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Il risultato delle amministrative del 6-7maggio è buon
testimone dei rapidi cambiamenti in atto in tutta Europa (e quindi anche in
Italia), se si guarda alla profondità dello scossone che ha determinato una
consultazione elettorale che, in definitiva, interessava ventitre comuni
capoluogo di provincia più alcune decine di altre città.
Tutti i partiti che hanno sostenuto negli ultimi mesi il
governo Monti, perdono voti.
Il PDL esce demolito dalle urne.
Facendo un confronto con le regionali del 2010, quello che
può essere più credibile, il PDL crolla dal 28,8% al 12,8% materializzatosi
alla chiusura dello spoglio lunedì sera, venendo letteralmente polverizzato
in due roccaforti tradizionali della destra come Como e Rieti.
Annichilita anche la Lega Nord, che perde oltre due terzi
del suo consenso (dal 16,5% al 5,0), colpita nel suo centro direzionale dalle
inchieste di più procure che hanno sbriciolato la spassosa immagine del
partito che non si faceva contaminare dalla corruzione.
In Lombardia la Lega perde i suoi bastioni di Monza e Como e passa da 23 sindaci a 10. Si sposta chiaramente il ponte di comando verso il Veneto, dopo il successo di Tosi a Verona (57% al candidato sindaco, il 37 alla sua lista e solo il 10 a quella della Lega), in aperta contrapposizione con Bossi. La Lega di Tosi in Veneto, con il record di fascisti imbarcati negli ultimi anni e l’asse con Maroni che, alla faccia del repulisti, come primo atto da nuovo leader conferma il suo appoggio a Formigoni, delinea una Lega diversa ma non nuova, sempre impegnata nel tentativo di far convivere l’anima reazionaria e xenofoba delle ronde con la presenza nelle istituzioni.
Al confronto del vecchio asse del Nord, appare più
contenuto il calo del PD (che passa dal 27,8% al 19,2) mentre si conferma la
caduta dell’Italia dei Valori, già visibile alle regionali del 2010, che ora
si ferma poco sopra al 3%. Perse le tracce del Terzo Polo che doveva
diventare il primo, fa registrare invece un vero exploit il movimento di
Grillo (dal 4,8% al 10,1).
Il movimento Cinque Stelle ottiene alte percentuali
particolarmente in Liguria, Veneto (a Serego in provincia di Vicenza il primo
sindaco grillino) ed Emilia Romagna (dove va al ballottaggio a Parma), mentre
più contenuto è il successo al Sud. Questo movimento, che prima raccoglieva
soprattutto tra elettori di centrosinistra delusi, ora prende la maggior
parte dei nuovi voti soprattutto dalla Lega.
A queste elezioni è risultato evidente il corteggiamento del voto leghista con le dichiarazioni di Grillo, all’uscita delle inchieste su Belsito, che assecondavano spudoratamente la tesi complottista. I flussi elettorali dell’Istituo Cattaneo pubblicati sul Corriere della Sera dimostrano chiaramente che la maggior parte dei voti al movimento Cinque Stelle, soprattutto in Emilia Romagna (dove prima questo movimento sottraeva in maggior parte al centrosinistra), vengono dalla Lega Nord.
A Palermo è clamoroso il successo di Orlando, che prende
tre volte i voti delle liste che lo sostengono. Sinistra e Libertà, che qui
come a Napoli ha appoggiato il candidato del PD (Ferrandelli), si ferma al
2,2%, mentre la Federazione della Sinistra, nonostante la collocazione di
SEL, non guadagna voti (il 4,7% della lista FDS-Verdi rispecchia più o meno
fedelmente il voto di queste due formazioni alle precedenti amministrative) e
rimane fuori dal consiglio comunale.
A Genova il successo del candidato che alle primarie si era
presentato in alternativa a quello del PD (Doria) trascina anche SEL, che
passa dai 7493 voti del 2010 agli attuali 11606. Lo stesso non si può dire
per la FDS, che cala dal 3,95% al 2,28 (da 10569 a 5274 voti). Rifondazione a
Genova si è rifiutata di partecipare alle primarie e, un secondo dopo
l’uscita dei risultati, ha dato il suo sostegno al vincitore; senza riuscire,
in entrambi i casi, a motivare in maniera convincente perchè si è stati fuori
dalle primarie e quali cambiamenti nel programma di Doria fossero intervenuti
per motivare, in un momento successivo, il nostro sostegno.
Sinistra e Libertà, nei dieci comuni capoluogo dove si può
paragonare il voto a quello delle regionali del 2010, passa da 14815 voti a
24339. Un aumento, determinato in molti casi da alleanze con liste civiche,
che rimane inferiore alle aspettative e che, tenendo in questi comuni la
percentuale di SEL ferma al 3,28%, non consente a Vendola di esercitare con
qualche esito una pressione sul PD, il che spiega anche le titubanze sul
governo Monti così come sull’ipotesi di allargare il centrosinistra all’UDC,
dove Di Pietro invece si permette sparate più rumorose.
Nei nove comuni capoluogo dove si può tracciare un
confronto tra il voto dell’ultimo fine settimana e quello alle regionali del
2010 (sono nove), la Federazione della Sinistra passa da 18902 voti a 12878,
in percentuale dal 2,62% al 2,40. Una dinamica del voto ferma, come
paralizzata sembra essere l’iniziativa politica.
Il risultato della FDS, oltre al dato di Parma (1,85%), si
conferma particolarmente negativo al sud (segnatamente in Calabria e in
Puglia): 0,52% a Frosinone, 0,70% a Catanzaro, 1,17 a BAT, 0,94 a Brindisi.
Nonostante un voto in forte mobilità, la Federazione della
Sinistra non capitalizza affatto: non emerge alcun guadagno dall’essere il
partito che più coerentemente si è collocato all’opposizione dei
provvedimenti del governo tecnico di unità nazionale. Forse perchè questa
opposizione non si è vista e la manifestazione nazionale del 12 maggio (una
convocazione arrivata dagli organismi nazionali della FDS con un percorso che
definire travagliato è un eufemismo) per dirgliene quattro a
Monti e Fornero è troppo poco. E troppo tardi.
All’uscita dei risultati il commento di D’Alema è stato la
foto di Vasto ormai è realtà, chiamarla ancora foto è riduttivo. È una
dichiarazione che fa emergere chiaramente un ritrovato ottimismo rispetto al
fatto che il centrosinistra possa vincere alle politiche del 2013.
Bersani dice che ora il governo dovrà ascoltarci di
più e rilancia l’alleanza dei progressisti coi moderati di centro
(una alleanza che il PD proverà ancora a realizzare ma ovviamente, vista la
debacle di Casini e compagnia cantante, senza la perentorietà di prima). Esce
quindi temporaneamente indebolita la suggestione di replicare nel 2013
l’unità nazionale che ora sostiene Monti, il Partito della Nazione che ne
doveva costituire un perno viene frettolosamente accantonato e lo stesso
Alfano dice che vertici a tre non se ne faranno più.
In Italia, per ora, non c’è il livello di mobilitazione di
altri paesi europei e nemmeno il conseguente effetto elettorale. Con uno
scenario politico che, sebbene più per il cedimento di PDL e Lega che per
un’avanzata del PD che nei fatti non c’è, vira verso la possibilità di un
governo di centrosinistra nel 2013, nel PRC ci si appella di nuovo alla linea
del tutti insieme si vincee conseguentemente occorre fare di
tutto per rimanere agganciati al centrosinistra (meglio se in una versione un
po’ più di sinistra). Così, invece di dedicarsi alla costruzione di
qualcosa di fecondo fuori dall’unità nazionale costruita attorno al PD, che è
ciò di cui si sente realmente la necessità in questo momento, si continua a
voler unire soggetti con traiettorie politiche diverse.
Rimane questa l’ossessione dentro la maggioranza di
Rifondazione e, neanche a dirlo, in tutta la Federazione della Sinistra. Come
spiegare altrimenti l’affanno quale finora il partito ha occupato
l’autostrada vuota lasciata a sinistra dal sostegno del PD al governo Monti
(e dalla timidezza di Sinistra e Libertà).
Il contesto europeo può aiutare a cambiare rotta.
L’esperienza della Grecia, del Portogallo e della Spagna è
troppo eclatante per nascondere agli occhi di chi vuol vedere che il prossimo
partito ad essere travolto dall’impopolarità è il PD che si candida a gestire
l’austerità nel dopo-Monti, sia pure cercando di smussarne i tratti,
coprendosi dietro i tentativi del neo-presidente socialista Hollande di
portare a casa qualche modifica del Fiscal Compact (il provvedimento della UE
che detta le linee delle politiche di lacrime e sangue che vengono portate
avanti in tutta Europa).
Anche in Italia c’è sicuramente una indignazione crescente
contro la politica esistente e il voto in Sardegna che abolisce le quattro
neo-province, così come la crescita di 7 punti percentuali dell’astensione
alle ultime amministrative, sono due aspetti. Se però si guarda oltre il
termine giornalistico di anti-politica, anche il voto di queste amministrative,
nel suo piccolo, dimostra una rabbia crescente contro la politica dei
sacrifici imposta dalla crisi dell’euro in tutta Europa.
Per questo motivo, l’avanzata della sinistra in Portogallo, in Spagna, il successo di Melenchon in Francia al primo turno e, soprattutto, il successo in Grecia alle ultime elezioni traccia la via da seguire anche per Rifondazione Comunista: il rifiuto assoluto delle politiche di austerità dell’Europa dei banchieri e la rottura coi partiti che, dentro quelle compatibilità, confinano la loro azione e confezionano il loro tracollo. |
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lunedì 14 maggio 2012
6-7 maggio: il voto sgretola l’unità nazionale che sostiene Monti
Grecia - Avanzata epocale della sinistra
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I risultati delle elezioni greche sono una chiara
espressione della radicalizzazione crescente nella società ellenica, sulla
base dell’impasse creato dalla crisi del capitalismo. Segnano una sconfitta
storica per le forze politiche che hanno appoggiato le misure economiche
imposte dalla trojka. La Grecia si muove a grandi passi verso una situazione
rivoluzionaria.
Il Pasok (il partito socialista) e Nuova democrazia, il
principale partito conservatore, crollano al 32%, quando nelle precedenti
elezioni del 2009 avevano raccolto il 77% dei consensi. Sono le formazioni
che costituivano l’architrave del governo di unità nazionale di Papadimos.
Oggi, nonostante il premio di maggioranza esistente in Grecia, che
assegna 50 seggi in più al partito di maggioranza relativa, vale a dire
a Nd, i due partiti non riuscirebbero ad avere la maggioranza per formare un
governo da soli.
