici con Pd e Sel. Certe cose, comunque, è meglio dirsele in faccia.
E da oggi il sindacato dei metalmeccanici avrà almeno la certezza di aver parlato chiaro. Può proseguire tranquillo sulla sua strada, quindi. E il leader Maurizio Landini chiudendo i lavori invita tutti alle giornate del 13, 14 e 15 giugno. Ci saranno un po' di mobilitazioni, naturalmente, e quegli accenti giusti per sottolineare che la battaglia contro la cosiddetta "Riforma del lavoro" ancora non è finita.
Partito della Fiom? A giudicare dai contenuti messi sul tavolo, sembra più che altro una Fiom che si dà tanto da fare. E non certo per esibire un improbabile protagonismo. E’ sempre la solita grande Fiom, che da più di un decennio ha deciso di difendere con le unghie e con i denti i diritti dei lavoratori. Questo sì. L’unico riferimento esplicito che ad un certo punto il leader Maurizio Landini fa è al sindacato delle origini quando insieme alla piattaforma generale veniva posto il problema del significato generale della lotta, ovvero della trasformazione della società.
Oggi c’è più che altro un sindacato che viene messo nell’angolo dalla politica, dagli imprenditori e dal governo. E quindi cerca, quasi per istinto, un modo efficace di difendersi.
Del resto, come sottolinea lo stesso Landini nell’introduzione l’offensiva non è certo di poco conto né, tanto meno, “tattica”. C’è una Fiat che sta facendo a pezzi la Costituzione della Repubblica italiana nell’indifferenza generale. C’è un sindacato che si sta facendo a pezzi da solo e sta cancellando oltre alle conquiste di questi anni il rapporto democratico con i lavoratori. C’è una crisi usando la quale si tenta di stravolgere la condizione del lavoro. C’è, infine, una colpevole mancanza di politica industriale che regala alle imprese la facoltà di inseguire il “profitto immediato” senza preoccuparsi di avere una visione di medio-lungo periodo. A tutto questo non basta opporre una piattaforma. Occorre mettere mano a un programma politico che spazi dalle pensioni alla riduzione dell’orario di lavoro, dalla lotta all’evasione alla patrimoniale passando per il reddito di cittadinanza e la scuola. Insomma, Landini la chiama “costruzione di un altro punto di vista”.
A preoccupare molto la Fiom è la mancanza della legge sulla rappresentanza. La vicenda della Fiat, basata sulla cooptazione delle sigle ha impresso una accelerazione senza precedenti alla trasformazione della natura del sindacato. Rischia di scomparire il principio base che tiene in piedi il rapporto con i lavoratori: poter contare attraverso il voto. “E’ da lì che parte l’unità sindacale – dice Landini – non da una alchimia politica”. Il Pd si guarda bene dal prendere un impegno certo. Pier Luigi Bersani, che risponde a Landini un po’ come quando si fa l’inventario delle cose da mettere in valigia per una lunga vacanza, parla di una “legge d’appoggio”. Che vorrà mai dire? Del resto non si sente in debito verso la chiarezza, nemmeno di fronte una platea di sindacalisti e di lavoratori. E i fischi, scatenatisi sull.’articolo 18, li prende anche un po’ per questo atteggiamento di superiorità. Tutto l’intervento è percorso dal solito leit motiv “questa è una fase di transizione e quindi dobbiamo badare a difendersi”.  E così tra un “punto di riflessione” sul meccanismo “solo contributivo” e la “nebbia della Fiat” ecco che guadagna l’uscita molto prima che finiscano gli interventi. Prima di Flores D’Arcais, che non si risparmia nulla. “Le risposte che traccheggiano – dice all’indirizzo del Pd – sono le peggiori”. D’Arcais, libero dalla politica, imbastisce un intervento che fa l’esatta fotografia della situazione: “La bestia nera per l’estabilishment si chiama Fiom”, dice. Da qui la necessità di “inventare uno strumento” di fronte al “No” totale del Pd. Una chiave, quella della critica al Pd, che sta al centro anche degli interventi di altri intellettuali, come Stefano Rodotà, applauditissimo, che mette sotto accusa l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Ma non di Mario Tronti – non a caso ripreso da Bersani – per cui è inutile starsela tanto a raccontare: il problema in questo momento è prendere il potere.
Chi entra parecchio in palla è il leader dell’Idv Antonio Di Pietro pronto a scaricare le pistole soprattutto contro Bersani, che a sua volta non gli nasconde un visibile fastidio. “Gli elettori non hanno bisogno di una foto (il riferimento è alla "foto di Vasto",ndr) ma di una proposta concreta, come ha detto Romano Prodi. Non vogliamo fare scelte suicide ma scelte di campo e chiederemo alla società civile, ai movimenti la forza di portare avanti le nostre idee”. “Perché devo votare Monti – aggiunge – se è una sobrietà che mi fa morire di fame?”.
La proposta del segretario del Pdci Oliviero Diliberto, che sottoscrive in pieno le parole di Landini, sembra un teorema: “Ritorniamo insieme - rivolgendosi a Vendola - facciamo un percorso unitario. E poi come soggetto unico negoziamo l'alleanza con il Pd”. Niki Vendola, a scanso di equivoci, si tiene ben distante. Il suo intervento, anche in questo caso fortemente “narrativo”, è uno slalom continuo largo rispetto ai temi spinosi e incredibilmente lento rispetto all’attualità. Parla di “agenda”, “coalizione di lavoro” e “buona partenza”, ma in quanto a prendere impegni preferisce rimandare a tempi migliori.
Paolo Ferrero, che parla subito dopo Landini, definisce quello della Fiom “un ottimo programma di governo”. “Un programma del genere lo firmerei subito – aggiunge -. Costruiamo un polo di sinistra attorno a questo progetto, e solo dopo un’unità del genere potremo decidere se e come fare delle alleanze”. Ferrero parla di mobilitazione unitaria e anche della possibilità di mettere in campo un referendum. Sul fiscal compact, che equivale al memorandum della Grecia, è sicuramente il caso di mettere in campo una “azione durissima”.