Il vero vincitore di queste elezioni è Syriza, la
coalizione elettorale formatasi attorno a Synaspismos, il partito della
sinistra radicale. Con uno spettacolare 16,7% raccoglie oltre un milione di
voti, più che triplicando i suoi consensi assoluti rispetto a tre anni fa. É
a Syriza che si è rivolto il settore più cosciente dei giovani e dei
lavoratori, i protagonisti delle lotte contro le politiche di lacrime e
sangue di Bce, Ue e Fmi. Lo testimoniano i risultati del partito di Tsipras
nelle principali città greche. Ad Atene, al Pireo e in generale in tutta la
regione dell’Attica (la più popolosa, dove vive il 50% dei greci) nei
quartieri popolari di Salonicco, a Patrasso, Syriza è il primo partito.
Secondo le prime analisi, è anche il partito più votato fra gli under 40.
Ha pagato l’opposizione ai governi filopadronali di
qualunque colore in questi ultimi anni, l’opposizione ai diktat della trojka
e la proposta di un governo delle sinistre, che nel contesto attuale è del
tutto realizzabile (le formazioni a sinistra del Pasok hanno superato il 30%)
e ha dato una speranza di futuro per ampi settori di masse impoverite dalla
crisi.
Il Kke non riesce a intercettare questo notevole
spostamento a sinistra dell’elettorato, passando dal 7,5 all’8,5% e
guadagnando solo 13mila voti in più. Nonostante l’abnegazione dei suoi
militanti ed il fatto che organizzi senza dubbio alcune fra le avanguardie
più combattive del proletariato greco, il settarismo della direzione
del Kke (che definisce Syriza “un’alleanza di forze opportuniste e di
fuoriusciti dal Pasok")è ciò che ha condotto alla
“stagnazione”elettorale.
Sui giornali italiani si sono spesi fiumi di inchiostro
sull’avanzata dei neonazisti di Chrisi avgi (Alba d’oro) che con quasi il 7%
entrano per la prima volta in parlamento.
É certamente un avvertimento per il movimento operaio e per
la sinistra tutta e non vogliamo nemmeno per un attimo nascondere la pericolosità
di questa formazione. Tuttavia il suo successo è il risultato della debacle
di Laos, il partito di estrema destra che a lungo ha sostenuto il governo di
unità nazionale, il quale dimezza la sua percentuale (dal 5,8 al 2,9%)
e non entra in parlamento, nonchè della disintegrazione dei partiti borghesi
tradizionali.
Nd perde infatti oltre un milione di voti che si orientano
solo parzialmente, oltre che ai neonazisti, anche ai Greci
indipendenti, populisti anti memorandum dell’Ue fuoriusciti da Nd, che
totalizzano il 10,6%.
Molti commentatori della borghesia, impauriti da questa
frammentazione invocano una ricomposizione della destra che pare comunque
molto difficile, visto che il periodo in cui stiamo entrando è quello di un
deciso spostamento a sinistra.
Il risultato di ieri è emblematico della debolezza totale
della classe dominante greca, che si riflette nel crollo di Nd e della fine
di ogni spazio per il riformismo (senza riforme) illustrato dalla disfatta
del Pasok, ridotto ad un misero 13% (dal 44) e con 2milioni e 200mila voti in
meno.
Il compito di formare un governo spetterebbe ad Antonis
Samaras, leader di Nd, i cui margini di manovra per trovare una maggioranza
composta dalle forze che vogliono mantenere l’Euro e proseguire con le
politiche dettate dal capitalismo internazionale sono però molto ridotti. Anche
Fotis Kouvelis, a capo di Sinistra democratica (un nuovo raggruppamento
formato da fuoriusciti dal Pasok e da Syriza) che sarebbe il meno distante
dalle posizione di Pasok e Nd, ha escluso qualunque ipotesi di appoggio a una
coalizione guidata da Samaras.
Siccome una coalizione governativa guidata da Alexis
Tsipras, all’insegna dell’opposizione alle misure di austerità non ha i
numeri, la prospettiva che si ritorni a votare a giugno non è affatto
peregrina.
Un ritorno alle urne che potrebbe portare a un affermazione
ancora più ampia per le forze di sinistra. Dopo tre decenni di egemonia del
Pasok sulla classe operaia organizzata, vi è la possibilità che la direzione
politica della classe operaia torni ad una formazione come Syriza, che trae
le sue origini dal movimento comunista.
È un opportunità storica, che la direzione del Synaspismos
– Syriza non si può lasciare sfuggire. La prima condizione è che continui a
rifiutare ogni forma di collaborazione con i partiti borghesi. Inoltre,
che porti avanti senza indugi la parola d’ordine dell’alleanza con il
Kke non limitata a un governo delle sinistre ma per una vera e propria presa
del potere e per il cambiamento della società in senso socialista.
Per fare questo non è sufficiente propagandare alcune
rivendicazioni contro il neoliberismo, come fa attualmente la direzione del
Synaspismos, ma adottare un programma che proponga l’abbattimento di questo
sistema capitalista attraverso la nazionalizzazione delle principali leve del
sistema industriale e finanziario greco, sotto il controllo e la
gestione dei lavoratori.
Una tale prospettiva rivoluzionaria è anche il miglior
antidoto all’estrema destra. Se oggi il pendolo va a sinistra, i segnali di
crescita dell’estrema destra e del popolismo non sono da sottovalutare. Dopo
un iniziale periodo di confusione, che è quello che sta attraversando, la
borghesia greca, con il benestare di quella europea, potrebbe appoggiare una
linea dura di attacco senza quartiere ai diritti democratici delle masse
greche, insieme a una nuova offensiva a quello che resta delle conquiste
sociali. Linea dura in cui l’estrema destra non farebbe certo mancare la
propria collaborazione.
Le elezioni in Grecia ci indicano, insieme all’avanzata del
Fronte de gauche in Francia e alla crescita di Izquierda unida in Spagna, che
il vento sta soffiando di nuovo, e sempre più forte a sinistra.
Dalla Grecia, che oggi è la punta più avanzata del
movimento operaio europeo ci arriva infine un messaggio: dire no alla
dittatura del capitale è possibile. Costruire un’alternativa al sistema
economico capitalista lo è altrettanto, anzi oggi è più che mai necessario.
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PIAZZA ROSSA
«Edizione straordinaria, edizione straordinaria: i comunisti
ci sono! Edizione straordinaria». Scherza il compagno di Roma impegnato nella
diffusione militante del numero speciale di "Liberazione" preparato
per l'occasione. Scherza, ma non troppo. Perché veramente ieri a Roma i
comunisti c'erano.
Erano tanti, giunti nella capitale da tutta Italia per dire
no al governo Monti, alla riforma dell'articolo 18, alla crisi fatta pagare ai
soliti noti. «Siamo diecimila»; «Siamo trentamila»; «Siamo quarantamila» si
scandisce a tappe dal pullman rosso che apre il corteo: boato e applausi.
È un mare di bandiere rosse già in piazza della Repubblica,
intorno alle due del pomeriggio. Il sole è a picco, il primo caldo estivo
picchia, ma l'entusiasmo è proprio quello delle grandi occasioni. D'altra parte
si tratta della prima manifestazione nazionale della Federazione della
Sinistra, per Rifondazione la prima dopo il sofferto congresso di Chianciano
del 2008. Si parte. In testa, dietro lo striscione "Gridiamoglielo in
piazza - l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro",
sfilano i leader della Fds: Diliberto, Ferrero, Salvi, Patta. Ci sono anche
alcuni esponenti di Sel (Musacchio, Sentinelli, Gianni) e della Fiom
(Cremaschi.) Ma la cifra del corteo la fanno loro, i tanti, tantissimi giovani
che con allegria e fantasia riempiono prima via Cavour e poi i Fori Imperiali.
Cantano, ballano, si divertono a sfottere i "tecnici", quelli che
senza tanti scrupoli li stanno privando del futuro. Cantano Bella Ciao e
Bandiera rossa. Indossano magliette rosse: il Che, come sempre, va per la
maggiore, ma non mancano falce e martello e stelle gialle, stile "vecchio
Pci".
Ottanta pullman hanno portato a Roma compagni e compagne di tutte le età; enorme lo sforzo delle federazioni e non ne manca nessuna: dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia (a loro va un applauso particolare per ricordare a Grillo che invece la mafia uccide eccome). Ecco lo striscione della Federazione di Pisa; ecco quello di Salerno, Reggio Calabria, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, Perugia, Tivoli, Latina, Piacenza: in una parola tutte.
Sfilano l'Unione Inquilini, i palestinesi, famiglie con bambini al seguito, signore avvolte nella bandiera rossa, i lavoratori della Irisbus, i gruppi di acquisto, No Tav e anche il Comitato Peppino Impastato di Monza. Alle quattro il corteo è ancora in marcia, sempre allegro e scanzonato. Alle 16,30 anche la coda entra nella piazza dove si svolge il comizio finale. Volti stanchi e sudati, ma pieni di entusiasmo. Applausi, cori, slogan sottolineano gli interventi dal palco. «Siamo tanti, siamo comunisti». Tutto sembrano fuorché sconfitti. Da ieri qualcosa è cambiato.
Ottanta pullman hanno portato a Roma compagni e compagne di tutte le età; enorme lo sforzo delle federazioni e non ne manca nessuna: dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia (a loro va un applauso particolare per ricordare a Grillo che invece la mafia uccide eccome). Ecco lo striscione della Federazione di Pisa; ecco quello di Salerno, Reggio Calabria, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, Perugia, Tivoli, Latina, Piacenza: in una parola tutte.
Sfilano l'Unione Inquilini, i palestinesi, famiglie con bambini al seguito, signore avvolte nella bandiera rossa, i lavoratori della Irisbus, i gruppi di acquisto, No Tav e anche il Comitato Peppino Impastato di Monza. Alle quattro il corteo è ancora in marcia, sempre allegro e scanzonato. Alle 16,30 anche la coda entra nella piazza dove si svolge il comizio finale. Volti stanchi e sudati, ma pieni di entusiasmo. Applausi, cori, slogan sottolineano gli interventi dal palco. «Siamo tanti, siamo comunisti». Tutto sembrano fuorché sconfitti. Da ieri qualcosa è cambiato.
"Uniti, per costruire la sinistra alternativa"
C'è chi parla di «riscatto», di «fine di un incubo durato
quattro anni». Quarantamila persone hanno sfilato ieri a Roma per la
manifestazione nazionale della Fds contro l'abolizione dell'articolo 18. Sono
il segnale di un'insofferenza per il governo Monti che cova nella società
italiana, ma senza trovare un'adeguata rappresentazione nel dibattito
pubblico e nei media. Un evento politico che con buone ragioni si può
interpretare come il ritorno dei comunisti sulla scena pubblica.