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venerdì 8 giugno 2012

FATTACCIO A MARANELLO

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Mentre i nostri territori sono alle prese con le drammatiche conseguenze del sisma, nelle ore immediatamente successive alla scossa di martedì 29 maggio alla Ferrari veniva firmato un contratto integrativo aziendale tra l'Azienda e le organizzazioni sindacali “complici” (Fim, Uilm, Fismic).
Sul piano del merito, l'accordo è pessimo: scarsissimi i risultati salariali e forte adesione al “modello Marchionne”  anche in sede di contrattazione aziendale, con perdite rilevanti legate alla presenza (secondo la filosofia che chi sciopera, chi si ammala, chi ha problemi familiari è un assenteista e va punito).
Inaccettabile anche il metodo: l'ennesimo accordo separato che tiene fuori la Fiom - Cgil, il sindacato più rappresentativo tra gli operai, preceduto da improvvisate  micro assemblee nei reparti (in cui ai lavoratori non veniva dato niente di scritto per valutare i contenuti) e una consultazione totalmente opaca, in cui nessuno, come al solito, può controllare l'esito.  Con questo sistema di relazioni sindacali, è come se l'Azienda firmasse  accordi con se stessa, essendo il ruolo e la credibilità dei firmatari sindacali totalmente fagocitata dalla volontà Fiat.
MA LA COSA CHE PIU' INDIGNA, E' LA TEMPISTICA DI QUESTA VERTENZA.
DOPO ANNI DI TRATTATIVE A VUOTO, SI E' DATA UN'ACCELERAZIONE IMPROVVISA PROPRIO NELLE ORE SUCCESSIVE ALLA SECONDA SCOSSA, QUANDO LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DI MARANELLO (ALCUNI RESIDENTI NEI PAESI DELLA BASSA) DOVEVANO AFFRONTARE  ALTRI PROBLEMI.  SE L'ACCORDO ERA TANTO BUONO, CHE FRETTA C'ERA DI CHIUDERLO E IMPACCHETTARLO COSI' IN FRETTA, IN UN CLIMA IN CUI NON ERA POSSIBILE UNA VALUTAZIONE SERENA?
Insomma:  il furto di diritti e di salario andranno a nostro avviso annoverati tra le conseguenze “di classe” del terremoto, ovvero una serie di attacchi ai lavoratori portati avanti dal padronato proprio nel momento della tragedia e dello stato di bisogno in cui versano tante famiglie.
Un po' quello che sta succedendo in Parlamento, dove l'abrogazione di fatto dell'Art.18 (contenuta nel ddl Fornero) sta passando “alla chetichella” con voto di fiducia, senza alcun dibattito dentro e fuori il Parlamento, mentre il paese si stringe solidale intorno alle nostre terre così duramente colpite.