Ma soprattutto si è di nuovo vista una sinistra connessa alle
lotte, portatrice di un punto di vista alternativo sulla crisi mondiale, capace
di proiettarsi sullo scenario europeo. Ad aprire la maratona degli interventi
sono stati i lavoratori della Irisbus Iveco, seguiti dai precari della scuola e
da rappresentanti del movimento No-tav e del comitato Acqua pubblica. Ma è
stato anche un palco fortemente segnato dagli ospiti europei. I più applauditi,
Pierre Laurent, segretario del partito comunista francese, e il greco Vassili
Primikiris esponente di Syriza, entrambi reduci da successi elettorali nei
rispettivi paesi. Con l'undici per cento di consensi il Front de gauche – di
cui fanno parte i comunisti – è stato decisivo per la sconfitta di Sarkozy in
Francia. «Vedremo se Hollande (il neoeletto presidente) manterrà la promessa di
rinegoziare il patto finanziario dell'Ue», dice Laurent. «Dobbiamo batterci sia
contro le politiche di austerità sia contro l'estrema destra», ma per essere
più efficaci bisogna costruire «un fronte di tutte le sinistre in Europa». Un
augurio alla Fds: «siete voi la vera sinistra d'alternativa, non il clown
Grillo, spero che riusciate a mandare a casa Monti». Se si allarga lo sguardo
oltre i confini nazionali si scorge una sinistra radicale in crescita in gran
parte dell'Europa, che ovunque ha gli stessi avversari – l'Ue, la tecnocrazia,
la Bce, il capitale finanziario – e gli stessi programmi. Ne dà una prova
Vassili Primikiris di Syriza, secondo partito in Grecia con il 17 per cento:
«noi siamo per un governo che abolisca il memorandum (le misure di austerità,
ndr), per il ripristino dei diritti dei lavoratori e del contratto collettivo
nazionale, per una riforma elettorale proporzionale e il controllo pubblico
delle banche». Il caso greco, come quello francese, insegnano soprattutto che
l'aggregazione a sinistra è un valore aggiunto, perché dà efficacia al proprio
blocco sociale. “Unità”, non a caso, è la parola che ricorre di più negli
interventi. «Il successo di Syriza – dice ancora Primikiris – segna la fine del
bipartitismo. Ma se fossimo stati tutti uniti (i comunisti del Kke e Sinistra
democratica sono andati da soli, ndr) la sinistra nel suo complesso avrebbe
preso molto di più». L'appello all'unità della sinistra lo ripetono tutti i
dirigenti della Fds. Cesare Salvi lo estende all'Idv e persino al Movimento 5
stelle: «abbiamo tante battaglie in comune». Oliviero Diliberto si rivolge a
Sel: «ma che aspettate a venire qui per costruire assieme una sinistra capace
di contendere l'egemonia»? Lo ripete anche Paolo Ferrero che chiama in causa
Sel e l'Idv, ma anche «i movimenti, le associazioni, il sindacalismo di base e
i senza partito. Bisogna smetterla di inseguire il Pd col cappello in mano e
impegnarci a costruire le lotte, giorno per giorno. Ce la possiamo fare,
dobbiamo crederci e non rimanere fermi in attesa delle elezioni». Si è rivisto
anche l'orgoglio di appartenere a una storia, quella dei «comunisti, della
parte migliore dell'Italia – ribadisce Diliberto – di quelli che hanno fatto la
Resistenza. Nessuno, a noi eredi di Berlinguer, può venire a farci lezione di
moralità, tantomeno il comico Grillo. Qui ci sono tanti giovani che di tasca
propria sono venuti in piazza senza guadagnarci un soldo». E, a proposito di
eredità, Ferrero rivendica quella di Di Vittorio, del suo insegnamento a «non
togliersi mai il cappello dinanzi al padrone».
martedì 8 maggio 2012
Acqua: dalla Cassazione una sentenza importante
Meno di un anno fa, una grande mobilitazione ha portato alla
vittoria referendaria contro la privatizzazione dell’acqua e per la sua
gestione pubblica e partecipativa. Con quel voto 27 milioni di italiani hanno
inteso affermare il principio dell’acqua come un bene pubblico ed inalienabile.
Il mese scorso anche la cassazione si è pronunciata sull’argomento, ribadendo, come espresso dall’art.144 del codice ambiente (152/2006) la natura pubblica dell’acqua. La vicenda riguarda la costruzione di una palazzina (destinata ad uso pubblico: uffici ed attività sportive) presso il Comune di Firenze al di sopra ed in prossimità del corso d’acqua tombinato del “Fosso Gamberaia”. In data 11/02/2011 il tribunale di Firenze con una ordinanza ha accolto il riesame della sentenza originaria, proposto dal Comune di Firenze e da Francalanci Luigi (dirigente del servizio impianti sportivi del Comune di Firenze e dirigente dei lavori), che aveva portato al sequestro dell’immobile, annullandola. Il sequestro era stato imposto in quanto all’art. 96 del R.D. 25/7/1904, n. 523 (“Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”), si punisce la violazione del divieto di inedificabilità assoluta all’interno della fascia di rispetto di 10 metri dal piede dell’argine dei corsi d’acqua pubblici.
L’annullamento, invece, era giunto alla luce del fatto che il corso d’acqua in questione risulta completamente intubato ed interrato per più di 2 kilometri e, quindi, avrebbe perso le caratteristiche di corso d’acqua pubblico. Proprio quest’ultimo concetto viene completamente ribaltato dalla sentenza della cassazione penale, infatti la Suprema Corte ha accolto il ricorso del P.M. sulla scorta delle seguenti argomentazioni:
- L’art. 1 del R.D. 11/12/1933 n. 1775 definiva pubbliche tutte le acque che, considerate sia isolatamente o per la portata o per l’ampiezza del rispettivo bacino imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico generale interesse (Cassazione civile, I, 15/3/1975, n. 1014; Cassazione penale, III, 15/2/1974, n. 1508);
- con l’entrata in vigore del D.P.R. n. 238/1999 e del D.Lgs. n. 152/2006, è cambiata la definizione di acqua pubblica: non si fa più riferimento alle caratteristiche del corso d’acqua;
- tuttavia, dalla lettera dell’art. 1 della L. 346/1994 da quella dell’art. 144 del D.Lgs. 152/2006 non può ricavarsi un generalizzato assoggettamento al regime pubblicistico demaniale di ogni superficie su cui cadono o defluiscono acque meteoriche (Cassazione S.U. 27/7/1999, n. 507); infatti, le nuove norme sulle acque pubbliche hanno comunque mantenuto fermo il requisito dell’interesse pubblico, come è fatto palese dal concetto di “utilizzazione secondo criteri si solidarietà” di cui all’art. 144, comma 2 del D.Lgs. 152/2006, che presuppone comunque l’idoneità delle acque a soddisfare usi di pubblico generale interesse.
Il mese scorso anche la cassazione si è pronunciata sull’argomento, ribadendo, come espresso dall’art.144 del codice ambiente (152/2006) la natura pubblica dell’acqua. La vicenda riguarda la costruzione di una palazzina (destinata ad uso pubblico: uffici ed attività sportive) presso il Comune di Firenze al di sopra ed in prossimità del corso d’acqua tombinato del “Fosso Gamberaia”. In data 11/02/2011 il tribunale di Firenze con una ordinanza ha accolto il riesame della sentenza originaria, proposto dal Comune di Firenze e da Francalanci Luigi (dirigente del servizio impianti sportivi del Comune di Firenze e dirigente dei lavori), che aveva portato al sequestro dell’immobile, annullandola. Il sequestro era stato imposto in quanto all’art. 96 del R.D. 25/7/1904, n. 523 (“Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”), si punisce la violazione del divieto di inedificabilità assoluta all’interno della fascia di rispetto di 10 metri dal piede dell’argine dei corsi d’acqua pubblici.
L’annullamento, invece, era giunto alla luce del fatto che il corso d’acqua in questione risulta completamente intubato ed interrato per più di 2 kilometri e, quindi, avrebbe perso le caratteristiche di corso d’acqua pubblico. Proprio quest’ultimo concetto viene completamente ribaltato dalla sentenza della cassazione penale, infatti la Suprema Corte ha accolto il ricorso del P.M. sulla scorta delle seguenti argomentazioni:
- L’art. 1 del R.D. 11/12/1933 n. 1775 definiva pubbliche tutte le acque che, considerate sia isolatamente o per la portata o per l’ampiezza del rispettivo bacino imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico generale interesse (Cassazione civile, I, 15/3/1975, n. 1014; Cassazione penale, III, 15/2/1974, n. 1508);
- con l’entrata in vigore del D.P.R. n. 238/1999 e del D.Lgs. n. 152/2006, è cambiata la definizione di acqua pubblica: non si fa più riferimento alle caratteristiche del corso d’acqua;
- tuttavia, dalla lettera dell’art. 1 della L. 346/1994 da quella dell’art. 144 del D.Lgs. 152/2006 non può ricavarsi un generalizzato assoggettamento al regime pubblicistico demaniale di ogni superficie su cui cadono o defluiscono acque meteoriche (Cassazione S.U. 27/7/1999, n. 507); infatti, le nuove norme sulle acque pubbliche hanno comunque mantenuto fermo il requisito dell’interesse pubblico, come è fatto palese dal concetto di “utilizzazione secondo criteri si solidarietà” di cui all’art. 144, comma 2 del D.Lgs. 152/2006, che presuppone comunque l’idoneità delle acque a soddisfare usi di pubblico generale interesse.
CONTRORIFORMA FORNERO: NON VOTATELA! IL 9 MAGGIO PRESIDIO AL SENATO DELL'USB
L’Unione Sindacale di Base assieme ad altre forze del
sindacalismo alternativo ha indetto per mercoledì 9 maggio una giornata
nazionale di mobilitazione per denunciare la gravità della “Controriforma del
lavoro”.
A Roma l’iniziativa principale sarà sotto il Senato (ore
15.00) per chiedere tutti i Senatori di non votare la legge Monti/Fornero con
cui si legittimano i licenziamenti discriminatori, si peggiora la precarietà,
si devasta il tessuto degli ammortizzatori sociali.
Secondo Pierpaolo Leonardi dell’Esecutivo nazionale USB “non
si tratta di una riforma ma di una vera e propria controriforma che fornisce
alle imprese uno strumento formidabile per liberarsi di coloro che non
accettano condizioni di lavoro pesantissime e peggiora sensibilmente il mercato
del lavoro, anche per il combinato/disposto con la ulteriore riforma delle
pensioni che impedisce ai giovani di accedere al mondo del lavoro e di
organizzarsi un futuro”.