CIRCOLO PRC “GRAMSCI” MODENA CITTA’

  
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MONTI: SEDOTTO E ABBANDONATO DAI POTERI FORTI

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Povero Monti, lasciato solo dai “poteri forti”!
In effetti l’appoggio della BCE, del FMI, della Commissione UE, del sistema bancario, ecc. ecc. testimonia di questa sua solitudine. Ed egli, intrepido eroe e patriota sfida gli economisti Giavazzi-Alesina (peraltro da sempre suoi sostenitori e consanguinei in termini di affiliazione ideologica) che lo hanno (poffarbacco!) criticato dalle pagine del Corriere della Sera.
Che ingrati questi “poteri forti”. Non si accontentano mai. Come può un povero militante dell’ideologia dei padroni, un duro e puro che ha dedicato la vita all’interesse del Capitale, qualunque esso sia e qualsiasi conseguenza abbia (collaborando, ad esempio con Goldman Sachs, alle peggiori politiche di sfruttamento e riduzione alla fame dei popoli del terzo mondo, attraverso la speculazione sui prezzi delle derrate alimentari) essere criticato dal Corriere e da Confindustria. Non c’è più religione. Non basta la peggiore controriforma europea delle pensioni, non basta l’azzeramento dei diritti del Lavoro, non basta mettere sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori in conseguenza dell’effetto congiunto dell’aumento dell’età pensionabile e della drastica riduzione degli ammortizzatori sociali.
Il fatto è che il nostro eroe preferisce la parte di vittima a quella di asino dell’economia. Le sue politiche hanno contribuito al peggioramento di tutti gli indicatori economici e stanno pesando come macigni sulla qualità della vita dei sudditi, concessigli in ostaggio dal connubio tra PD e PDL, dal collaborazionismo di CISL, UIL, UGL e dall’ipocrisia della CGIL.
Il suo governo si può fregiare dei peggiori dati in termini di PIL, produzione industriale, occupazione, inflazione e debito pubblico. Quest’ultimo, sempre evocato come l’obiettivo principale, è peggiorato sia in termini assoluti che percentuali rispetto al PIL. Ultimo esempio, l’ammanco di 3,5 mld. di entrate fiscali rispetto alle sue previsioni (del dicembre scorso), nei primi quattro mesi di quest’anno, dovuto in gran parte alle minori entrate dell’IVA. Insomma, come largamente prevedibile, aumentando le imposte e tartassando salari e pensioni si è ottenuta un’ulteriore stretta dei consumi che ha ridotto le entrate.
Insomma, il governo dei “professori” è riuscito a ridurre il gettito fiscale, aumentando le imposte. Non male! Come avvenuto in Grecia, le politiche suicide di BCE-FMI-UE massacrano l’economia e richiedono sempre ulteriori interventi recessivi. Monti anziché allontanarci dal pericolo greco, ci avvicina rapidamente ad esso.
La spiegazione c’è. Questo emissario degli interessi del capitale finanziario sta portando a termine il suo compito: piallare diritti e redditi da Lavoro e devastare il welfare. Mettere in ginocchio le classi subalterne per garantire la massima profittabilità del capitale finanziario. Non c’è certo inconsapevolezza degli effetti delle sue scelte, al contrario, si tratta di una consapevole e forsennata politica di classe.
Monti richiama sempre più alla mente una famosa battuta di una grande “maschera” della commedia dialettale genovese. Gilberto Govi diceva alla moglie (impenitente bugiarda): “Gina, che faccia! E lastre fan sangue!” (traduzione: hai una faccia talmente tosta che, se cadi, le lastre della strada sanguinano).
Sergio Casanova

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giovedì 7 giugno 2012

No alla controriforma del lavoro No alla precarietà

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Con la controriforma del lavoro approvata con voto di fiducia al Senato, tutto il mondo del lavoro, senza distinzioni, diventa precario e sottoposto alle peggiori condizioni di ricatto e sfruttamento.
La controriforma Fornero:

Ø estende e rende ancora più facile la precarietà dei contratti, completando l’opera della legge Biagi e del pacchetto Treu. Le 46 forme di contratto precario restano tutte e, anzi in molti casi (apprendistato, lavoro a chiamata, contratti a termine), le condizioni dei lavoratori vengono ancora peggiorate.
Ø Si tagliano brutalmente gli ammortizzatori sociali, cancellando la Cassa integrazione e la mobilità per chi ne ha più bisogno. Al loro posto solo un’indennità di disoccupazione di 18 mesi per chi ha più di 55 anni,  che può essere cancellata se si rifiutano lavori pagati 400 euro al mese.
Ø Nessun reddito sociale, nessuna estensione dei diritti, ma solo una ridicola mini-indennità di disoccupazione della durata di 3 mesi per i più fortunati tra i precari.
Ø Si aumentano le tasse sul lavoro precario, che verranno pagate con la riduzione dei salari.
Ø Si cancella l’articolo 18. La libertà di licenziamento economico in piena crisi economica significa la totale libertà di licenziamento. Si distrugge così lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

Questa controriforma risponde ai diktat della Bce e della finanza internazionale. Il uso scopo è quello di estendere ovunque il lavoro a basso costo e a supersfruttamento, applicando a tutto il mondo del lavoro il modello Marchionne. La più vergognosa bugia del governo è che questa cancellazione dei diritti dia più possibilità ai giovani e alle donne. E’ vero l’esatto contrario, saranno proprio i giovani, i precari e le donne a pagare di più i costi della controriforma.
Questa controriforma terribile passa con il voto favorevole del Partito Democratico e con la complicità, la debolezza, lo spirito di resa, di Cgil Cisl Uil. In nessun paese europeo sono passate riforme sociali così brutali, le pensioni, il lavoro, l’Imu, senza una reazione delle grandi organizzazioni. Solo in Italia questo è successo.

Non possiamo rassegnarci ai cedimenti politici e sindacali. Ci vuole uno sciopero generale che fermi il paese e una mobilitazione che duri fino a far cadere il governo.

8 GIUGNO 2012

Manifestazioni in tutte le piazze d'Italia

Genova ore 17 p. De Ferrari

 

COMITATO NO DEBITO GENOVA

www.nodebito.it  nodebitogenova@gmail.com  3452273436


Partecipano: Usb, Cobas, Snater, Prc, Sinistra Critica, Attac

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NO ALLA CONTRORIFORMA DEL LAVORO LICENZIAMO MONTI !

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Il governo dei banchieri, della Bce e dell'Unione Europea ha sferrato un durissimo attacco ai lavoratori attraverso riforme che cancellano il diritto alla  pensione, aumentano in modo insopportabile la pressione fiscale sul reddito fisso a partire dall'introduzione dell'IMU, colpiscono i consumi essenziali.

In queste ore alla Camera si discute l'ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori. La controriforma del lavoro, già approvata al Senato, cancella l'articolo 18, taglia indiscriminatamente gli ammortizzatori sociali, aumenta la precarietà e apre ai licenziamenti di massa nel Pubblico Impiego.

Contro questo attacco indiscriminato alle condizioni di vita e di lavoro , in contemporanea con analoghe iniziative a Roma di fronte a Montecitorio e in tutta Italia

PRESIDIO PIAZZA DE FERRARI
8 GIUGNO 2012    ORE 17

Aderiscono : Comitato No debito Genova, Usb, Cobas,  Snater ,  Prc  Genova, Sinistra Critica Ge,  Attac Genova.
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venerdì 25 maggio 2012