“Noi chiediamo ai senatori di non votare questa legge, di far
mancare la maggioranza al governo dei tecnici, dei banchieri e dei super
tecnici espressione di quell’Europa dei capitali uscita pesantemente battuta
dalle urne Francesi e Greche” conclude il sindacalista USB.
lunedì 7 maggio 2012
Acqua: dalla Cassazione una sentenza importante
Meno di un anno fa, una grande mobilitazione ha portato alla
vittoria referendaria contro la privatizzazione dell’acqua e per la sua
gestione pubblica e partecipativa. Con quel voto 27 milioni di italiani hanno
inteso affermare il principio dell’acqua come un bene pubblico ed inalienabile.
Il mese scorso anche la cassazione si è pronunciata sull’argomento, ribadendo, come espresso dall’art.144 del codice ambiente (152/2006) la natura pubblica dell’acqua. La vicenda riguarda la costruzione di una palazzina (destinata ad uso pubblico: uffici ed attività sportive) presso il Comune di Firenze al di sopra ed in prossimità del corso d’acqua tombinato del “Fosso Gamberaia”. In data 11/02/2011 il tribunale di Firenze con una ordinanza ha accolto il riesame della sentenza originaria, proposto dal Comune di Firenze e da Francalanci Luigi (dirigente del servizio impianti sportivi del Comune di Firenze e dirigente dei lavori), che aveva portato al sequestro dell’immobile, annullandola. Il sequestro era stato imposto in quanto all’art. 96 del R.D. 25/7/1904, n. 523 (“Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”), si punisce la violazione del divieto di inedificabilità assoluta all’interno della fascia di rispetto di 10 metri dal piede dell’argine dei corsi d’acqua pubblici.
L’annullamento, invece, era giunto alla luce del fatto che il corso d’acqua in questione risulta completamente intubato ed interrato per più di 2 kilometri e, quindi, avrebbe perso le caratteristiche di corso d’acqua pubblico. Proprio quest’ultimo concetto viene completamente ribaltato dalla sentenza della cassazione penale, infatti la Suprema Corte ha accolto il ricorso del P.M. sulla scorta delle seguenti argomentazioni:
- L’art. 1 del R.D. 11/12/1933 n. 1775 definiva pubbliche tutte le acque che, considerate sia isolatamente o per la portata o per l’ampiezza del rispettivo bacino imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico generale interesse (Cassazione civile, I, 15/3/1975, n. 1014; Cassazione penale, III, 15/2/1974, n. 1508);
- con l’entrata in vigore del D.P.R. n. 238/1999 e del D.Lgs. n. 152/2006, è cambiata la definizione di acqua pubblica: non si fa più riferimento alle caratteristiche del corso d’acqua;
- tuttavia, dalla lettera dell’art. 1 della L. 346/1994 da quella dell’art. 144 del D.Lgs. 152/2006 non può ricavarsi un generalizzato assoggettamento al regime pubblicistico demaniale di ogni superficie su cui cadono o defluiscono acque meteoriche (Cassazione S.U. 27/7/1999, n. 507); infatti, le nuove norme sulle acque pubbliche hanno comunque mantenuto fermo il requisito dell’interesse pubblico, come è fatto palese dal concetto di “utilizzazione secondo criteri si solidarietà” di cui all’art. 144, comma 2 del D.Lgs. 152/2006, che presuppone comunque l’idoneità delle acque a soddisfare usi di pubblico generale interesse.
Il mese scorso anche la cassazione si è pronunciata sull’argomento, ribadendo, come espresso dall’art.144 del codice ambiente (152/2006) la natura pubblica dell’acqua. La vicenda riguarda la costruzione di una palazzina (destinata ad uso pubblico: uffici ed attività sportive) presso il Comune di Firenze al di sopra ed in prossimità del corso d’acqua tombinato del “Fosso Gamberaia”. In data 11/02/2011 il tribunale di Firenze con una ordinanza ha accolto il riesame della sentenza originaria, proposto dal Comune di Firenze e da Francalanci Luigi (dirigente del servizio impianti sportivi del Comune di Firenze e dirigente dei lavori), che aveva portato al sequestro dell’immobile, annullandola. Il sequestro era stato imposto in quanto all’art. 96 del R.D. 25/7/1904, n. 523 (“Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”), si punisce la violazione del divieto di inedificabilità assoluta all’interno della fascia di rispetto di 10 metri dal piede dell’argine dei corsi d’acqua pubblici.
L’annullamento, invece, era giunto alla luce del fatto che il corso d’acqua in questione risulta completamente intubato ed interrato per più di 2 kilometri e, quindi, avrebbe perso le caratteristiche di corso d’acqua pubblico. Proprio quest’ultimo concetto viene completamente ribaltato dalla sentenza della cassazione penale, infatti la Suprema Corte ha accolto il ricorso del P.M. sulla scorta delle seguenti argomentazioni:
- L’art. 1 del R.D. 11/12/1933 n. 1775 definiva pubbliche tutte le acque che, considerate sia isolatamente o per la portata o per l’ampiezza del rispettivo bacino imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico generale interesse (Cassazione civile, I, 15/3/1975, n. 1014; Cassazione penale, III, 15/2/1974, n. 1508);
- con l’entrata in vigore del D.P.R. n. 238/1999 e del D.Lgs. n. 152/2006, è cambiata la definizione di acqua pubblica: non si fa più riferimento alle caratteristiche del corso d’acqua;
- tuttavia, dalla lettera dell’art. 1 della L. 346/1994 da quella dell’art. 144 del D.Lgs. 152/2006 non può ricavarsi un generalizzato assoggettamento al regime pubblicistico demaniale di ogni superficie su cui cadono o defluiscono acque meteoriche (Cassazione S.U. 27/7/1999, n. 507); infatti, le nuove norme sulle acque pubbliche hanno comunque mantenuto fermo il requisito dell’interesse pubblico, come è fatto palese dal concetto di “utilizzazione secondo criteri si solidarietà” di cui all’art. 144, comma 2 del D.Lgs. 152/2006, che presuppone comunque l’idoneità delle acque a soddisfare usi di pubblico generale interesse.
Borse e titoli sovrani in fibrillazione. La Grecia verso lo sganciamento
Mercati azionari e dei titoli sovrani in fibrillazione
all’indomani delle elezioni in Grecia e in Francia. La borsa di Atene è a picco
e le banche stanno letteralmente affondando sotto i colpi della speculazione. I
vertici tedeschi parlano senza veli di sganciamento della Grecia dall’euro.
“Ora è possibile isolare l'Eurozona dagli sviluppi in Grecia”, dice Lars Feld,
un membro del consiglio dei consulenti economici del cancelliere Angela Merkel.
Nel vecchio continente dopo un avvio al cardiopalma con gli spread lanciati
oltre i 400 punti e l'euro malandato l'allarme sembra essere rientrato, ma solo
temporaneamente.
A preoccupare i mercati è la forte instabilità del quadro
ellenico. Non a caso è arrivato già da questa mattina l’incarico del presidente
a formare il nuovo governo direttamente a Nea Dimokratia, che insieme al Pasok
non sono riusciti a raggiungere la maggioranza numerica. Secondo il conto del
ministero dell'Interno, insieme avrebbero collezionato 149 seggi sui 300 del
Parlamento, un numero insufficiente per poter formare una coalizione di
governo. Ora, nell'attesa di vedere la reazione dei mercati, i bookmaker
puntano sull'addio alla moneta unica.
A fronte di tale scenario Unione europea e Fondo monetario
internazionale potrebbero essere costretti a sospendere gli aiuti ad Atene,
sottolinea Stephane Deo della UBS. "Presto il governo non sarà in grado di
pagare i dipendenti pubblici e le pensioni e questo alimenterà forti tensioni
sui mercati finanziari", ha sottolineato. Gli economisti di Berenberg Bank,
invece, ritengono ci sia "un 40% di rischio che la Grecia esca dall'euro
quest'anno".
Ma per quanto si voglia addossare alla Grecia tutti i mali di
questa fase, non si può non mettere nel conto che è tutto il quadro europeo che
sta andando in crisi dopo la vittoria di Francois Hollande che sancisce il
tramonto definitivo della politica di “Merkozy”, imperniata
soprattutto sul rigore e sulle misure di austerity. La vera sconfitta in questo
scenario è proprio il cancelliere tedesco Angela Merkel che, orfana del suo
caro alleato Sarkozy, sarà costretta a rivedere le proprie decisioni. A rischio
è lo stesso Fiscal Compact: nel periodo delle elezioni elettorali, Hollande
aveva infatti affermato che, se l’Europa non imboccherà la strada della
crescita, non firmerà la ratifica del patto fiscale, ovvero l'accordo tra gli
stati membri dell'Unione Europea per garantire il rispetto della disciplina
fiscale.
Che margini ha la Merkel considerato che il mini test delle
elezioni tenutesi nello Stato settentrionale dello Schleswig-Holstein, ha
segnalato che partito della cancelliera potrà continuare a governare ma con una
maggioranza ridotta al lumicino?
Angela Merkel opterà per un messaggio forte nel caso la
Grecia non rispettasse gli impegni presi per ottenere il prestito UE, oppure
prudenzialmente si vedrà costretta ad abbassare i toni per non dover poi
giustificare ai suoi elettori centinaia di miliardi di euro andati in fumo?
venerdì 4 maggio 2012
Articolo 18 - Nessun passo indietro!
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L'editoriale del nuovo di Falcemartello
I salari più bassi d’Europa: le retribuzioni rispetto
all’aumento dell’inflazione non vanno così male dal 1983 (anno di inizio
della ricostruzione delle serie storiche), ci illustra l’Istat.
Le pensioni più basse d’Europa: sempre l’Istituto di statistica ci racconta che due milioni e mezzo di anziani vivono con meno di 500 euro al mese. Altri quattro milioni non arrivano ai mille euro.
E fra poco, se la “riforma” del mercato del lavoro sarà
approvata in parlamento, saremo tra i lavoratori con meno diritti d’Europa.
E non è finita… Infatti, se la primavera metereologica ha
tardato così tanto ad arrivare, per l’economia l’inverno si prospetta ancora
lunghissimo, soprattutto per quella europea.
La cura da cavallo che i governi dell’Ue stanno portando
avanti sta riportando indietro di decenni il tenore e le condizioni di vita
di milioni di lavoratori, anche negli altri paesi europei. In Grecia, secondo
l’Ocse, le retribuzioni sono crollate del 25,5% in un anno. La disoccupazione
si impenna: secondo le statistiche ufficiali, siamo al 15% in Portogallo e al
25% in Spagna.