Metalmeccanica, recessione senza luce

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«Di solo rigore di muore», scoprono le imprese. E sognano un allentamento nel "rigore" sulla spesa pubblica.
Francesco Piccioni
La crisi e la cura, viste da dentro un settore chiave dell'economia italiana. La metalmeccanica rappresenta infatti il 50% della manifattura ed anche delle esportazioni. È in recessione da molti mesi e «non vede la luce in fondo al tunnel».
I dati dell'analisi congiunturale di Federmeccanica - presentati ieri mattina - sono secchi. Tutte le tendenze negative vengono confermate e per il prossimo futuro, guardando afgli ordinativi, nel migliore dei casi non ci sarà un ulteriore peggioramento. La produzione nel primo trimestre è caduta di un ulteriore 1,4% rispetto agli ultimi tre mesi del 2011; ma del 3,3 rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
Peggiorano un po' tutti i comparti (l'auto, ovviamente, con la Fiat in ritirata dal paese; ma anche i prodotti elettrici, a conferma che la frenata è dovuta soprattutto alla caduta dei consumi interni). E forse è molto più che un curiosità il fatto che il vero boom riguardi una merce atipica e il commercio con un paese particolare: sono praticamente raddoppiate le esportazioni di oro grezzo verso la Svizzera.
Che il cuore della recessione sia nella carenza di domanda nazionale è confermato dal drastico calo delle importazioni (-16,7%), mentre l'export - grazie soprattutto ai paesi europei fuori dalla Ue - hanno sostanzialmente tenuto, con un progresso del 5,3%. Abbiamo così il paradossale risultato che la bilancia dei pagamenti del paese, in questo settore, risulti in grande attivo: 12,7 miliardi, oltre il triplo di un anno fa. Ma c'è davvero poco da gioire...
In Europa siamo comunque in pericolosa compagnia. La meccanica tedesca va ancora alla grande, la francese e l'inglese sono stazionarie. A calare sono soprattutto Italia e Spagna, guarda caso i paesi che più hanno dovuto tagliare la spesa pubblica per migliorare il bilancio. È una sottile ironia dell'economia il fatto che la riduzione del «pubblico» diventi immediatamente una riduzione delle commesse del «privato». Dovrebbe far riflettere tanti editorialisti un tanto al chilo...
Sia il vicepresidente Roberto Maglione che il diretto generale, Roberto Santarelli, ammettono che «se non c'è un rilancio della domanda a livello europeo, è difficile che i singoli paesi possano riuscirci da soli». Ma se in tutta la Ue si impongono politiche «rigoriste» quel rilancio non ci sarà mai. Le speranza vengono dunque, anche per le imprese, dal G8 di Chicago, che ha di fatto «isolato» la Merkel. Anche se è presto per parlare di un'inversione di tendenza sulle politiche Ue. Ma il discorso principale si riassume in una battuta condivisa: «di solo rigore si muore». Diciamo che anche qui si ripete il mantra «coniugare il necessario rigore con misure per la crescita». Un ossimoro, in pratica. Ma nessuno ci fa caso, ormai.
In attesa delle decisioni europee, e preso atto che sia il governo che i partiti che lo sostengono sembrano «consapevoli» della necessità di cambaire passo, le imprese vorrebbero almeno tre cose: puntualità dello Stato nei pagamenti (si calcolano in 70-100 miliardi le somme dovute e non versate per merci e servizi), sbloccare il credito (di nuovo in crunch soprattutto per le piccole aziende) e far ripartire «il volano dell'economia»: infrastrutture (e quindi investimenti in gran parte pubblici), edilizia, ecc.
Il nodo, dal loro punto di vista, resta la «competitività»; non solo delle singole aziende, ma del «sistema paese». Partita difficile da giocare se la domanda è in calo (e quindi non favorisce investimenti per ottimizzzare il processo produttivo) e la «tassazione», tra imposte dirette e contributi sociali (il cosiddetto« cuneo fiscale»), è tale da «handicappare pesantemente» i margini. In questo quadro paga pesantemente dazio l'occupazione. A febbraio è stato registrato un calo dell'1,3% rispetto al 2011. Le ore di cassa integrazione, tradotte in unità lavorative, equivalgono a 185.000 metalmeccanici messi fuori dalla produzione. E per i prossimi sei mesi, visto l'andamento degli ordinativi, «sono attesi ulteriori ridimensionamenti degli organici». Che si tradurranno - è scontato - in una proporzionale «caduta della domanda interna». Ovvero avvitamento, recessione più profonda.