Sono cifre da terremoto sociale. Certo, anche lassù dove si
prendono le decisioni sulle nostre vite, alcuni temono che la disperazione e
la rabbia crescano e che si tramutino in conflitti sociali, come già successo
in Grecia, in Spagna e in Portogallo. Da qui nasce il grande dibattito:
crescita o austerità? Il candidato socialista Hollande, la cui affermazione
al primo turno riflette la voglia di cambiamento di tanti lavoratori
francesi, cerca anche di interpretare le preoccupazioni di chi crede che se
si continuerà a spremere la classe lavoratrice come un limone, un’esplosione
sociale a livello europeo sarà inevitabile.
Ma sono voci minoritarie ed isolate: oltre alle roboanti
dichiarazioni sul cambiamento di rotta, cosa c’è di concreto? Secondo alcune
“indiscrezioni” riportate dal Sole24Ore (28 aprile) la Commissione europea
avrebbe in mente un “piano Marshall” per il vecchio continente di ben 200
miliardi di euro. Sembra una cifra considerevole, ma a parte il fatto che non
si sa bene dove trovare questi soldi, è ben poca cosa rispetto ai 7.700
miliardi di dollari elargiti da Obama nel corso della sua presidenza al
sistema finanziario americano, o ai 2.600 miliardi regalati alle banche
europee dalla Bce, sempre nello stesso periodo (La Stampa, 26 aprile).
La direzione di marcia non cambia: qualsiasi politica di investimenti pubblici nel prossimo periodo non avrà che un carattere cosmetico. Nessuna scelta di fondo da parte della borghesia francese o tedesca cambierà per quanto riguarda i lavoratori, che vinca Hollande o Sarkozy.
La crescita, lo ha chiarito bene Draghi, ci sarà
continuando con la linea dell’austerità, e quindi tagliando la spesa
pubblica. Che è un po’ come dire che ci si sazia rimanendo digiuni.
Su questo terreno il governo Monti vuole essere sempre il
primo della classe. Sensibile ai cori di chi invoca, a destra dell’emiciclo
parlamentare e non solo, la riduzione delle tasse, è deciso ad individuare
altri quattro miliardi di tagli entro l’estate (prima tranche di un totale di
16 miliardi in tre anni), attraverso il meccanismo dello “spending review”.
Ormai molti lavoratori sanno che quando governo e padroni cominciano a
parlare inglese c’è da preoccuparsi. La “revisione della spesa” comporterebbe,
secondo i “professori”, riduzioni alle uscite correnti e alle spese per i
consumi. Il tutto, ci dicono, per evitare l’aumento dell’Iva al 23% ad
ottobre. Sappiamo bene come è andata la politica dei due tempi dagli anni
settanta ad oggi: i lavoratori hanno sempre fatto i sacrifici per primi,
aspettando una redistribuzione delle risorse che non è mai arrivata. Siamo
pronti a scommettere che sarà così anche questa volta.
Sulla strada di Monti, spianata da una larghissima maggioranza parlamentare e da un altrettanto ampio consenso da parte dei mass media, il 20 marzo, giorno della rottura tra Cgil e governo sull’articolo 18, si è prodotto un fatto nuovo: l’indicazione che il principale sindacato italiano avrebbe indetto un pacchetto di 16 ore di sciopero.
Questo annuncio ha aperto uno spazio attraverso il quale i
lavoratori di questo paese hanno potuto esprimere tutta la loro rabbia e
indignazione. Lo si è visto negli scioperi territoriali: in quello di Milano,
organizzato come peggio non si poteva, dove la partecipazione massiccia dei
lavoratori ha tuttavia costretto gli organizzatori a trasformare i quattro
presidi previsti in partenza in un unico corteo o in quello di Modena, dove i
lavoratori hanno occupato spontaneamente l’A1. Una rabbia che abbiamo riscontrato
anche nella manifestazione degli esodati del 12 aprile e nello sciopero di
otto ore dei lavoratori dell’agricoltura del 27 aprile, settore dove la
liberalizzazione del voucher proposta da Fornero renderebbe legale ogni tipo
di sopruso. Lo stesso giorno uno sciopero spontaneo ha fermato le Meccaniche
di Mirafiori, con le maestranze esasperate dai ritmi troppo alti.
La direzione della Cgil subito ha cercato di chiudere il
rubinetto delle mobilitazioni, accontentandosi di un accordo totalmente al
ribasso con l’assicurazione che “presiederà” alla tutela dei diritti dei
lavoratori, giocoforza tramite il Pd di Bersani. Stiamo freschi! In
parlamento, se non ci saranno mobilitazioni decise da parte del movimento
operaio, la controriforma Fornero non potrà che peggiorare.
L’unica posizione che si può difendere sulla riforma
Fornero è quella di non cedere nemmeno un millimetro rispetto alla
formulazione originaria dell’articolo 18, di non fare nemmeno un passo
indietro.
È ora che lo sciopero generale sia convocato senza
ulteriori indugi, è ora che chi ha detto di non accettare lo smantellamento
dell’articolo 18, come Landini e la Fiom, traducano le parole in fatti,
trascinando le altre categorie nello sviluppo di mobilitazioni generalizzate
che facciano davvero male a lorsignori. Ora che la posta in gioco è decisiva,
ora che i lavoratori italiani hanno chiarito la loro disponibilità alla
lotta, non si può più tergiversare.
È sullo sviluppo del conflitto che la sinistra, a partire
da Rifondazione comunista deve investire tutte le sue forze.
Infatti è proprio sulla mancanza di una sponda politica che possa rappresentare efficacemente, fino in fondo, gli interessi dei lavoratori che si basa la generalizzata mancanza di fiducia nei confronti dei partiti, compresi quelli di sinistra. C’è da dire che in questo ventennio la classe operaia li ha messi alla prova tutti, uno dopo l’altro: destra, centro e sinistra hanno portato avanti le stesse politiche. Non c’è da stupirsi che cresca l’antipolitica, che nella prossima tornata di elezioni amministrative aumenterà l’astensionismo e ci sarà un’affermazione di quelle forze, come il Movimento 5 stelle, che cavalcano questa disaffezione e che vengono viste come in opposizione al sistema attuale.
È patetico che a sinistra c’è chi voglia inseguire queste
posizioni, proponendo “soggetti politici nuovi” che nascono già perdenti. In
primo luogo perchè già esiste l’originale, in secondo luogo perché finiscono
a parare sempre nello stesso punto: in un appoggio, certo in forme “nuove” e
“originali” al vecchio centrosinistra e al Partito democratico.
È poi curioso che tutte queste iniziative che criticano i
partiti novecenteschi propongano di formare soggetti politici, che elaborino
un programma e definiscano liste di candidati per le elezioni. In poche
parole… un partito (ma che non si pronunci questa locuzione terribile, per
carità!).
Sia chiaro, non ci associamo nemmeno lontanamente a chi
pensa nel Prc di combattere il grillismo legittimando questi partiti e questa
politica. Siamo dell’opinione che i partiti oggi rappresentati in parlamento
se ne debbano andare a casa, semplicemente per noi chi deve adempiere a
questo compito è la forza organizzata del movimento operaio e non un comico
in pensione o la magistratura.
Non ne possiamo più di contenitori che rimandano ad altre
aggregazioni, che interloquiscono con federazioni, nella maggior parte dei
casi non rappresentativi di nulla, e che servono solo a soffocare le
espressioni più incisive del conflitto in un diluvio di parole proferite dall’ultimo
intellettuale di grido.
La sinistra si può rigenerare solo sulla base della lotta
di classe. Il vento di cambiamento che spira impetuoso in Europa ci parla
proprio di questo, del fatto che le forze comuniste (o comunque collocate a
sinistra della socialdemocrazia) che si sono poste all’opposizione dei
governi dei rispettivi paesi oggi riescano ad intercettare parte della
radicalizzazione crescente.
È questa la strada, è questa l’opportunità da afferrare per
chi crede, come noi, che questo sistema capitalista si debba e si possa
abbattere.
30 aprile 2012
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lunedì 30 aprile 2012
1 Maggio Festa dei Lavoratori
Il 1 Maggio nasce come momento di lotta internazionale di
tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per
affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la
propria condizione di lavoro.
"Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.
"Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.
Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al
quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione
e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da
parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate
più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse
lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.
Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.
Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta .
Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.
Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.
Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.
Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta .
Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.
Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.
Certamente, è una festa figlia delle lotte del movimento
operaio e socialista. Per la precisione, è figlia della rivendicazione -
coniata in Australia nel 1856 - di «otto ore di lavoro, otto di svago, otto per
dormire». Quella dei «tre otto» era una parola d’ordine assolutamente
rivoluzionaria nei paesi che si stavano rapidamente industrializzando, in cui
prevalevano orari di lavoro di 11, 12 ore in condizioni spesso bestiali.
domenica 29 aprile 2012
Se Hollande spacca la destra
The Economist definisce il candidato socialista francese
«uomo piuttosto pericoloso» e, se avesse un voto, lo darebbe al presidente
uscente. La caccia disperata di Sarkozy ai voti del Front National allarma
perfino i suoi. De Villepin sbotta: «Campagna indegna e senza ritorno». Si
temono scontri il 1 maggio
Dominique de Villepin denuncia, con un intervento su Le
Monde, «la corsa senza vergogna ai voti estremisti». L’ex primo ministro di
Jacques Chirac non arriva certo ad invitare a votare per Hollande («la sinistra
mi inquieta», scrive), ma attacca chiaramente Sarkozy. Parla di campagna del
secondo turno «indegna», afferma che «le linee rosse repubblicane sono
oltrepassate, una a una. Voglio dirlo oggi con gravità. E’ una strada senza
ritorno». Villepin interpreta un malessere che serpeggia sempre più a destra,
anche se per il momento il silenzio predomina. Sarkozy ha deciso di seguire le
direttive del suo guru di estrema destra, Patrick Buisson, e di andare a caccia
di voti estremisti adottandone contenuti e linguaggio. La destra moderata
abbassa la testa. Ma questa situazione è destinata ad esplodere l’indomani
della prevedibile sconfitta del 6 maggio (ieri tre sondaggi hanno dato Hollande
vittorioso, intorno al 54% dei voti).
Dopo la lettera di François Bayrou ai due finalisti, dove il
candidato centrista sfortunato non prendeva posizione ma poneva la questione
dei «valori», Jean-François Kahn, fondatore del settimanale Marianne entrato
recentemente in politica con il MoDem, riprende da Jean-Luc Mélenchon l’accusa
di «pétainismo» rivolta all’ultima versione di Sarkozy: «Per la prima volta da
mezzo secolo – scrive – un presidente della Repubblica in esercizio ha
riattualizzato e quindi legittimato una retorica apertamente pétainista».
Marine Le Pen ha accusato ieri Sarkozy di «scippare»
giornalmente le idee del Fronte nazionale. Tutti pensano alle legislative che
seguiranno, a giugno, la presidenziale. Dopo che Sarkozy ha affermato che, in
caso di ballottaggio al secondo turno tra un socialista e un frontista, l’Ump
darà indicazioni di votare «bianco o astenersi», Marine Le Pen ha promesso
vendetta il 6 maggio (Hollande ha invece ribadito la tradizione repubblicana,
indicando, in caso di assenza di un socialista, un voto per il candidato Ump in
caso di scontro con un frontista).
Un appoggio a Sarkozy arriva da Londra: The Economist, che in
Francia è stato soprannominato «la Pravda del capitalismo» dal Nouvel
Observateur, definisce Hollande «uomo piuttosto pericoloso» e afferma che, se
avesse un voto, lo darebbe a Sarkozy «non tanto per i suoi meriti, ma per
scartare Hollande». Eppure, nella Ue le idee di Hollande di rinegoziare il
Fiscal compact fanno dei passi avanti. Herman van Rompuy, presidente del
Consiglio europeo, ha persino evocato la possibilità di un vertice
straordinario dopo la presidenziale francese, per discuterne. Ormai, tutti
parlano del necessario stimolo alla crescita. Lo scontro è sul come, tra
liberisti che puntano solo alla deregulation e interventisti. Ma anche Hollande
non abbandona il risanamento: «La serietà di bilancio, sì – afferma –
l’austerità a vita, no». Persino Angela Merkel, che il 6 e il 13 maggio deve
affrontare due voti regionali difficili e teme l’isolamento diplomatico in
Europa, potrebbe appoggiarsi su Hollande per scaricare i liberali dell’Fdp,
rigoristi[ senza voti, per avvicinarsi all’Spd in vista di una Grosse
Koalition.
La settimana che manca al secondo turno sarà punteggiata
soprattutto da due avvenimenti, otre al meeting di Hollande a Bercy domenica: i
cortei e le manifestazioni contrapposte del primo maggio e il duello televisivo
tra Hollande e Sarkozy il 2 sera. Giovedì sera, su France 2, c’è già stato un
assaggio. Non un dibattito diretto, ma i due candidati sono stati interrogati
uno dopo l’altro. Sarkozy ha cercato di attenuare l’aggressività che mostra nei
comizi elettorali, ed è arrivato persino a condannare il pessimo gioco di
parole di uno dei suoi sul cognome della compagna di Hollande (Valérie
Trierweiler, divenata Rottweiler con l’aggiunta: «E non è gentile per il
cane»). Ma il presidente uscente ha confermato l’adesione alla posizione di Le
Pen di istituire, per i poliziotti, la «presunzione di legittima difesa»
(l’attualità è l’incriminazione di un poliziotto, con l’accusa di «omicidio
volontario», per aver ucciso un pregiudicato che stava cercando di arrestare,
colpendolo con una pallottola alla schiena). Hollande, che si è giustificato
per aver detto no ai tre dibattiti frontali chiesti da Sarkozy, ha rifiutato di
farsi trascinare in un «pugilato» a distanza, ricordando i principali punti del
suo programma.
Tutta l’attenzione si sta concentrando sul primo maggio. Al
tradizionale corteo sindacale parteciperà anche il Front de gauche, ha
confermato Mélenchon, che si unirà alla manifestazione a fine corteo. La
partecipazione politica ai cortei sindacali è diversamente apprezzata dalla
confederazioni: la Cgt ha indicato implicitamente di votare Hollande, mentre la
Cfdt è perplessa su questo tentativo di «sviare l’obiettivo del primo maggio».
Force ouvrière non parteciperà al corteo, critica verso il «marketing politico»
di cui sarebbe vittima il primo maggio. Ci sarà, come ormai dall’88, il meeting
del Fronte nazionale sotto la statua di Jeanne d’Arc. Ma quest’anno l’Ump
organizza una «festa del vero lavoro» alla Tour Eiffel. Sarkozy ha dovuto
rimangiarsi l’espressione «vero lavoro», sotto l’accusa di averla ripresa da
Pétain, ma ha intenzione di andare alla prova di forza con i sindacati e la
sinistra. Martine Aubry ha messo in guardia: «Se ci dovessero essere delle
violenze il primo maggio, Sarkozy ne sarà responsabile».
Italia dei beni comuni
Oggi il primo appuntamento. Pochi big, molte idee, sette
minuti a intervento. Si parla di metodo e programma
«Inizia un percorso». Gli organizzatori si raccomandano di
non scrivere molto più di questo. Perché l’appuntamento di oggi a Firenze, la
«partenza» del «non partito» – lanciato dal manifesto per i beni comuni e per
«un’altra politica nelle forme e nelle passioni» il 29 marzo scorso, e di cui
si è discusso, e anche parecchio, sulle pagine del manifesto e sulla rete – è
una vera partenza al buio. Si annunciano molti partecipanti, e infatti è stata
prenotata una platea da 1500 persone. Ma la giornata di oggi è stata scandita
con quattro interventi iniziali, di quattro dei primi firmatari del manifesto,
una sorta di relazione introduttiva a quattro voci (Marco Revelli, Nicoletta
Pirotta, Claudio Giorno della Val Susa e Paul Ginsborg). In sala sarà
distribuito un testo di Luciano Gallino, intitolato provocatoriamente «Come
creare un milione di posti di lavoro».
Per il resto, si procede senza rete: sette minuti a intervento, ciascuno degli interventi potrà fare la sua proposta e indicare la direzione verso cui dovrebbe salpare la nave.
Non sono previste special guest: il sindaco De Magistris ha inviato gli auguri ma non ci sarà, Nichi Vendola lo stesso, per impegni di campagna elettorale, ma ci sarà il suo braccio destro Nicola Fratoianni. Ci sarà invece Paolo Ferrero, segretario del Prc. Ma per tutti varrà la regola dei sette minuti.
Di certo è che si discuterà di due prime «discriminanti», come è stato chiaro dai testi ricevuti in questi giorni da chi ha annunciato la propria partecipazione allegando una «motivazione»: il no alla riforma del pareggio in bilancio in costituzione e alla riforma del lavoro in discussione in parlamento. Per il momento sono gli unici due punti fermi di un «programma» che non c’è, ancora (l’assenza di progetto è una delle critiche mosse al non-partito da Rossana Rossanda) ed è tutto da discutere, e scrivere, e approfondire, nella successiva «due giorni» immaginata per giugno.
Il «progetto» sarà il core business della discussione. La differenza fra «bene comune» e «beni comuni», anche: anche perché è fresco di ieri l’intervento con cui Asor Rosa (sul manifesto) rintraccia la «dottrina del bene comune » di Tommaso d’Aquino nel «progetto» del soggetto politico nuovo.
E poi c’è il tema della forma del non-partito, e le questioni di «metodo». Perché il soggetto politico nuovo propone, almeno nelle intenzioni, «un salto di paradigma anche negli strumenti organizzativi», spiega Marco Revelli, «che non possono essere quelli tradizionali – centralistici, verticali e gerarchici – delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all’opposto, l’orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l’eguaglianza nella parola e nell’ascolto tra diversi. Tutto questo vuol dire, come ci è stato contestato, rimuovere il “conflitto sociale”? Cancellare le “forme di organizzazione” in nome di uno spontaneismo un po’ anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto – e insieme l’organizzazione – nelle forme in cui ce lo ripropone quello che Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella le classi sociali, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? D’altra parte, che ne penseremmo se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica e la jacquerie contadina come via all’emancipazione?».
Last but not least, la questione del nome. C’è persino chi chiede di andare avanti prima di decidere. Insieme ai criteri per nominare un coordinamento nazionale, anche il nome si decide oggi, verrà scelto dalla platea da una rosa di quattro selezionata sul sito. Sono: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente; Lavoro e beni comuni; alternativa democratica; e infine Italia Bene Comune.
Quest’ultimo non passerebbe inosservato. Perché è anche il nome che Bersani ha scelto per la campagna delle amministrative del suo Pd. Facendo per l’occasione stampare migliaia di felpe blu con slogan più tanto di collo e polsini tricolori. Un’appropriazione indebita per il partito che fino all’ultimo non ha voluto schierarsi apertamente con i referendum per l’acqua pubblica, quelli che poi hanno portato al voto 27 milioni di persone. E un partito che ha votato due decreti Monti per le liberalizzazioni che i referendari hanno definito «tentativi sfrontati di negare il risultato di quei referendum». Salvo poi utilizzarne il logo del «bene comune» per marketing elettorale, dopo aver scoperto che funziona, ora che il vento è cambiato.
Per il resto, si procede senza rete: sette minuti a intervento, ciascuno degli interventi potrà fare la sua proposta e indicare la direzione verso cui dovrebbe salpare la nave.
Non sono previste special guest: il sindaco De Magistris ha inviato gli auguri ma non ci sarà, Nichi Vendola lo stesso, per impegni di campagna elettorale, ma ci sarà il suo braccio destro Nicola Fratoianni. Ci sarà invece Paolo Ferrero, segretario del Prc. Ma per tutti varrà la regola dei sette minuti.
Di certo è che si discuterà di due prime «discriminanti», come è stato chiaro dai testi ricevuti in questi giorni da chi ha annunciato la propria partecipazione allegando una «motivazione»: il no alla riforma del pareggio in bilancio in costituzione e alla riforma del lavoro in discussione in parlamento. Per il momento sono gli unici due punti fermi di un «programma» che non c’è, ancora (l’assenza di progetto è una delle critiche mosse al non-partito da Rossana Rossanda) ed è tutto da discutere, e scrivere, e approfondire, nella successiva «due giorni» immaginata per giugno.
Il «progetto» sarà il core business della discussione. La differenza fra «bene comune» e «beni comuni», anche: anche perché è fresco di ieri l’intervento con cui Asor Rosa (sul manifesto) rintraccia la «dottrina del bene comune » di Tommaso d’Aquino nel «progetto» del soggetto politico nuovo.
E poi c’è il tema della forma del non-partito, e le questioni di «metodo». Perché il soggetto politico nuovo propone, almeno nelle intenzioni, «un salto di paradigma anche negli strumenti organizzativi», spiega Marco Revelli, «che non possono essere quelli tradizionali – centralistici, verticali e gerarchici – delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all’opposto, l’orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l’eguaglianza nella parola e nell’ascolto tra diversi. Tutto questo vuol dire, come ci è stato contestato, rimuovere il “conflitto sociale”? Cancellare le “forme di organizzazione” in nome di uno spontaneismo un po’ anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto – e insieme l’organizzazione – nelle forme in cui ce lo ripropone quello che Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella le classi sociali, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? D’altra parte, che ne penseremmo se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica e la jacquerie contadina come via all’emancipazione?».