La strada stretta del nuovo contratto
Dietro i numeri spunta il problema politico: sarà rinnovato o no il contratto nazionale dei metalmeccanici? La situazione è stata complicata dai diktat di Marchionne prima e dall'uscita della Fiat da Confindustria, poi. Lasciando le imprese a metà del guado, oltre che Cisl e Uil senza più credibilità. Nel 2009 è stato fatto un nuovo contratto che stracciava quello sottoscritto soltanto un anno prima e firmato anche dalla Fiom. La quale ora ha presentato una propria piattaforma per il rinnovo - votata nelle fabbriche - non riconoscendo quello «separato».
Come se ne esce? Federmeccanica è combattuta tra due tentazioni. Da un lato riconosce la forza della Fiom nelle fabbriche e sa che una lunga stagione di conflitto potrebbe tagliare le gambe a un settore che resta comunque oltre il 20% sotto i livelli di produzione del 2008. Quindi coinvolgere le tute blu di Landini sarebbe utile e necessario. Dall'altra, però, c'è la possibilità di usare la crisi stessa per forzare definitivamente la mano, rinunicando a stipulare un nuovo contratto con chicchessia.
Dice Santarelli: «il contratto lo rinnoveremo se lo riterremo utile per la competitività delle imprese», a partire dalla «produttività». Altrimenti no. Cosa significa? Intanto un prolungamento degli orari di lavoro, ovvero delle ore «effettivamente lavorate». In fondo, l'art. 8 della «manovra d'agosto» (quella di Sacconi) permette di evitare qualsiasi obbligo di legge. Non è stato usato fin qui perché si era raggiunta questa intesa con l'accordo del 28 giugno. Ma se non otterranno ciò che vogliono...
Una via d'uscita per «ricucire» con la Fiom viene vista solo se «si riesce a discutere della rappresentanza». Ovvero di una legge che sciolga il nodo di chi rappresenta davvero chi lavora. Ma, avvertono le imprese, non è il contratto dei metalmeccanici il luogo dove si risolve». Strada ultra-stretta, dunque. Fr. Pi.

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domenica 20 maggio 2012

Brindisi, Veronica lotta ancora tra la vita e la morte. Si moltiplicano gli appelli alla mobilitazione immediata