Last but not least, la questione del nome. C’è persino chi chiede di andare avanti prima di decidere. Insieme ai criteri per nominare un coordinamento nazionale, anche il nome si decide oggi, verrà scelto dalla platea da una rosa di quattro selezionata sul sito. Sono: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente; Lavoro e beni comuni; alternativa democratica; e infine Italia Bene Comune.
Quest’ultimo non passerebbe inosservato. Perché è anche il nome che Bersani ha scelto per la campagna delle amministrative del suo Pd. Facendo per l’occasione stampare migliaia di felpe blu con slogan più tanto di collo e polsini tricolori. Un’appropriazione indebita per il partito che fino all’ultimo non ha voluto schierarsi apertamente con i referendum per l’acqua pubblica, quelli che poi hanno portato al voto 27 milioni di persone. E un partito che ha votato due decreti Monti per le liberalizzazioni che i referendari hanno definito «tentativi sfrontati di negare il risultato di quei referendum». Salvo poi utilizzarne il logo del «bene comune» per marketing elettorale, dopo aver scoperto che funziona, ora che il vento è cambiato.
mercoledì 25 aprile 2012
Contro ogni retorica - Per un 25 Aprile di lotta
Il clima di unità nazionale e di sostegno al governo tecnico da parte di Pd, Pdl e Terzo polo prova a nascondere e a reprimere le tensioni crescenti nel paese, e di fascismo non se ne parla più se non malvolentieri. Nel frattempo, gli antifascisti sono processati, come accade a Matteo Parlati e Matteo Pirazzoli, accusati di aver contrastato una manifestazione della Fiamma tricolore che commemorava la marcia su Roma.
Due pesi, due misure, come da tradizione della magistratura italiana: il console picchiatore Vattani è stato riammesso nel servizio diplomatico, per la gioia dei suoi camerati di Casa Pound e del suo amico Alemanno, da anni ormai impegnato a sistemare i propri squadristi nei principali enti e posti di potere di Roma e del Lazio.
Dopo anni di grida e appelli contro il pericolo della dittatura fascista di Berlusconi, gli stessi promotori di quegli stessi appelli, che siano essi del Pd o del popolo viola, sostengono attivamente un governo ferocemente antioperaio e nemico dei precari e dei giovani, e volutamente glissano sull’appoggio insieme al Pdl al governo di unità nazionale di Monti. Per questi rappresentanti degli interessi della borghesia “buona” e “illuminata” il loro 25 aprile è stato il giorno delle dimissioni di Berlusconi.
Per i comunisti quel giorno ha rappresentato l’ennesimo 8 settembre di questo nostro paese, e qui si ferma l’analogia storica: il compromesso tra le varie parti della borghesia e del padronato è scaricato sulle spalle dei giovani e dei lavoratori. Prepariamoci a un 25 aprile politicamente corretto, con vuoti appelli istituzionali all’unità del paese nel momento della crisi. La retorica dei palchi proverà ancora una volta a rimuovere, in un momento in cui le tensioni sociali possono soltanto crescere, la memoria e la storia rivoluzionaria della Resistenza partigiana al nazifascismo, dell’assalto al cielo in difesa della propria terra, della dignità e della libertà di centinaia di migliaia di combattenti.
Il terreno è stato preparato nel corso dei decenni con grande accuratezza, c’è da dire. Prima le celebrazioni negli anni cinquanta-sessanta delle autorità, con vescovi, generali, amministratori tutti con un passato in camicia nera; poi, dal 1968 in poi, il contrasto tra chi vedeva nella Resistenza la rivoluzione mancata, l’occasione persa del riscatto e della costruzione di un nuovo ordine sociale e chi invece dipingeva una lotta per la “democrazia progressiva” o per l’ordine costituzionale assente ; infine, le revisioni e le menzogne di nuovi compromessi, nuovi partiti e pennivendoli di regime, pronti a buttare fango sul sangue versato dai partigiani.
La verità è un’altra: noi non commemoriamo il 25 aprile, lo ricordiamo e lo difendiamo. Difendiamo una memoria fatta di stragi, di violenze, di oppressione, iniziate non l’8 settembre 1943, ma dalla fondazione dei Fasci mussoliniani. Ricordiamo gli assalti alle Case del popolo, alle sezioni comuniste e socialiste, i pestaggi e gli agguati ai lavoratori, le minacce e le devastazioni che da Trieste alla Sicilia videro le camicie nere protagoniste.
Ricordiamo il sacrificio di migliaia di oppositori condannati dal Tribunale speciale, degli esuli perseguitati, di Antonio Gramsci di cui ricorre il 75° anniversario dalla morte sotto la stretta sorveglianza fascista e la cui memoria è puntualmente sotto attacco da parte di qualche intellettuale alla moda, coccolato dai media borghesi.
La Resistenza non è stata la prosecuzione di un Risorgimento idealizzato e liberale, monarchico e d’ordine (e anche su questo ci sarebbe da discutere), ma un movimento rivoluzionario degli sfruttati, non solo sulle montagne e nel Settentrione, ma anche nel Mezzogiorno e nelle città. Gli scioperi del marzo ’43, le agitazioni operaie e per la terra nel breve periodo tra il 25 luglio e l’8 settembre, le quattro giornate di Napoli e le attività della Resistenza romana sono solo alcune delle pagine scritte dal movimento operaio, partigiano, assieme alla lotta senza quartiere delle formazioni di “ribelli” nelle regioni settentrionali occupate dai nazisti e dai loro alleati.
E il fascismo può attecchire oggi anche per l’opera sistematica di svuotamento e di mummificazione della Resistenza, attuata a destra e a sinistra: il revisionismo promosso a piene mani sulla stampa e dalle forze politiche; l’istituzione di giornate della memoria come quella del 10 febbraio sulle foibe e la costante rimozione degli “elementi di divisione” dalla politica italiana, ovvero la differenza tra chi ha combattuto per la libertà e per un mondo di giustizia e tra chi deportava e ammazzava.
La crisi economica in Europa vede i tentativi di forze di estrema destra e apertamente fasciste di radicarsi tra i lavoratori e il sottoproletario, con programmi razzisti e una generica retorica contro le banche e la finanza. Casa Pound è solo l’espressione italiana di un processo generale in Europa, tollerato dalle forze dell’ordine e lasciato crescere con la complicità e la contiguità del Pdl, che spesso ha ospitato (a Napoli, a Roma, a Firenze) i fascisti del terzo millennio nelle sue liste elettorali. Da un lato, slogan contro le banche, dall’altro, al servizio diretto del padronato: ecco la realtà del fascismo di ieri ed oggi, con le sue bande sempre pronte ad aggredire militanti di sinistra, immigrati e omosessuali.
L’eredità della lotta partigiana è nelle battaglie di questi giorni e non nei vuoti appelli in difesa della Costituzione: nella resistenza alla Tav, nelle mobilitazioni operaie a difesa dell’articolo 18 e del lavoro, nella quotidiana costruzione di un’alternativa complessiva a questo sistema votato alla distruzione e alla repressione.
La nostra resistenza, ieri come oggi, continua nella lotta per la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento capitalistico, per il socialismo.
martedì 17 aprile 2012
Forestazione, il 24 aprile sciopero generale
Gli addetti
chiedono il rispetto dell'accordo
su 151 giornate e turn over
su 151 giornate e turn over
Come preannunciato nei giorni scorsi il comparto forestale si
ferma. C'è il rischio che i cantieri non partanoLo sciopero generale degli
oltre 4 mila lavoratori forestali della Basilicata, preannunciato nei giorni
scorsi, si terrà martedì 24 aprile. Lo hanno annunciato giovedì 12
aprile i segretari regionali di Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil, Antonio
Lapadula, Vincenzo Esposito e Gerardo Nardiello. Nello stesso giorno si terrà
una manifestazione davanti alla sede della Regione Basilicata. Alla base dello
sciopero il mancato rispetto dell'accordo del 2009 sulle 151 giornate e sullo
sblocco del turn-over e i gravi ritardi che si stanno registrando nell'avvio
dei cantieri forestali per effetto della riforma della governance regionale che
ha trasferito le competenze alle aree programma.
“Se prima eravamo preoccupati – spiegano i tre dirigenti
sindacali – ora possiamo dire di essere seriamente allarmati perché il rischio
che i cantieri non partano e i lavoratori restino senza salario si fa sempre
più concreto. Il ricorso alla sciopero generale è la necessaria conseguenza
della perdurante inazione del governo regionale che sulla forestazione ha
tenuto un atteggiamento ondivago e superficiale. Le notizie che ci arrivano dai
Comuni capofila delle aree programma, che saranno chiamati a gestire
operativamente i cantieri, sono drammatiche. Senza la preventiva approvazione
dei bilanci comunali, cosa che non avverrà prima di giugno, le amministrazioni
capofila non sono nelle condizioni di far partire le assunzioni e quindi i
cantieri. E questo a pochi giorni dal teorico avvio della stagione forestale”.
Per Lapadula, Esposito e Nardiello “la Regione male ha fatto
a sottovalutare i reiterati richiami del sindacato sulle difficoltà che sarebbe
certamente insorte con il passaggio delle competenze dalle comunità montane
alle aree programma. Purtroppo le nostre previsioni sono state fin troppo
ottimistiche se consideriamo che l'intero settore vive una condizione di totale
paralisi che preoccupa giustamente i lavoratori”.
venerdì 6 aprile 2012
Licenziamenti, sfruttamento e ricatto: ecco la “riforma” del lavoro
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Scritto da Paolo Grassi
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Venerdì 23 Marzo 2012 16:36
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Chiusa la trattativa giovedi 22 marzo, il governo con
l'appoggio di Confindustria e i soliti sindacati compiacenti, Cisl e Uil, si
avvia a portare in parlamento una nuova controriforma. Dopo tanti tentativi i
padroni stanno per raggiungere la tanto agognata meta: cancellare il fatidico
articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Non c'era riuscito Berlusconi nonostante i tanti tentativi in questi ultimi 10 anni, ci riesce invece il governo sostenuto dal Pdl ma soprattutto dal Partito democratico. Festeggia Marchionne, esulta Caprotti, padrone di Esselunga che solo negli ultimi cinque mesi ha espulso 25 lavoratori colpevoli di aver aderito a degli scioperi ed essersi iscritti a un sindacato a lui non gradito, esulta il padronato perché sempre di più si sente sicuro di poter instaurare il terrore nelle fabbriche. La nuova controriforma del lavoro vede alla fine il No della Cgil. Dopo settimane di inutili ed estenuanti trattative la segretaria della Cgil Susanna Camusso ha dovuto dichiarare la propria contrarietà al pacchetto preparato dal governo. Non era scontato. Meglio tardi che mai. Il no della Cgil
Cosa non scontata per molte ragioni. La prima è la campagna
mediatica che da tempo governo e padroni stanno mettendo in campo descrivendo
chi accede alla cassa integrazione o allo Statuto dei lavoratori come dei
privilegiati difesi da una lobby (i sindacati) che impedisce a milioni di
giovani di inserirsi nel mondo del lavoro. In secondo luogo perché non avendo
mai, in primis la Cgil, voluto farsi carico di una seria
battaglia per estendere articolo 18, ammortizzatori sociali anche alle
piccole aziende e in tutte le categorie, oggi il padronato punta in particolare
su questa disparità di diritti per dividere i lavoratori. Cosa che ha già
seriamente dimostrato di voler fare tenendo, per ora, fuori i lavoratori
dell'impiego pubblico da questa controriforma.
Sembra quindi che ci si prepari a dar battaglia. Nel direttivo della Cgil che è seguito alla rottura con Monti sono state prese decisioni importanti. Uno sciopero generale di 8 ore, altre 8 da decidere a livello territoriale, una campagna massiccia di assemblee informative, una campagna raccolta firme per demistificare la campagna del governo, manifestazioni sotto i palazzi del governo. Sicuramente iniziative di lotta non ancora sufficienti per respingere l'attacco in corso, vista la portata dello scontro, ma comunque un inizio più incoraggiante del penoso sciopero di tre ore dello scorso dicembre contro quella che è stata definita dalla stessa Cgil come la peggiore controriforma delle pensioni della storia. Sciopero che vide una scarsissima partecipazione dei lavoratori perché palesemente inutile.
Il problema quindi che si pone ora, preso atto che almeno
nelle intenzioni il gruppo dirigente della Cgil è disposto a lottare, è
capire come creare le condizioni a noi più favorevoli per la mobilitazione.
La prima questione quindi è chiarire per cosa lottiamo.
Lottiamo per convincere Monti a riaprire il tavolo?
Lottiamo perché le impetuose mobilitazioni che speriamo di
suscitare permettano al Partito democratico in parlamento di abbellire la
controriforma?
Oppure lottiamo perché questa controriforma è irricevibile
e va rispedita al mittente?
Tutta la controriforma è costruita su tre assi portanti:
peggiorare le condizioni di lavoro, aumentare la ricattabilità e pagare alle
banche gli interessi sul debito risparmiando sugli ammortizzatori.
Articolo 18: il licenziamento viene considerato discriminatorio e quindi nullo se determinato da ragioni di credo politico, religioso o per la partecipazione all'attività sindacale. Il problema pero' è che mai nessun padrone, a meno che non sia particolarmente stupido, motiverà un licenziamento con uno di questi argomenti. Per tutti gli altri licenziamenti, disciplinare o per motivi economici (non solo perché l'azienda è in crisi) nel caso non sussista la giusta causa comunque il lavoratore non sarà reintegrato ma riceverà un indennità stimata tra le 15 e le 27 mensilità. Precarietà: vengono confermate tutte le tipologie vergognose partorite in questi anni. Semplicemente si millanta una azione di controllo più puntuale, in particolare per i contratti a progetto e le partite Iva. Ci concedono quanto già la legge dovrebbe garantire. Ci assicurano che il lavoro precario costerà di più di quello a tempo indeterminato, ben l'1,4%, una miseria. Intanto aumentano l'aliquota dei lavoratori a progetto, che ovviamente i padroni scaricheranno sulle retribuzioni dei lavoratori, si apre definitivamente la strada all'apprendistato. Ovvero contratti precari che durano dai 3 ai 5 anni e che permetteranno ai padroni di pagare poco i lavoratori ricattati e quasi nulla di contributi. Ammortizzatori sociali: viene abrogata la Cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività e la mobilità. Se prima tra Cassa integrazione e mobilità un lavoratore riusciva a mantenere un minimo di copertura economica che variava dai tre ai cinque anni, oggi la copertura sarà al massimo di dodici mesi fino a un massimo di diciotto per quelli con più di 55 anni. Alla base del nuovo sistema di sostegno al reddito ci sarà l'Aspi. Dicono che si passa al sistema universale, non è vero. Per accedervi bisogna aver lavorato almeno 52 settimane negli ultimi due anni. I precari e i disoccupati che lavorano meno di un anno su due non avranno nulla. Anche l'assegno viene significativamente ridimensionato. Di fatto si risparmia sugli ammortizzatori, visto che la platea rimarrà la stessa se non più ampia ma i soldi saranno meno. Contro gli 8 miliardi di euro spesi in un anno ora sul tavolo ce ne sono 1,7. Per cosa dobbiamo lottare
Un vero proprio massacro. Ma proprio perché la posta in
gioco è alta adeguata deve essere la risposta e le rivendicazioni con cui
costruirla.
Come si fa a coinvolgere la maggioranza dei lavoratori
l’articolo 18 già non esiste nelle aziende sotto i 15 dipendenti?
Come si fa a difendere gli ammortizzatori e un assegno di
disoccupazione adeguato, cosa che quello attuale non è, se chi ha un
contratto a progetto o una finta partita Iva non vi può accede? E
soprattutto; contrastiamo questa “riforma” per difendere l'attuale sistema
legislativo sul precariato, su cui si basa il ricatto in cui vivono milioni
di lavoratori?
Questo problema la maggioranza della Cgil non se lo pone.
Anzi nel direttivo nazionale tenutosi il 21 marzo l'indicazione che è emersa
nel documento finale è stata che si lotta per modificare in parlamento un
testo di legge che comunque ha, sulla precarietà, ottenuto miglioramenti.
Documento che anche sull'articolo 18 mantiene una certa ambiguità. Non per
nulla il segretario della Fiom aveva proposto una formulazione semplice
quanto chiara: sull'articolo 18 non si tratta. Emendamento bocciato dalla
maggioranza. Per questo motivo Landini e La Cgil che vogliamo si sono
astenuti e Cremaschi ha votato contro.
Non si può pensare di chiamare i lavoratori alla battaglia
campale per chiedere di modificare comunque in peggio l'articolo 18.
Magari sposando la proposta del PD di assumere il modello tedesco dove
comunque è il giudice che ha l'ultima parola su reintegro o indennizzo.
La disponibilità alla mobilitazione c'è, la manifestazione
con sciopero generale della Fiom il 9 marzo lo dimostra. Si è toccato con
mano la determinazione degli operai.
La disponibilità si registra anche nei tanti scioperi
aziendali convocati in questi giorni. Ce lo mostra la grossa difficoltà che
hanno Cisl e Uil. Un caso su tutti la Magneti Marelli di Bologna, fabbrica
salita alle cronache per l'espulsione della Fiom dalla fabbrica da
Marchionne, dove i delegati di Fim e Uilm sono stati costretti a convocare lo
sciopero.
Quello che deve essere chiaro è che non ci si possiamo
permettere una mobilitazione che abbia come fine quello di dimostrare che per
fare le controriforme ci voglia anche la mediazione con la Cgil.
Questa lotta deve avere come obiettivo quello di fermare i
piani padronali, ovvero il ritiro della “riforma”. Che nella sostanza
significa la caduta del governo.
Per fare ciò serve una mobilitazione generale vera come da
tempo non vediamo. Serve il protagonismo in prima fila dei lavoratori, oggi
questo è possibile a patto che l'iniziativa non venga lasciata in mano ai
vertici sindacali.
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giovedì 5 aprile 2012
UNIAMO L'OPPOSIZIONE DI SINISTRA AL GOVERNO MONTI COSTRUIAMO L'ALTERNATIVA ALLE SUE POLITICHE LIBERISTE
Il governo Monti aggrava la crisi, ne scarica gli
effetti sui soggetti più deboli e corrompe la democrazia. Questo governo, nato
senza mandato da parte degli elettori e appoggiato da una grande coalizione che
va dalla destra berlusconiana al PD, è il frutto dei diktat e delle
fallimentari ricette di poteri economici e finanziari, come la Bce, la
Commissione Europea, l’Fmi, che scavalcano la volontà dei popoli e le
istituzioni rappresentative.
La manovra economica di dicembre, contrassegnata su
tutto da un aumento della pressione fiscale generalizzato e senza criteri di
progressività, dall’innalzamento dell’età pensionabile, dal taglio alle
prestazioni previdenziali, dai nuovi tagli agli enti locali e alla spesa per il
sociale, ha evitato di introdurre una tassa sui grandi patrimoni, di tagliare
gli sprechi miliardari come la Tav in Val di Susa o l’acquisto di 131
cacciabombardieri F35, di ridurre i costi della politica, al fine di investire
in creazione di posti di lavoro e nella riconversione in senso ecosostenibile
dell’economia italiana.
Ora il governo si appresta a una riforma del mercato
del lavoro che non colpisce la precarietà sia sul piano legislativo che
fiscale, che riduce la durata degli ammortizzatori sociali in caso di perdita
del lavoro, e che manomette l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori allo scopo
di agevolare il padronato nella facoltà di licenziare e di annichilire gli
spazi di agibilità sindacale e politica nei luoghi di lavoro.
Tuttavia, pur registrando una palese crisi di
consensi, l’esecutivo non ha ancora un’adeguata opposizione nel paese. Esistono
brani di resistenza nel mondo della sinistra d’alternativa, del sindacato,
dell’associazionismo, della scuola, e dei movimenti sociali e territoriali. Ma
al contempo, anche nell’area vasta che si oppone al governo, si fatica a
ridurre la frammentazione dei soggetti in campo e crescono i segnali di
sfiducia nelle forme politiche democratiche, a partire da partiti.
Per queste ragioni la Federazione
della Sinistra che in questi mesi, in coerenza con la propria vocazione
unitaria, ha animato e sostenuto su tutto il territorio nazionale centinaia di
iniziative di opposizione alle politiche del governo, promuove per il 12 Maggio
2012 a Roma un appuntamento nazionale di mobilitazione che proponiamo di
condividere con tutte le soggettività politiche e sociali, collettive ed
individuali, che condividono la necessità e l'urgenza di un'alternativa a tali
sciagurate politiche.
Un'alternativa basata su:
·giustizia sociale, difesa dei
diritti sociali e del lavoro e redistribuzione delle ricchezze,
·riconversione ecologica
dell'economia con un grande piano di investimenti pubblici per il lavoro
stabile e di qualità
·rilancio della democrazia, basato
sull'ampliamento della democrazia partecipata e sul superamento del bipolarismo
attraverso un sistema elettorale proporzionale.
CONTRO IL GOVERNO MONTI:
Giustizia
sociale, Lavoro, Democrazia!
12 Maggio 2012 - ore 14
ROMA, Piazza Santi Apostoli
Manifestazione nazionale unitaria
promossa dalla Federazione della Sinistra
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