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Chiediamo di mobilitarci sin da subito, nelle piazze, davanti ai Comuni. A Brindisi saremo in piazza alle 18. Vi chiediamo di fare lo stesso in tutta Italia. Lo chiediamo, come studenti a tutta la cittadinanza italiana. Non restiamo fermi, bisogna reagire a questa violenza”. Mentre Veronica Capodieci, l’altra ragazza rimasta gravemente ferita nell’attentato di questa mattina a Brindisi, lotta tra la vita e la morte (contrariamente a quanto circolato in mattinata), il tam tam della mobilitazione ha già fissato decine di appuntamenti nelle città. Tra gli altri, l’appello firmato dall'Unione degli Studenti, dalla CGIL, da Libera, da Legambiente, dalla Rete della Conoscenza, dall' Arci. Intanto, le indagini, dopo il ritrovamento di un timer, puntano sempre di più verso la pista dell’avvertimento mafioso.
“Non si può morire - scrivono - entrando a scuola. Contro la violenza e il terrorismo gli studenti invitano a reagire. La violenza cieca e criminale del terrorismo ha colpito ancora. Colpisce vittime innocenti, ragazzi, studenti nella loro scuola, presidio di legalità e spazio di giustizie e libertà, luogo in cui dovrebbe nascere la speranza di un futuro migliore, e che invece oggi è stato teatro di una orribile tragedia. Come studenti non possiamo restare fermi. La solidarietà attiva, umana, è una necessità senza la quale si rimane soli, senza la quale si perde il senso collettivo di una tragedia come questa”.
Il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha disposto l'esposizione delle bandiere a mezz'asta per oggi e per i prossimi tre giorni e ha espresso telefonicamente al sindaco di Brindisi, Cosimo Consales, e al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, solidarietà e cordoglio con la preghiera di trasmettere tali sentimenti ai giovani e alle famiglie colpiti così duramente dal vile atto omicida.
La Cgil subito subito dopo i fatti di questa mattina aveva diffuso il seguente comunicato. "Il primo pensiero va alle vittime di questa insensata e brutale violenza, agli studenti e alle studentesse, ai docenti e al personale dell'Istituto Falcone e Morvillo, a tutta la comunità cittadina di Brindisi e alle Istituzione che la rappresentano. Il fatto che oggetto dell'attentato siano stati dei giovani esaspera il nostro dolore, dando ulteriore dimostrazione di disumanità di chi ha voluto macchiare col sangue una giornata che per Brindisi sarebbe stata di impegno sociale e civile; sarebbe infatti passata la Carovana Antimafia, promossa tra gli altri anche dalla Cgil. Il fatto che l'attentato si sia materializzato a pochi passi dalla nostra sede provinciale rappresenta per noi un ulteriore motivo di rabbia. Confermiamo dunque con forza il nostro impegno senza sosta contro ogni forma di violenza e di terrorismo di qualsiasi matrice, nella speranza che prima o poi i responsabili di questo attentato siano presto individuati. La Cgil promuoverà nelle prossime ore, insieme a tutte le forze democratiche e della società civile, diverse iniziative in Puglia e in tutta Italia per dire ancora una volta no a chi vuole diffondere terrore e violenza. Confermiamo, inoltre, che stamattina la Cgil conferma la propria presenza alla conferenza stampa già prevista per la carovana antimafia".
Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha espresso a nome suo e di tutto il partito della Rifondazione Comunista "il cordoglio ai familiari della giovane ragazza assassinata a Brindisi e l'orrore per la barbarie che a Brindisi si è scatenata". "La ferocia di chi mette bombe appositamente per cercare la strage di giovani ragazzi e ragazze e seminare il terrore - si legge in una nota - non può essere lasciata impunita: lo Stato si attivi per assicurare i colpevoli alla giustizia".
I giovani del Prc saranno presenti nelle manifestazioni e sit-in in tutta Italia (a Roma, 18.30 al Pantheon, a Palermo alle 16 all'Albero Falcone, a Catania alle 17.00, Palazzo della Prefettura) per protestare contro l'attentato criminale. Altri appuntamenti sono previsti a Milano piazza San Fedele ore 17, ma anche ad Ancona, Perugia, Brescia, Genova Padova, Sassari, Palermo, Reggio Calabria.
"Non aspetteremo la sentenza della Cassazione per reagire", dichiarano in una nota i giovani comunisti. "Tre bombe - scrivono in un comunicato - hanno ucciso questa mattina davanti ad un Istituto professionale di Brindisi una ragazza di 16 anni e ne hanno ferite altre sette. Forse è presto per affermare con certezza i nomi dei responsabili. Ma certo non aspetteremo le sentenze della Cassazione per esprimere la nostra indignazione e per dire che la Storia di questo nostro Paese la conosciamo fin troppo bene". "Il giudice Caponnetto - ricordano - diceva che 'la mafia ha più paura della scuola che della giustizia'. Le tante stragi impunite ci raccontano poi la storia del dolore degli innocenti, gli intrecci mortiferi tra apparati dello Stato, poteri forti, criminalità organizzata. Chi ha messo quelle bombe voleva uccidere. Ha ucciso Melissa ma voleva uccidere tutti noi. La cultura, il conflitto, l'alternativa di un mondo più giusto". "Noi reagiremo, ci ribelleremo, resisteremo, moltiplicheremo la nostra lotta dentro ogni scuola, ogni istituto, dove sta la nostra gente. Con infinita rabbia, ma senza paura, con lucidità e determinazione. Stiamo organizzando in tutta Italia presidi, manifestazioni, sit-in", conclude la nota.
Recentemente in Puglia c'è stata una ripresa della criminalità. Fabio Marini, presidente dell'associazione antiracket di Mesagne, è stato vittima di un attentato dinamitardo pochi giorni fa: la sua auto è saltata in aria la notte del 4 maggio.
Il 9 maggio scorso gli investigatori avevano portato a segno un brutto colpo contro la criminalità organizzata arrestando, a Mesagne, 16 persone accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, porto illegale di armi da fuoco, danneggiamento aggravato e incendio aggravato.
Lo scorso 8 maggio un gruppo di esponenti politici pugliesi, guidati da Alfredo Mantovano (Pdl), era stato ricevuto al Viminale dal ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, alla quale avevano segnalato l'allarme criminalità nel brindisino. La richiesta dell'incontro faceva seguito alla bomba fatta esplodere nell'auto del presidente dell'Associazione antiracket di Mesagne e ad una serie di altri episodi criminali.
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